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da un intervento a un evento del WWF a Parma su questo argomento.
Negli ultimi anni l’attivismo climatico si è trasformato profondamente. Quando ho iniziato, nel 2019, il clima veniva raccontato soprattutto come una questione scientifica. Oggi sappiamo che non è così. Non possiamo più parlare di crisi climatica senza collegarla alle altre crisi, perché le disuguaglianze sociali, economiche e di genere non sono neutrali rispetto ai cambiamenti climatici.
Per questo i movimenti hanno iniziato ad allargare lo sguardo. E in questo momento storico uno dei temi che emerge con più forza è quello delle guerre. Le guerre che viviamo oggi sono, in gran parte, guerre fossili.
Gli impianti di produzione di energia da fonti non rinnovabili e centralizzati sono target strategici durante i conflitti. Lo abbiamo visto in Ucraina e lo stiamo vedendo in Iran. Le petroliere vengono bloccate, i gasdotti fatti esplodere, le centrali energetiche bombardate. Questo genera scarsità.
E la scarsità genera aumento dei prezzi dell’energia. Lo vediamo nelle bollette, lo vediamo quando facciamo il pieno.
In tutto questo c’è chi perde e chi guadagna. Perde il 99% della popolazione. Guadagna una minoranza che utilizza le guerre per rafforzare il proprio potere.
Gli Stati Uniti, ad esempio, sono grandi produttori di gas e petrolio e utilizzano questo potere per imporsi sugli altri Stati ed indebolire la concorrenza. La creazione di scarsità è parte della strategia per capitalizzare sulle dipendenze energetiche.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, l’Europa ha guardato agli Stati Uniti per sostituire forniture che prima arrivavano dalla Russia a costi inferiori. Venezuela e Iran, che erano fornitori importanti per la Cina, oggi non lo sono più. Anche la questione della Groenlandia ci dice qualcosa: chi prende decisioni oggi sa che il cambiamento climatico renderà accessibili nuove risorse fossili e si muove di conseguenza.
Questo modello viene definito capitalismo feudale.
Un sistema in cui il potere e la ricchezza sono concentrati in poche élite, mentre le persone diventano sempre più dipendenti dalle decisioni dei più forti. La mobilità sociale si blocca e i diritti vengono subordinati agli interessi economici.
Le energie rinnovabili rappresentano, in teoria, un’alternativa.
Il sole, il vento, il calore della terra non appartengono a nessuno e nessuno può bloccarli. Sono risorse distribuite, che possono abbassare il costo dell’energia e aumentare l’indipendenza energetica italiana. Eppure, ogni volta che viene proposto un nuovo impianto, emergono opposizioni da parte delle comunità locali. Perché? Perché la fiducia nel sistema democratico e capitalistico si è rotta.
Le persone non credono che quei progetti porteranno benefici anche a loro. Sanno che non verranno coinvolte nelle fasi iniziali e che i vantaggi saranno concentrati altrove, mentre gli impatti resteranno sui territori.
Le rinnovabili, per come sono oggi progettate e raccontate, vengono percepite come una nuova forma di capitalismo. Le grandi aziende arrivano, fanno profitto e lasciano il carico ambientale e sociale alle comunità locali.
Inoltre, le infrastrutture fossili sono centralizzate e concentrano l’impatto su pochi territori. Le rinnovabili distribuiscono questo impatto su molti territori. Finché si trattava di piccoli impianti, questo era accettabile. Oggi, con la necessità di grandi installazioni per raggiungere gli obiettivi al 2030, la questione cambia.
In Italia abbiamo circa 82,8 GW di potenza rinnovabile installata (dato novembre 2025), ma il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima punta a 131 GW entro il 2030. Il divario da colmare è di circa 48 GW. Come facciamo? Se non affrontiamo il tema della fiducia, la transizione energetica rischia di fermarsi.
Servono nuovi modelli di partecipazione. Le comunità devono essere coinvolte fin dall’inizio, devono sentirsi parte dei progetti. Questo può rallentare le fasi iniziali, ma rende possibile un processo più solido e condiviso.
Allo stesso tempo, anche noi dobbiamo interrogarci. Esistono spazi di partecipazione che spesso non utilizziamo. Pochi giorni fa, in Emilia-Romagna, è stata discussa la legge sulle aree idonee per nuovi impianti rinnovabili. Era possibile intervenire, inviare contributi, partecipare.
Ma la mancanza di fiducia ci porta a non vedere queste possibilità.
E questo è un problema. Perché significa che non stiamo solo perdendo fiducia nelle istituzioni, ma anche la capacità di incidere. È un lavoro culturale da fare.
Come Extinction Rebellion stiamo cercando di cambiare questa cultura, lavorando sulla redistribuzione del potere, sulla cultura della cura e su una diversa idea di relazione tra esseri viventi e ambiente. Anche per questo, nel fine settimana della Domenica delle Palme
eravamo alla fiera EOS a Parma
. Un contesto in cui si normalizza l’utilizzo delle armi e, con esso, la guerra e la violenza. Mettere in discussione questa normalizzazione è parte dello stesso lavoro culturale, non separare le crisi, ma riconoscerle come profondamente connesse.
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