
«Ci venga data la sovranità su di un pezzo della superficie terrestre sufficiente a soddisfare i nostri giusti bisogni, tutto il resto ce lo procureremo da soli». In queste parole di Theodor Herzl (1860-1904) è sintetizzato il programma presentato nella sua opera più famosa – Lo Stato ebraico (titolo originale: Der Judeenstaat) – uscita 130 anni fa, nel 1896, a Vienna e presto trasformatasi nel manifesto programmatico del movimento sionista. Se volessimo fare un parallelismo, Herzl fu per il sionismo ciò che Marx fu per il comunismo.
Perché parliamo di Herzl e della sua opera? Ebbene, oggi, 14 maggio, è il 78° anniversario della proclamazione di indipendenza di Israele. In questo testo, piuttosto che effettuare una cronistoria di uno degli eventi più rilevanti del Novecento, preferirei focalizzarmi su alcuni passaggi de Lo Stato ebraico, per verificare quanto siano vicini il sionismo teorico e il sionismo reale.
Non posso esimermi, però, dal ricordare che la nascita di Israele fu tutt’altro che pacifica, al contrario di quanto si tende a raccontare. Gruppi terroristi sionisti seminarono il panico sia tra la popolazione araba locale sia tra i colonizzatori britannici, che controllarono formalmente la Palestina dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al 1948. Non mi dilungherò nell’elencazione delle enormi e numerose sofferenze che i palestinesi hanno provato (e provano tuttora), ma mi limiterò a citare la Nakba (“catastrofe”), ovvero l’esodo forzato di più di 750.000 palestinesi dalle proprie terre, che sarebbero spettate al nuovo – e imposto – Stato d’Israele.
Fatte queste dovute precisazioni, partiamo dalla questione dell’ubicazione di questo «pezzo della superficie terrestre» cui Herzl fa riferimento. Tutti sappiamo che negli ambienti sionisti e filo-sionisti, la Palestina viene definita come “terra promessa” e “patria ancestrale” del popolo ebraico. La questione, nell’opera, è affrontata in maniera semi-distaccata. Da un lato, infatti, Herzl non si esime dal definire la Palestina come «patria storica degli ebrei», ma dall’altro tiene conto anche dell’Argentina.
Nonostante – come ricorda giustamente Lerner – prima di morire Herzl sia entrato in conflitto con vari esponenti del sionismo che, dopo il fallimento delle sue trattative con l’autorità britannica, non volevano rinunciare alla migrazione in Palestina, nel testo sembra comunque che quest’ultima sia preferita all’Argentina, perché rappresentava «un segnale di adunata straordinariamente toccante per il nostro popolo», nonché un luogo in cui «in favore dell’Europa» costruire ciò che Herzl definì «un vallo per difenderci dall’Asia, costituendo così un avamposto della cultura contro la barbarie».
Ciò che motivò Herzl a redigere Lo Stato ebraico fu il processo per tradimento ai danni del Capitano di Stato Maggiore dell’esercito francese Alfred Dreyfus – ebreo – la cui condanna (rivelatasi poi ingiusta) fu fortemente condizionata dal rampante antisemitismo di fine Ottocento.

Per Herzl, questo era un problema grave, che rischiava di mettere in pericolo l’esistenza stessa e la libertà del popolo ebraico e che, dunque, andava risolto in maniera pragmatica, con un programma chiaro e anteponendo il successo dell’operazione alla piena realizzazione di tradizioni storico-religiose. Il movimento sionista, per dirla con le sue parole, «prenderà in considerazione ciò che gli verrà dato».
Un passaggio che ritengo molto interessante, poi, definisce i metodi di migrazione verso la nuova patria, quale che sia. Herzl è chiarissimo quando scrive che «l’infiltrazione va sempre a finire male», perché «il governo, cedendo alle pressioni della popolazione che si sente minacciata, blocca l’ulteriore afflusso di ebrei».
Egli riconosceva che a qualsiasi tentativo di imporre la migrazione ebraica sarebbero conseguite ribellioni da parte dei locali, nonché la crescita dell’antisemitismo. Dal canto suo, pretendeva che il movimento sionista trattasse «con gli attuali Stati sovrani e sotto la protezione delle potenze europee». Herzl era convinto che l’operazione dovesse essere garantita dalle superpotenze dell’epoca; ciò, in un certo senso, sarebbe avvenuto, seppur in maniera molto differente da come egli auspicava.
Nell’opera, di cui consiglio vivamente la lettura, Herzl passa in rassegna numerosi punti organizzativi per il successo del piano sionista – dalla struttura commerciale, passando per la costruzione di edifici, fino alla definizione della giornata lavorativa – ma vorrei focalizzarmi su alcuni passaggi nella parte finale, intitolata (nella mia edizione) Society of Jews e Stato ebraico.
Il motivo è che in essa vengono affrontate alcune caratteristiche che sarebbero poi state alla base di quel nazionalismo ebraico che condusse alla nascita di Israele e che, ancora oggi, ne alimenta le politiche.
La prima è la lingua. Herzl scrive che «non possiamo certo metterci a parlare in ebraico. Chi di noi sa abbastanza ebraico per comprare un biglietto ferroviario usando questa lingua?». Non visse abbastanza per vedere realizzato il progetto di Eliezer Ben Yehuda, l’uomo che creò l’ebraico moderno, oggi lingua ufficiale di Israele, parlato da circa 9 milioni di persone, nonché uno dei suoi più forti simboli nazionali.
La seconda riguarda il rapporto Stato-religione. «La fede ci tiene uniti, la scienza ci rende liberi», scrisse nel manifesto, aggiungendo anche che si sarebbe impedita l’emersione delle «velleità teocratiche dei nostri religiosi». Per quanto concerne la libertà di culto, scrisse che «se accade che fra noi vivano persone con religione o nazionalità diverse, garantiremo loro un’onorevole protezione e la parità dei diritti. In Europa abbiamo imparato la tolleranza».
È evidente che nel sionismo reale la religione abbia avuto, e abbia tuttora, un ruolo preponderante nell’indirizzare la politica israeliana e nella giustificazione delle violazioni del diritto internazionale e umanitario commesse nel corso dei decenni. Essa, inoltre, è sfruttata anche per alimentare l’esclusione dei palestinesi, che, come è stato dimostrato, nei libri di scuola israeliani sono spesso rappresentati come un popolo tendenzialmente arretrato e corrotto, caratteristiche che vengono associate anche alla religione islamica (maggioritaria tra i palestinesi).
Infine, voglio portare all’attenzione la questione militare e della difesa. Herzl, naturalmente, scrisse che il futuro Stato ebraico avrebbe necessitato di «un esercito professionale, attrezzato con tutte le armi più moderne, per poter mantenere l’ordine all’interno e all’esterno». Tuttavia, specificò chiaramente che, sebbene l’esercito dovesse essere «onorato», non avrebbe dovuto in alcun modo «metter bocca negli affari dello Stato».
Ebbene, anche in questo caso è evidente come le speranze di Herzl siano state disattese. A dimostrazione di ciò, cito Francesca Albanese, che nel suo rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio (2025) ha scritto che «il complesso militare-industriale è diventato la spina dorsale economica dello Stato di Israele». Credo sia superfluo puntualizzare come Israele promuova una cultura militarista basata su uno stato di guerra e pericolo permanenti.
Theodor Herzl è morto 44 anni prima della fondazione di quella patria ebraica che avrebbe poi elevato il suo testo a proprio manifesto. In esso, come nota Lerner nella prefazione, Herzl non si riferì mai alla suddetta patria chiamandola “Israele”. Parla di sé e di coloro che seguiranno il suo progetto usando il termine «uomini moderni», che dispongono di mezzi impensabili nei secoli passati e che, proprio in virtù di essi, sono capaci di «trasformare il deserto in un giardino» (frase che non si riferisce necessariamente alla Palestina, sebbene non possiamo sapere cosa pensasse Herzl mentre la scriveva).
È evidente quanto il movimento sionista, che poi avrebbe portato alla nascita del sionismo reale, abbia manipolato e interpretato come meglio credeva le parole scritte da Herzl, che non visse abbastanza a lungo per difendere adeguatamente la propria idea: uno Stato ebraico laico.
Quest’ultimo è stato l’obiettivo del sionismo solamente nei primissimi anni, ossia in quelli in cui Herzl era ancora vivo, mentre dagli anni Venti-Trenta in avanti, il movimento è stato per lo più violento, oppressivo, colonizzatore, teocratico, militarizzato, antiscientifico. L’opposto di quanto auspicava il giornalista ungherese suo fondatore.

Oggi, coloro che pronunciano discorsi politici sotto il quadro di Theodor Herzl fanno parte di partiti ultranazionalisti, razzisti, ultrareligiosi e liberali (probabilmente, solo quest’ultima caratteristica è in linea con quanto scritto da lui); costoro giustificano la cancellazione dell’esistenza e della memoria di diversi popoli, tradendo non solo il principio di tolleranza e uguaglianza di cui Herzl si faceva portatore, ma anche quello della neutralità del suo Stato Ebraico.

Non ci è dato sapere cosa sarebbe accaduto se la corrente herzliana del sionismo avesse avuto la meglio su quella che poi portò alla nascita dello Stato d’Israele, la quale si rifà a Lo Stato ebraico solamente quando le fa comodo. Forse la storia del Levante del secondo Novecento sarebbe stata più pacifica, all’insegna della coesistenza di più religioni e della cooperazione tra popoli; forse sì, forse no.
La Storia, si sa, non si fa con i “se”. I fatti sono ben altri: il sionismo si è concretizzato come un’ideologia basata sul principio ad excludendum, che non si è fatta problemi a bombardare, fucilare, arrestare, stuprare, torturare, imprigionare indiscriminatamente e ancora a commettere crimini, violazioni del diritto internazionale e, da ormai tre anni, un genocidio. Dobbiamo partire da questo: il sionismo ha fallito nel dare al popolo ebraico la pace che sperava di trovare in una sua patria. Solo ammettendolo potremo lavorare per trovare nuove soluzioni e migliorare la situazione del Levante. Il sionismo ha causato danni fisici e psicologici, instabilità politico-economica e soprattutto lo sfollamento e la morte di centinaia di migliaia di persone innocenti (nonché una netta crescita del terrorismo di matrice islamica, finanziato a volte dai sionisti stessi).
Ho voluto dedicare questo articolo all’opera di Theodor Herzl per dimostrare che si sarebbe potuta percorrere un’altra via. Ma anche per ricordare che il sionismo – oggi descritto come “inevitabile” e “naturale” – ha avuto un inizio e avrà una fine.
Solo dopo il crollo e il superamento del sionismo – magari anche riflettendo su alcuni punti dell’originale piano di Herzl – si potrà costruire un futuro di collaborazione tra popoli, opinioni, religioni e ideologie; un futuro in cui gli «uomini moderni», tanto apprezzati da Herzl, potranno cooperare per costruire anziché distruggere, per accogliere anziché escludere, per amare anziché odiare.
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