Dalla trincea della Resistenza all'onore della divisa Carlo Alberto dalla Chiesa nasce a Saluzzo il 27 settembre 1920. Cresce dentro un mondo dove il dovere è una grammatica quotidiana, ereditata da suo padre Romano, generale dell’Arma dei Carabinieri. Il motto “Fedele nei secoli” è una specie di ossatura morale che gli resta addosso per tutta la vita, tanto da farlo entrare nel 1941 entra nel Regio Esercito. La guerra lo porta in Montenegro, dove combatte e si distingue, ottenendo due croci di guerra. Ma il punto di svolta non è la gloria militare: è il crollo dell’8 settembre 1943. Comandante della caserma di San Benedetto del Tronto, rifiuta di collaborare con i nazisti nei rastrellamenti contro i partigiani. Poi sceglie la clandestinità. Fugge, si muove nell’Italia spezzata, organizza gruppi della Resistenza tra Marche e Abruzzo. Gestisce trasmissioni radio per gli Alleati, coordina formazioni partigiane, impara sul campo una cosa decisiva: il comando non è autorità, è responsabilità sotto pressione. Nel dopoguerra si laurea in Giurisprudenza a Bari e in Scienze Politiche. La carriera lo porta prima in Campania e poi in Sicilia, dove incontra una realtà che non assomiglia a nessuna guerra convenzionale. A Corleone, tra il 1949 e il 1950, si confronta con la mafia agraria. Indaga sull’omicidio di Placido Rizzotto e arriva a colpire l’organizzazione emergente di Luciano Liggio. È un passaggio formativo all’interno del quale la criminalità non è un fenomeno marginale, ma un sistema radicato di potere. In quel periodo, nel Comando forze repressione banditismo, sviluppa metodi investigativi innovativi e una visione più strutturata del crimine organizzato.
L'architetto della lotta al terrorismo e la sfida finale Dopo gli anni tra Milano e Roma, dove contribuisce alla modernizzazione dell’Arma con nuove tecnologie e metodi di polizia giudiziaria, dalla Chiesa torna in Sicilia nel 1966 come colonnello. Qui affronta una nuova fase di Cosa nostra siciliana, introducendo strumenti analitici come le “schede dei mafiosi”, una mappatura delle relazioni tra cosche che anticipa approcci investigativi moderni. Da quel lavoro nascerà il “Rapporto dei 114” del 1971. Nel 1973 viene trasferito a Torino. Promosso Generale di Brigata, si trova davanti una nuova forma di guerra: il terrorismo delle Brigate Rosse. È un nemico diverso, mobile, ideologico, invisibile. Fonda il Nucleo Speciale Antiterrorismo. La struttura lavora su infiltrazioni e intelligence, fino a operazioni decisive come quella che porta alla cattura di Curcio e Franceschini nel 1974, anche grazie a infiltrazioni come quella del cosiddetto “Frate Mitra”. Nonostante i risultati, la sua figura resta isolata. Le sue tecniche dividono, i suoi metodi vengono discussi, il suo ruolo spesso contestato. Dopo il caso Moro, nel 1978, ottiene poteri speciali, ma anche nuove tensioni istituzionali. Nel 1981 diventa Vice Comandante generale dell’Arma. L’anno dopo accetta un incarico che molti avrebbero rifiutato: Prefetto di Palermo. Sa cosa significa. La mafia non è più solo criminalità, si è trasformata in qualcosa intrecciato con economia e politica. Arriva a Palermo nel 1982 in un clima freddo, diffidente. Ha pochi mezzi e molte aspettative. Rimane in carica cento giorni. Il 3 settembre 1982 viene ucciso nella strage di via Carini insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo.
Un colloquio interiore: il diario come àncora nell'abisso Dopo la morte della prima moglie, Dora Fabbo, nel 1978, la scrittura diventa per dalla Chiesa qualcosa di più di un’abitudine. Diventa un luogo di sopravvivenza mentale. Dora era stata la sua compagna silenziosa, esposta a una vita fatta di attese e paure. La sua morte lo segna profondamente. Nei diari, costruisce un dialogo con l’assenza. L’uomo pubblico si incrina e lascia emergere una fragilità controllata, quasi trattenuta con disciplina militare. Il servizio allo Stato appare come carriera, ma ancora di più come peso etico, qualcosa che si porta addosso per non cedere. La scrittura diventa una bussola in un contesto dove il confine tra lealtà istituzionale e solitudine personale è sempre più sottile. È lì che emerge il nucleo più umano, quello dell’uomo che continua a restare in piedi mentre tutto intorno si sfalda.
Il taccuino della verità: lo scontro con i palazzi del potere Nell’aprile del 1982, poco prima dell’arrivo a Palermo, i diari si fanno più netti, più taglienti. Il confronto con il potere politico emerge senza filtri. Nel racconto del colloquio con Giulio Andreotti del 5 aprile, dalla Chiesa annota un linguaggio prudente ma inequivocabile. La mafia viene discussa, ma spesso secondo schemi indiretti, quasi allusivi. Lui invece la guarda come sistema reale, operativo, pervasivo. Nel diario emerge la distanza: da una parte la politica che tende a leggere il fenomeno in termini attenuati, dall’altra un uomo che lo considera una struttura criminale integrata nel potere. Racconta episodi, riferimenti, simboli. Anche dettagli apparentemente marginali diventano segnali di un linguaggio mafioso che attraversa confini geografici e istituzionali. Ma il punto centrale non è il racconto: è la frattura di interpretazione. Dalla Chiesa percepisce chiaramente che la sua visione non coincide con quella di molti ambienti politici. E questa divergenza non è teorica. È pratica. Operativa. Pericolosa.
La profezia del sacrificio e l'eredità di un uomo solo La sua riflessione più tagliente “Finché una tessera di partito conterà più dello Stato, non riusciremo mai a battere la mafia” sintetizza con brutalità quasi definitiva il nucleo del suo pensiero negli ultimi mesi. Non è una frase isolata, ma una chiave di lettura dell’intera sua analisi: la consapevolezza che la debolezza dello Stato non risieda soltanto nella violenza esterna della criminalità organizzata, ma nelle sue fratture interne, nelle fedeltà distorte che spostano il baricentro dell’istituzione verso logiche di appartenenza invece che di servizio pubblico. Nelle ultime annotazioni emerge infatti una lucidità quasi spietata. Scrive, poco prima della partenza per Palermo, parole che sembrano una diagnosi più che una riflessione: la sensazione di essere lasciato solo, esposto, privo di strumenti adeguati rispetto alla complessità del compito. La sua è una solitudine istituzionale prima ancora che personale. Un uomo chiamato a reggere un sistema senza avere davvero il sostegno strutturale necessario. Eppure non arretra. Continua a cercare interlocuzione con la società civile, con i giovani, con ciò che considera ancora recuperabile. Non come atto ottimistico, ma come residuo di responsabilità. Dopo la sua morte, anche i documenti spariti dalla sua disponibilità alimentano interrogativi. I diari diventano così non solo testimonianza, ma anche oggetto di silenzio. Quello che resta è una figura che non si presta facilmente alla retorica. Non un eroe semplificato, ma un uomo attraversato da un’idea di Stato così forte da diventare, per lui, più importante della propria sicurezza personale. Una solitudine che non lo ha abbandonato mai. Nemmeno alla fine.
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