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Passeggiando per Parma o per altre città, i più attenti potrebbero aver notato, in meno di un mese, edicole senza giornali o direttamente chiuse. I più svogliati avranno continuato la propria passeggiata, accompagnati dal dolce clima primaverile, mentre i più interessati avranno aperto il primo motore di ricerca per capire il perché di quell’assenza.
La verità è che gli scioperi dei giornalisti e delle giornaliste sono stati ben 3 in pochi mesi: il 28 novembre, il 27 marzo e l’ultimo proprio lo scorso mese, il 16 aprile.
Scrive così la FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana, in un comunicato sindacale del 16 aprile: “Il contratto stipulato con gli editori della Fieg per regolare il lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione. Non esiste alcuna regola per l’uso dell’intelligenza artificiale e per il giusto riconoscimento economico agli autori dei contenuti ceduti agli Over the top.”

Ed è proprio così: il contratto nazionale dei giornalisti è scaduto nel 2016, dieci anni fa. Certo, è ‘la normalità’ che gli italiani lavorino con un contratto oltre la scadenza, ma ciò che è meno normale è che passino così tanti anni. Dieci anni significa che gli stipendi sono fermi da allora e che il contratto è ormai ‘vecchio’ in un settore invece molto cambiato.
Rinnovare il contratto, oltre che adeguare gli stipendi al 2026, significherebbe anche aggiornarsi ai cambiamenti avvenuti nel mondo giornalistico: il vecchio contratto, per esempio, non include professioni come i fact-checker, i social media manager, che ora sono ormai fondamentali. In tutta Italia, per esempio, i giornalisti freelance, cioè coloro che non hanno contratti fissi con una testata precisa, vengono pagati anche meno di 10 euro ad articolo. Ciò, infatti, era tra le ragioni dello sciopero del 16 aprile e spesso si parla di fissare una soglia sotto la quale non si può essere pagati per un articolo.
Quindi, perché passando davanti ad un'edicola spoglia dovremmo fermarci?
Immaginiamoci un mondo senza giornalismo: ti svegli e il massimo di cui puoi parlare è ciò che ha fatto o detto la tua vicina di casa. La tua informazione si limita a sentire parlare il tuo capo, il sindaco della tua città o il tuo governo: non sai contestare, non sai cosa sta succedendo fuori dal tuo quartiere, hai due occhi e due orecchie che non ti bastano. I racconti possono manipolarti: devi fidarti di ciò che senti, non puoi fare altrimenti. Se qualcuno sbaglia tu non lo saprai mai: devi solo stare a ciò che senti o, al massimo, ai pettegolezzi di paese.
Questa è la verità: dal giornalismo dipende la libertà dei cittadini e la qualità di una democrazia
Ottenere un'informazione significa avere il permesso di scegliere: per capire cosa sta succedendo nel mondo, per votare, per seguire le crisi economiche, è necessario leggere. Il giornalismo oggi ha, o meglio dovrebbe avere, un ruolo fondamentale nella democrazia italiana: esso è in grado di indagare, denunciare, dare voce, contestare; senza questo controllo, il potere diventerebbe più libero di abusare dei suoi cittadini, che vivrebbero nell’ignoranza e ‘fidandosi’ di chiunque.
Naturalmente, non è un giorno senza giornali che peggiora la nostra democrazia, bensì proprio la qualità dell’informazione: senza un giornalismo libero, sano e ben pagato, anche l’informazione peggiora.
Per comprendere come gli scioperi dei giornalisti non siano un caso isolato solo in Italia, esiste ‘Reporters Without Borders’ (RWB): un’organizzazione internazionale no-profit fondata nel 1985 a Montpellier da 4 giornalisti. Essa ha come obiettivo ‘’la difesa del diritto di ogni essere umano di avere accesso a un’informazione libera ed affidabile’’. La loro missione è proprio ‘’agire per la libertà, il pluralismo, l’indipendenza del giornalismo e difendere chi incarna questi ideali’’.
Proprio qualche giorno fa, come succede ogni anno, l’Organizzazione ha pubblicato il famoso ‘World Press Freedom Index’, un indice che classifica il giornalismo in 180 paesi, valutando fattori come l’indipendenza dei media, le pressioni politiche e la sicurezza dei giornalisti.
L’Italia, che nel 2025 era al 49esimo posto, è scivolata alla 56esima posizione;
Sul podio anche quest’anno rimangono: Norvegia, Olanda ed Estonia;
Mentre, gli Stati Uniti scendono ancora di più, arrivando ad occupare il 64esimo posto nella classifica.

La dichiarazione dell’ong sulla posizione dell’Italia: ‘’La libertà di stampa in Italia continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud del Paese, così come da vari piccoli gruppi estremisti violenti. I giornalisti denunciano inoltre i tentativi da parte dei politici di ostacolare la loro libertà di seguire e raccontare i casi giudiziari attraverso la cosiddetta legge bavaglio, una normativa restrittiva che si aggiunge alle azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica — cause abusive note come SLAPP — che sono una pratica diffusa in Italia.’’ La controversa ‘legge bavaglio’, fa riferimento ad un decreto approvato dal governo Meloni, che vieta ai giornali di pubblicare testualmente le ordinanze cautelari (i provvedimenti con cui un giudice dispone arresti o misure restrittive) fino a una certa fase del processo. Chi la critica parla proprio di libertà di stampa limitata e della difficoltà di raccontare indagini e scandali.
Perciò, passando davanti ad un’edicola senza giornali, il silenzio dovrebbe fare più rumore delle notizie stesse.
© Punto e Virgola
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