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“Io oggi festeggio San Marco. Lei cosa festeggia?” Dice proprio qualche giorno fa Roberto Vannacci, europarlamentare e fondatore del nascente partito ‘Futuro Nazionale’. E continua con il suo discorso: “Quando il 25 aprile diventerà una festa unitaria, che unisce tutti gli italiani, scenderemo in piazza tutti quanti”.
Ogni anno, in occasione della Festa della Liberazione, tornano dibattiti pubblici, polemiche e, soprattutto, silenzi. Da una politica di destra che ogni giorno proclama ideali di unità e di patriottismo, come può tacere sulla fine del ventennio fascista e, soprattutto, dell’occupazione nazista in Italia?
La verità è che il recente caso di Vannacci non è il solo. Negli anni, diversi esponenti della destra italiana hanno assunto posizioni simili, contribuendo a rendere il 25 aprile una data controversa e dibattuta più che condivisa.
Già nel 2009, Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, parlava di una “festa della libertà” che potesse “ricordare con rispetto tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata”. Un tentativo di allargare il significato della ricorrenza che, per alcuni, rischiava di sfumarne il preciso valore storico. Negli anni successivi, il distacco si è manifestato anche nei comportamenti. Nel 2019 Matteo Salvini, ora vicepresidente del Consiglio, scelse di non partecipare ai cortei della Liberazione; spiegando, invece, che avrebbe visitato Corleone (Palermo) per esprimere sostegno alle forze dell’ordine.
Anche Ignazio La Russa, odierno presidente del Senato, ha più volte definito il 25 aprile una festa “divisiva”. Nell’aprile del 2020, addirittura, propose di sostituirla con una “giornata di concordia nazionale”, dedicata ai caduti di tutte le guerre e alle vittime del Covid. Nel 2022 alla sua eventuale celebrazione del 25 aprile rispose: “Dipende. Certo non sfilerò nei cortei per come si svolgono oggi. Perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia ma qualcosa di completamente diverso, appannaggio di una certa sinistra.” Eppure il 25 aprile non dovrebbe avere un colore politico: è alle radici della democrazia italiana.
Casi simili hanno coinvolto anche la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni: nel 2021 ha utilizzato la festa del 25 aprile come mezzo propagandistico per criticare il governo guidato da Mario Draghi. In un post Twitter Meloni scriveva: “Draghi oggi dichiara che libertà e diritti non sono barattabili con nulla. Quindi avete deciso finalmente di abolire il coprifuoco?”. In un altro post ancora criticava i “mega assembramenti della sinistra in piazza”. Insomma, tante parole, ma nessuna di esse dedicate alla Liberazione. Più recentemente, nel 2024, è capitato che la festa fosse affiancata da altre iniziative politiche: la Lega di Salvini, per esempio, ha presentato la candidatura di Vannacci alle elezioni europee proprio il 25 aprile del 2024.
Post Instagram di Giorgia Meloni
Con l’avvento dei social, tutto questo si riflette anche nella comunicazione politica: il 25 aprile viene talvolta ridotto a una breve frase, oppure ignorato, mentre l’attenzione si sposta su altri temi.
Più che un rifiuto delle celebrazioni, quello che emerge è una progressiva marginalizzazione della festa da parte della destra italiana. Il 25 aprile, fortunatamente, non viene negato, ma viene ridimensionato, spostato sullo sfondo e svuotato del suo significato e della sua importanza. Ciò succede attraverso scelte comunicative e simboliche: il silenzio sui social, l’assenza da un corteo, il tentativo di trasformare le celebrazioni.
Il 25 aprile non può essere una corona deposta, qualche dichiarazione di rito, e poco altro. La Liberazione non fu una scelta neutra o “sobria”. È stata una presa di posizione netta, seria e nata da un volere comune: la libertà.
Non è una festa che divide. È una festa che chiede, ancora una volta, da che parte stare.
Buon 25 aprile.
E, almeno oggi, pensiamo un momento alla nostra libertà, alla nostra Democrazia e alle lotte per ottenerla.
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