5
La presenza economica cinese nella regione MENA (Middle East and North Africa) non può essere ridotta alla somma di investimenti o di grandi annunci legati alla Belt and Road Initiative (BRI o, informalmente, La Nuova Via della Seta). È, piuttosto, un portafoglio composito di scambi commerciali, finanza di progetto, contratti di costruzione, investimenti diretti esteri (IDE) selettivi e, sempre più, posizionamento industriale nella transizione energetica: la forza della Repubblica Popolare Cinese nell’area MENA è la diversificazione del suo portafoglio. Dentro questa traiettoria, il Nord Africa assume un ruolo crescente come piattaforma logistica e produttiva potenzialmente connessa ai mercati europei: una riconfigurazione che intreccia energia, standard regolatori UE e strategie di de-risking (sia cinesi sia europee).
Non capiamo la Cina perché non si interessano (principalmente) alla politica
Le informazioni negli ultimi anni convergono su un punto metodologico: l’impronta economica cinese in MENA va scomposta in componenti diverse, perché ciascuna risponde a logiche, strumenti e rischi distinti:
- commercio: la Cina è divenuta per molti Paesi MENA un partner di prima grandezza per importazioni di beni manufatti, macchinari e componentistica, mentre sul lato export resta decisiva la componente energetica (petrolio e gas) per gli Stati esportatori;
- contratti di costruzione: spesso più rilevanti, in valore cumulato, degli IDE; sono un indicatore della capacità cinese di agire come grande contractor infrastrutturale (porti, zone economiche speciali, reti, impianti) senza necessariamente trasformarsi in proprietario degli asset;
- IDE: concentrati in settori e Paesi specifici, tendono a seguire (e non a sostituire) le opportunità create da accordi politici, zone industriali e intermediazioni finanziarie;
- finanza di sviluppo e finanza BRI: non si sovrappongono perfettamente agli IDE, perché includono prestiti, garanzie, joint venture e strutture che legano banche, imprese di Stato e partner locali.
Questa scomposizione è essenziale anche per evitare un equivoco ricorrente: una presenza economica intensa non implica automaticamente capacità di controllo politico o militare. In molti casi la leva economica cinese produce interdipendenze, ma non sostituisce l’architettura di sicurezza (in gran parte) garantita da altri attori, e tende a privilegiare la stabilità dei flussi rispetto alla proiezione di rischio. In quest’ottica, a mio avviso, sarebbe bene rivalutare anche la posizione europea nei confronti della Cina, cercando di discostarsi da una narrazione soggettiva statunitense.
Energia in entrata, manifattura e tecnologia in uscita
L’obiettivo di lungo periodo della relazione Cina–MENA è si identifica in due esigenze complementari: sicurezza energetica per Pechino (con approvvigionamento di petrolio e gas) e sbocco esterno per il sistema manifatturiero e delle costruzioni cinese (beni industriali, macchinari, materiali, servizi di ingegneria). A seguito dei dazi statunitensi, questo processo si è intensificato, sempre in nome della diversificazione. Mi ricordo bene un articolo di due anni fa -ma non abbastanza per poter citare l’editore- in cui si iniziava a parlare della crisi economica cinese (che, guardate bene dal pensare che sia un numero con il meno davanti: si iniziava a parlare di una Cina che cresce l’1/2 annuo rispetto al 7/8 minimi a cui siamo abituati) e questa presunta crisi sarebbe dovuta essere causata proprio dall’eccessiva produttività del sistema economico cinese contrastato da tensioni economico-politiche sempre più frequenti con i Paesi occidentali. A prescindere dalla veridicità di quell’articolo, la Repubblica Popolare Cinese aveva già avviato un progetto per l’estensione -o addirittura la creazione- di un mercato alternativo: quello africano e mediorientale, il MENA appunto.
La conseguenza del rapporto economico con questa area geografica è una struttura commerciale a doppio binario: i Paesi esportatori energetici (Arabia Saudita, Algeria, etc.) tendono a registrare un profilo di scambio fortemente concentrato su idrocarburi, mentre le economie più diversificate o più orientate all’attrazione manifatturiera (per esempio alcune sponde nordafricane) cercano di trasformare l’interscambio in industrializzazione assistita (zone produttive, logistica, assemblaggio).
Le interruzioni delle rotte marittime e l’instabilità nell’area del Golfo mostrano che il commercio non sia una variabile “neutra”: la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento può produrre effetti macroeconomici immediati (costi di trasporto, assicurazioni, ritardi) e spingere Pechino a due mosse simultanee: diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e farle diversificare ai suoi partner, ma anche ai suoi competitor. Per quanto sembri assurdo, è proprio così.
La crescita dell’export cinese di tecnologie verdi (componenti per rinnovabili, veicoli elettrici/ibridi, storage) verso alcuni mercati MENA può essere letta non solo come “opportunità commerciale”, ma come indizio di una transizione nella natura dell’interscambio: dal primato dell’energia al primato della tecnologia, pur senza che l’energia perda centralità. In questo modo, oltre che a comprare tecnologia cinese, i Paesi MENA sviluppano le proprie infrastrutture per la propria produzione di energia verde. Di conseguenza, in una situazione politica (attuale o ipotetica) in cui la Cina viene tassata da UE e USA, il Paese riesce ad accedere in maniera indiretta ai medesimi mercati, essendo uno dei principali (in alcuni casi il principale) investitori dei Paesi che esportano energia al blocco americano, quindi anche all’Europa. In parole ancora più semplici, nella proiezione in cui se mettiamo i dazi sul gelato cinese la Cina non ha più un accesso competitivo al nostro mercato, allora Pechino ha già iniziato ad investire nelle latterie di quei Paesi dove andremo a comprare il prodotto.
Questo, a mio avviso, viene letto spesso come fonte di preoccupazione: l’interdipendenza con la Cina. È ovvio che la sicurezza energetica -derivante dall’indipendenza energetica- sia un problema da affrontare, ma quando lo si deve affrontare con Pechino i toni sono drasticamente differenti rispetto a quelli usati in passato con Russia o altri attori. Questo, come detto precedentemente, dettato da una narrazione americana. La verità dei fatti però si riduce al suffisso inter nella parola interdipendenza: la Cina ha necessità di questi mercati, quanto noi ne abbiamo dell’utilizzo delle sue risorse, che siano energetiche o tecnologiche. Anche la crisi del Golfo Iraniano, sta dimostrando quanto la Cina sia più interessata a mantenere una stabilità economica piuttosto che una volontà di predominio politico. Un esempio lampante è il fatto che alla vendita di componenti per droni alla Repubblica Islamica, si presenta in parallelo una vendita dei medesimi componenti all’Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo, antagonisti dell’Iran: questo è determinato dal fatto che Pechino si pone come obiettivo principale la propria sicurezza, determinata in larga parte da una stabilità economica.
Energia e transizione: la “BRI verde” tra narrativa e riallocazione reale
Molte analisi notano una tendenza: nei nuovi progetti BRI aumentano rinnovabili, reti elettriche e tecnologie pulite, ma nel complesso i rapporti energetici (e gli interessi) restano ancora legati a petrolio e gas. È un paradosso solo apparente. La Cina può perseguire simultaneamente:
- decarbonizzazione domestica e leadership industriale nel green nell’area MENA;
- continuità degli approvvigionamenti fossili per settori strategici e per la stabilità macroeconomica;
- posizionamento esterno come fornitore di tecnologie green (eolico, batterie, infrastrutture di rete) .
La transizione energetica non è solo sostituzione di fonti: è riconfigurazione di catene del valore -lezione che Bruxelles avrebbe dovuto recepire prima dell’annuncio del Green Deal- e per questo, l’espansione cinese nel green riguarda componentistica (per creare), ingegneria di rete e sistemi di accumulo (per raccogliere), integrazione con logistica e portualità (per commerciare) e controllo di nodi critici (per garantire).
Il Nord Africa può essere letto come un potenziale ponte industriale tra Asia e UE per tre ragioni:
- la sua prossimità geografica ai mercati europei;
- la disponibilità di spazio e, in alcuni casi, condizioni favorevoli per rinnovabili su scala;
- la possibilità di costruire corridoi logistici integrati (porti, zone industriali, interconnessioni).
La posta in gioco non è solo esportare energia verso l’Europa, ma esportare beni prodotti con un mix energetico più pulito (o percepito come tale), riducendo il contenuto emissivo della produzione e quindi migliorando la competitività regolatoria nel mercato UE. Anche in questo caso, Pechino dimostra un impeccabile pragmatismo: nonostante le instabilità politiche dei Paesi del Nord Africa e del Maghreb, la Cina rafforza i propri rapporti sulla base delle proiezioni di efficienza economica, non garantendo un supporto di carattere militare che implementi la sicurezza del Paese, ma promuovendo uno sviluppo dal basso.
Una geoeconomia della transizione, non una semplice “penetrazione”
Concentrarsi su commercio, IDE/contratti e transizione energetica consente di vedere la presenza cinese in MENA come un fenomeno strutturale: non solo espansione quantitativa, ma trasformazione qualitativa dei canali attraverso cui si esercita potere economico. La “BRI verde” e la possibile piattaforma nordafricana verso l’Europa rappresentano, in questa prospettiva, un passaggio cruciale: non perché indichino un abbandono del fossile, ma perché mostrano che la competizione si sposta sulle filiere, sugli standard e sulla capacità di definire le condizioni di accesso ai mercati.
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:

Dello stesso autore:
