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Dimenticatevi i fiumi di pece bollente, i diavoli armati di forconi e i gironi danteschi intrisi di fiamme e disperazione. L'immaginario medievale è francamente superato, un po' troppo drammatico per i gusti tiepidi del nostro secolo. Se esiste un inferno per la società contemporanea, è un luogo molto più subdolo, asettico e, soprattutto, acusticamente insopportabile.
All’inferno ci sono i Pinguini Tattici Nucleari e i putiniani.
A prima vista, l’accostamento potrebbe sembrare un delirio febbrile. Da una parte, gli idoli incontrastati dell’indie-pop italiano all'acqua di rose, portavoce di una generazione che ha sostituito l'ansia di ribellione con la nostalgia per la merenda delle elementari. Dall’altra, i soloni della geopolitica da bar, gli strenui difensori dell'autocrazia moscovita che, dal divano del loro salotto occidentale, pontificano sui presunti mali della democrazia liberale -voglio pensare che a Limonov sarebbe piaciuto questo articolo-.
Eppure, a ben guardare, queste due categorie non sono che le due facce della stessa, svalutatissima moneta: il fallimento cognitivo ed emotivo della nostra società. Sono il sintomo definitivo di un Occidente che, troppo stanco per pensare e troppo annoiato per provare sentimenti reali, ha deciso di arrendersi alla mediocrità.
E il passo successivo è ritrovarsi Mario Giordano in TV che dice anche delle cose giuste. Dove finiremo?
Tornando al nostro inferno, immaginate la scena: siete dannati per l'eternità. Vi aspettate il pianto e lo stridore dei denti, e invece vi accoglie un coro di voci bianche che canta di Ringo Starr, di sfighe quotidiane e di amori adolescenziali talmente banali da far sembrare i fotoromanzi degli anni '70 dei trattati di filosofia morale. La stessa delusione del protagonista sartriano in A porte chiuse.
I Pinguini Tattici Nucleari non sono semplicemente una band: sono la colonna sonora ufficiale dell'ignavia contemporanea. Il loro successo oceanico è la prova tangibile che il pubblico ha abdicato alla ricerca del sublime, del complesso e, più di tutto, del doloroso nell'arte, per rifugiarsi nel comfort rassicurante della mediocrità. La loro musica è l'equivalente sonoro di un ansiolitico ad alto dosaggio: non cura il male di vivere, ma toglie il vivere e lascia il male. È la dittatura della "carineria", un regime dove la massima aspirazione culturale è non disturbare nessuno, galleggiando in un mare di zuccherosa irrilevanza. Preferisco di gran lunga un rapper che inserisce una barra maschilista e che apre un dibattito nel farlo: a che punto è la parità di genere nella mente dei giovani? Un artista ha più responsabilità in quanto artista o personaggio pubblico? Un genere come il rap potrà mai discostarsi da certi stereotipi?
La massima domanda che ti puoi porre ascoltando i Pinguini Tattici Nucleari è se l’ossigeno che usi potrebbe avere uno scopo migliore.
Se l’indie rassicurante addormenta il cuore, nel girone accanto i putiniani si occupano di narcotizzare il cervello. E lo fanno con un grottesco senso di superiorità intellettuale. Il "putiniano d'Italia" è una creatura affascinante. Immerso nei privilegi di una democrazia che gli garantisce la libertà di dire le peggiori castronerie senza finire in un gulag, spende il suo tempo a giustificare chi quelle libertà le sopprime sistematicamente. È il trionfo del "benaltrismo" elevato a dottrina di vita: per non dover affrontare la fatica di difendere i complessi e imperfetti valori democratici, preferisce l'uomo forte, la narrazione complottista, il pensiero dicotomico dove l'Occidente è sempre colpevole e l'autocrate è solo un incompreso difensore dei "valori tradizionali". Come i fan della canzonetta facile rifuggono la complessità emotiva, così l'apologeta di Putin rifugge la complessità storica. Entrambi cercano una scorciatoia.
Ciò che unisce tutto è la rinuncia: la rinuncia all’arte, la rinuncia al navigare nel dolore, la rinuncia al pensare, al leggere un articolo lungo. La nostra società ha fallito nel momento in cui ha smesso di pretendere lo sforzo. Abbiamo creato un ecosistema in cui il conformismo mascherato da indipendenza (sia esso musicale o politico) viene premiato dai logaritmi e dai sondaggi. L'inferno, quindi, non è "gli altri", come diceva Sartre. L'inferno è una sala d'attesa infinita, arredata all'Ikea, dove un altoparlante trasmette in loop canzoni su quanto sia bello essere normali, mentre il tuo vicino di sedia, con l'aria di chi la sa lunga, ti spiega che in fondo i diritti umani non sono una priorità -spero che i Direttori di questo fantastico giornale mi facciano taggare Vannacci su Instagram-.
Se stai leggendo questo articolo non sei morto: fai ancora in tempo a dare un senso alla tua esistenza.
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