3
Nell’episodio introduttivo della rubrica uscito qualche mese fa abbiamo affrontato insieme la figura del centauro nella tradizione storica e mitica, delineando un quadro d’insieme per poter procedere, senza troppe lacune, nell’analisi della figura di Chirone nel XII canto dell’inferno intesa come figura politica.
Il XII canto dell’Inferno, come già sottolineato, costituisce uno snodo strutturale e tematico di primaria importanza nell’architettura morale e narrativa della prima cantica, segnando l’ingresso nel cerchio dei violenti e inaugurando una nuova modalità di rappresentazione della colpa, fondata sulla stretta correlazione tra colpa etica, simbolo mitologico e funzione giudicante. In questo contesto, appunto, si colloca la figura di Chirone, tradizionalmente nota come centauro sapiente e maestro di eroi, che Dante rielabora profondamente, sottraendola alla sola dimensione mitica, per investirla, più o meno a seconda delle varie esegesi, di una precisa funzione dottrinale e politica. Ad ogni modo, lungi dall’essere un semplice guardiano infernale o un elemento decorativo di matrice classica, Chirone appare come una presenza regolatrice, investita di un’autorità che non si limita alla custodia dei dannati, ma si estende alla gestione dell’ordine e all’amministrazione della giustizia all’interno del cerchio. Non solo Chirone, ma tutti e tre i centauri, secondo quanto osserva Fernando Figurelli nella Lectura Dantis Scaligera , sono molto diversi dai tradizionali guardiani dell’inferno, sia nell’aspetto esteriore, sia per la nobiltà d’animo:
«Dante non conferisce loro nulla di mostruoso, di ripugnante e di pauroso; figura e contegno, oltre a non aver niente di demoniaco, sono nobilmente umani, diversamente da tutti gli altri ministri infernali.»
La parola di Chirone è normativa, il suo gesto è deliberativo, il suo ruolo è organizzativo: caratteristiche che, secondo una certa tradizione, lo avvicinano più a una figura magistratuale che a un mostro infernale. In tal senso, la sua collocazione nel sistema infernale non è casuale, ma risponde a una precisa logica simbolica, attraverso la quale Dante attribuisce a determinate creature mitologiche una funzione strutturale: una logica politica. I centauri non solo sono, quindi, guardiani “speciali” del cerchio ma, come si osserva nel commento Bosco-Reggio, protagonisti dell’intero canto, definito da loro «il canto dei centauri»: «sicché questo canto è essenzialmente quello dei centauri: non dunque dei dannati, ma delle belle e sagge figure dei loro guardiani». In parallelo, la stessa considerazione possiamo leggere nel saggio di Fernando Figurelli, che riprende il giudizio di Guido Mazzoni, il quale definì esplicitamente il XII dell’Inferno come «canto dei centauri» nella lettura tenuta nella Sala di Dante in Orsanmichele (Firenze), un evento esegetico importante del 1906 (pubblicato poi in volume presso Sansoni ): 111 Condividiamo perciò l'impressione e il giudizio già raccolti circa sessant'anni fa da Guido Mazzoni, e insistentemente ripresi dei successivi commentatori di questo canto, che esso sia da designarsi come il canto dei centauri. E non per il rilievo che il piacimento dei lettori ha dato all'episodio, ma per il consapevole impegno che Dante vi pose nel costruirlo con tanto fervore e felicità di fantasia e per la serena e addirittura nobile compostezza conferita ai centauri.
Vi è poi, come osserva sempre Figurelli, un paradosso tematico nel contrasto tra la collocazione dei centauri nel girone dei violenti, il quale implica inevitabilmente, secondo le leggi della Commedia dantesca, la personificazione di tale colpa nelle creature, e il simultaneo riscatto di questi mostri da ogni aspetto bestiale e da ogni umana violenza.
Tutto ciò, come poi analizzeremo, ha formato lungo la storia dell’esegesi dantesca una sorta di dicotomia rappresentativa di Chirone: da un lato il centauro raffigura il sommo Maestro, dunque giudice dei violenti e dei tiranni in quanto suo esatto opposto e paradigma politico morale (saggio, meditativo, pacato, riflessivo); dall’altro incarna la personificazione mostruosa della stessa colpa, esempio vivente del peccato e, in quanto tale, ugualmente paradigma politico. Possiamo osservare la centralità di Chirone nel canto e la simbologia che lo qualifica a figura politica grazie a diversi elementi: le caratteristiche fisiche che gli vengono attribuite; i gesti da lui compiuti, che chiarificano la sua posizione nelle gerarchie infernali, in relazione con gli altri centauri e in relazione con Dante e Virgilio; l’intertestualità con la tradizione classica e la simbologia del personaggio nel mito; la conversazione con Virgilio, molto particolare rispetto ad altre intrattenute lungo la cantica con diversi guardiani infernali.
Il gran Chirone: come viene descritto il corpo del centauro da Dante
Le caratteristiche fisiche del centauro godono di una ricchissima tradizione commentaria che, lungo i secoli, ha definito gli aggettivi attribuiti a Chirone e li ha analizzati. In particolare, il centauro viene presentato da Dante come grande («è il gran Chirón» v. 71), riprendendo, come osserva Sapegno , un passo di Stazio nella Achilleide: (Achill., I 195-6; II, 395) dove Chirone è detto l’«ingens Centaurus». Grande, certamente, per imponenza fisica, ma anche per caratteristiche morali, così come scrivono Umberto Bosco e Giovanni Reggio:
«L’aggettivo Grande ha certo anche valore spirituale: per saggezza e per fama» .
L’imponenza del mostro non si trova soltanto nella sua presentazione, ma anche dopo pochi versi, dove viene sottolineata l’immensità della sua bocca: «Quando s’ebbe scoperta la gran bocca» (v. 79). La grandezza del corpo è già un primo elemento di dibattito nella tradizione commentaria. La domanda che gli esegeti si pongono è: queste dimensioni non umane simboleggiano una grandezza di spirito, oppure un deformato corpo diabolico? Se per Umberto Bosco e Giovanni Reggio l’aggettivo gran è simbolo di moralità, come visto in precedenza, per Giancarlo Breschi «rimarca la fisionomia di essere biforme e deforme» . Un altro episodio ci mostra la statura disumana del centauro, ovvero l’immagine di Virgilio confrontata al corpo di Chirone: quest’ultimo è così immenso che il poeta gli arriva soltanto a metà busto, là dove si congiungono la natura umana con quella equina: «E ’l mio buon duca, che già li er’al petto, / dove le due nature son consorti,» (vv. 83-84). Questa immagine ha un preciso significato per Dante e serve proprio per rendere con efficacia l’imponenza fisica del centauro, come si può desumere dal commento della Scaligera:
«E così vivamente ritrae le rispettive proporzioni dei due, l'uno di fronte all'altro, allo scopo di aggiungere risalto e imponenza grande» .
Buti scrive che l’aggettivo grande può essere legato, inoltre, alla costellazione del Sagittario, riprendendo il mito e la transumanazione del Centauro in stelle («fu traslatato in cielo e fatto segno del zodiaco che si chiama Saggitario: e per questa cagione ancor si potrebbe dire che l’autore lo chiama grande») .
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:

