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"È sera ormai. I cancelli sono chiusi, solo le lampare dei capannoni sono accese. Sono qui, solo, nella mia gabbia. Ieri mi è scivolata una zampa e sono rimasto intrappolato nel reticolo della gabbia. La mia zampa sanguina. S'infetterà. Ho paura, tanta paura. Di solito quelli come me li portano via subito. Non ho mai scoperto dove vadano a finire né voglio saperlo. Ho paura. Non voglio che arrivi domani. La zampa mi fa male. Il sangue continua ad uscire e qui è tutto sporco. Ci sono le mosche che girano e mi pizzicano. Che fastidio! Se solo avessero pulito bene le gabbie… già sono piccole…. Mi gira la testa. La ferita perde molto sangue e mi sento svenire. Sono L-2698, non ho altro nome. Domani sarò portato via. Non so dove, non so come. Sono solo un maiale impaurito che spera di essere curato." Il giorno arriva il maiale, insieme a centinaia di suoi simili, viene caricato in uno dei tanti camion che affollano il parcheggio. Lui non lo sa, ma la zampa, quella zampa è l'ultimo dei suoi problemi! Volete sapere che fine fanno quei maiali, oppure polli, mucche? Beh, finiscono nel vostro piatto ovvio! Vi siete mai chiesti come funziona la filiera della produzione di carne in Italia o all'estero? Non vi chiedete mai come un petto di pollo da quasi un chilo da cotto si riduca ad una semplice bistecchina? Non vi ha mai fatto un po' schifo questa cosa? Ogni giorno camion carichi di animali morti solcano le nostre autostrade. Lo fanno per noi, per il nostro sostentamento o almeno così dicono. Che non ci sia qualcosa sotto? Forse qualcosa che ha a che fare con il denaro? In Italia, ogni anno, più di settecento milioni di animali vivono e muoiono senza che nessuno li veda davvero. Sono ombre stipate in capannoni senza finestre, corpi compressi in spazi che non basterebbero nemmeno per un respiro. Non hanno nomi, solo codici stampati su un orecchio o su una caviglia. L-2698 non è un’eccezione: è la regola. È il modo in cui abbiamo deciso che la vita può essere trattata quando non ci riguarda da vicino. E funziona così in tutta l'Europa! Secondo l’EFSA, il 90% dei suini europei subisce mutilazioni senza anestesia. È un dolore silenzioso, amministrativo, previsto dalle procedure. Code tagliate, denti limati, ferite aperte che nessuno cura. Non è crudeltà improvvisa, è routine. È la normalità di un sistema che ha trasformato la sofferenza in un passaggio tecnico, un dettaglio di produzione, un rumore di fondo che nessuno ascolta più. E in mezzo a tutto questo ci sono anche loro, le persone che lavorano in questi luoghi. Uomini e donne che passano le giornate tra gabbie, odori acidi, rumori metallici, corpi che si muovono e corpi che non si muovono più. Non sono mostri, non sono sadici, sono ingranaggi come gli animali che maneggiano. All’inizio qualcuno prova disgusto, qualcuno vomita, qualcuno non dorme per giorni. Poi succede qualcosa di più sottile, più pericoloso: ci si abitua. La mente si protegge, si chiude, si spegne. Si diventa efficienti, rapidi, distaccati. È una forma di sopravvivenza psicologica, perché se sentissero davvero tutto quello che vedono impazzirebbero. Così imparano a non guardare negli occhi gli animali, a non ascoltare i suoni, a non pensare. Anche loro, come gli animali, vengono addestrati a non sentire. È la stessa disumanizzazione, solo applicata a specie diverse. Volete un po’ di dati anche sui nostri amati polli? Quanti palestrati mangiano pollo e broccoli per la dieta? Perché la carne bianca è migliore di quella rossa vero? Ma sapete la storia di quella carne bianca? Il 99% dei polli da carne non vede mai il cielo. Crescono in capannoni illuminati da lampade artificiali, in un tempo accelerato che non appartiene alla natura. I loro corpi si sviluppano così in fretta che un terzo di loro non riesce più a reggersi in piedi, zampe piegate, petti troppo pesanti, ossa che cedono. Non sono animali, sono prodotti spinti al limite, creature che vivono in un corpo che non è stato progettato per sostenerle. Pensate che i polli sono stati resi talmente pesanti da impedire loro l’accoppiamento. Ora, serve per forza di cose l’aiuto dell’uomo, che poi chiamarlo aiuto mi sembra un ingigantire ciò che fanno! Ma come siamo arrivati a questo punto? Come siamo passati da avere il nostro piccolo orticello a comprare tutto già preconfezionato al supermarket? Come abbiamo reso il rapporto tra noi e la natura così artificiale? Un tempo il cibo aveva un volto, un nome, un odore preciso. La gallina che finiva in pentola era la stessa che avevi visto razzolare per mesi nel cortile, il maiale era “il maiale di casa”, cresciuto con gli avanzi, con la crusca, con le mani che lo nutrivano. L’orto era un’estensione della famiglia: pomodori, zucchine, patate, tutto aveva un tempo, un’attesa, una cura. Il cibo non era una cosa, era una relazione. Io ricordo che da piccolo quando vivevo in campagna avevamo qualsiasi sorta di animale! D’estate poi, quando faceva troppo caldo, mio padre montava la piscina e io ci nuotavo insieme alle anatre! Detto ciò, dobbiamo tenere conto che poi arrivò il dopoguerra, e la fame vera lasciò una cicatrice profonda nella psiche collettiva. Gli italiani svilupparono una sorta di ansia del cibo, un bisogno quasi compulsivo di abbondanza. Non bastava più mangiare, bisognava non rischiare mai più di non mangiare. È lì che si apre la prima crepa. Negli anni Cinquanta e Sessanta la modernità entrò nelle case come una promessa, più produzione, più velocità, più carne, più latte, più tutto. La campagna non bastava più, l’orto non bastava più, il maiale allevato in famiglia non bastava più. E allora l’uomo fece ciò che fa sempre quando ha paura, controllò. Organizzò. Standardizzò. Trasformò la vita in un processo. Nacquero i primi allevamenti intensivi. Capannoni al posto dei cortili, gabbie al posto dei prati, numeri al posto dei nomi. Fu una rivoluzione silenziosa, ma devastante. La psicologia collettiva cambiò, il cibo non era più qualcosa che cresceva, ma qualcosa che si produceva, non era più un essere vivente, ma un prodotto, non era più un rapporto, ma una filiera. E quando un animale diventa un numero, la sua sofferenza diventa un dettaglio. E noi a tralasciare i dettagli siamo dei campioni! Negli anni Ottanta e Novanta la globalizzazione accelerò tutto. La carne doveva costare poco, pochissimo, essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre perfetta. Il supermercato diventò il nuovo tempio con scaffali sempre pieni, luci fredde, confezioni trasparenti che mostravano carne senza storia. E noi, psicologicamente, ci adattammo. Per sopravvivere a questa trasformazione, la mente umana fece una cosa semplice e terribile: rimosse. Rimosse l’origine, rimosse la sofferenza, rimosse la vita. È un meccanismo di difesa. Se dovessimo pensare a ciò che c’è dietro ogni bistecca, non riusciremmo più a mangiarla. Così, nel giro di due generazioni, siamo passati dal conoscere ogni animale del cortile al non sapere nemmeno da quale paese arriva la carne che mangiamo, dall’allevare con le mani al produrre con le macchine, da un rapporto diretto con la vita a un rapporto mediato dalla plastica. E mentre noi ci allontanavamo, gli allevamenti diventavano sempre più grandi, sempre più efficienti, sempre più crudeli. Non per cattiveria, ma per logica industriale: più animali, più carne, più profitto. La sociologia lo chiama disumanizzazione funzionale, un sistema che ha bisogno di ignorare la sofferenza per funzionare. La psicologia lo chiama dissonanza cognitiva, ciò che mangiamo non coincide più con ciò che crediamo di essere. La storia lo chiama progresso. Ma è un progresso che ha un prezzo. Un prezzo che non paghiamo noi, ma loro. Gli animali non sono macchine biologiche, non sono ingranaggi programmati per crescere e morire, non sono risorse da contabilizzare. Sono esseri senzienti, e la scienza lo ripete da anni con una chiarezza che non lascia scampo, provano emozioni, riconoscono i volti, ricordano le esperienze, soffrono, si spaventano, si affezionano. E soprattutto capiscono quando qualcosa non va, quando il pericolo si avvicina, quando la loro vita sta per cambiare in peggio. I maiali, ad esempio, hanno un’intelligenza sorprendente, paragonabile a quella di un bambino piccolo, imparano percorsi, risolvono problemi, ricordano chi li ha trattati bene e chi li ha feriti. Se vengono colpiti, evitano per sempre la persona che lo ha fatto, se vengono separati dai loro compagni emettono richiami che hanno la struttura emotiva del pianto, un suono che non è istinto, ma disperazione. Le mucche formano legami profondi, non è retorica, è etologia. Quando una madre viene separata dal vitello, come accade ogni giorno negli allevamenti da latte, muggisce per ore, a volte per giorni, cammina avanti e indietro cercandolo, rifiuta il cibo, alcune smettono di produrre latte per lo stress, altre si lasciano andare. È un dolore che non ha bisogno di essere interpretato, è evidente, è umano nella sua intensità. I polli, che immaginiamo come creature stupide e meccaniche, sono animali sociali complessi, riconoscono decine di individui, hanno preferenze, amicizie, gerarchie, e quando vedono un loro simile soffrire il loro battito accelera, una forma primitiva di empatia che noi fingiamo di non vedere. Eppure, vivono in spazi così stretti da non poter aprire le ali, una privazione che non è solo fisica, ma psicologica, perché impedisce loro di esprimere comportamenti naturali, di essere ciò che sono. Gli animali provano paura, una paura che non è solo istinto, ma consapevolezza. Sanno quando vengono separati dal gruppo, sanno quando vengono caricati su un camion, sanno quando l’aria cambia e l’odore del sangue diventa più forte. La scienza lo chiama stress anticipatorio, la capacità di percepire il pericolo prima che accada, la stessa sensazione che proviamo noi quando entriamo in un luogo che ci mette a disagio. E provano dolore, non un dolore generico, ma complesso che coinvolge corpo e mente, il dolore fisico delle ferite, delle mutilazioni, delle infezioni, e il dolore psicologico della solitudine, dell’isolamento, della privazione. Hanno un mondo interiore, desideri semplici come spazio, luce, contatto, gioco, sicurezza, e paure profonde come la solitudine, i rumori improvvisi, la violenza, l’immobilità forzata. Hanno ricordi, preferenze, personalità. E noi, come società, abbiamo scelto di ignorarlo, di trasformare esseri senzienti in oggetti, di spegnere la loro mente per nutrire la nostra. La psicologia animale ci dice una cosa che fa male ammettere, non sono loro a essere “solo animali”, siamo noi che siamo diventati ciechi. E in tutto questo, oltre a rovinare la vita di milioni, miliardi di animali, roviniamo anche l'ambiente. La FAO calcola che gli allevamenti intensivi producano il 14,5% delle emissioni globali. Più dell’intero settore dei trasporti. Ogni bistecca porta con sé un’ombra lunga, quella di un clima che cambia, di foreste abbattute, di fiumi prosciugati. Non è solo carne! È un pezzo di mondo che si consuma per finire in un piatto. Un esempio perfetto è la produzione di carne bovina. Per ottenere un chilo di carne bovina servono quindicimila litri d’acqua. È una cifra così grande che la mente non riesce a nemmeno contenerla. È come se ogni bistecca fosse immersa in un lago invisibile, un lago fatto di ettolitri d’acqua e sangue. Lo stesso sangue che noi chiediamo in cottura al ristorante macchia gli sportelloni dei camion, viene spruzzato via dalle botole di abbattimento. Ora vi fa un po' schifo? O aggiungiamo altro? Vogliamo parlare della salute pubblica? Perché anche quella è interessata. Il 70% degli antibiotici europei finisce negli allevamenti. Non per curare, ma per permettere a milioni di animali di sopravvivere in condizioni che li farebbero ammalare in poche ore. È un paradosso feroce: usiamo farmaci preziosi per mantenere in vita un sistema che ci sta rendendo più vulnerabili. L’OMS lo ripete da anni, la resistenza agli antibiotici è una delle prime minacce globali. Eppure, continuiamo a ignorare il legame tra ciò che mangiamo e ciò che rischiamo. Quindi abbiamo creato tutto questo per stare meglio e lo abbiamo fatto così bene che ora ci stiamo ammalando! La politica poi non poteva non mancare no? Ormai tutto è politica. Il WWF denuncia che l’80% dei fondi agricoli europei finisce nelle mani delle grandi aziende intensive. È la politica che decide chi deve prosperare e chi deve scomparire. E da anni, la politica ha scelto di finanziare la crudeltà, non la sostenibilità. Non è il mercato a guidare questo sistema ma sono le scelte di chi governa. Quindi la riflessione ora è obbligatoria. Cosa ci permette di essere così crudeli e spensierati allo stesso tempo? Perché un capannone pieno di polli non ne ricorda uno pieno di ebrei? Certo nessuno mangiava gli ebrei ma la crudeltà in fondo è la stessa. Perché non ci ricordiamo più spesso che facciamo parte di questo mondo e che non ci è stato regalato? L-2698 è un monito, un esempio di un essere vivente che soffre le pene dell'inferno per finire in una grigliata di metà agosto. Da belli sbronzi fatevi questa domanda: e se al posto loro ci fossero i vostri figli? Se fossero le vostre figlie a dover fare latte per tutti come la prendereste? Continuiamo a chiamarla natura, questa cosa che abbiamo ridotto a fabbrica. Ma la natura non dimentica, e prima o poi ci presenta il conto. Io un pensierino ce lo farei!
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