IL FOGLIO E GIULIANO FERRARA
Circa, sessanta milioni. Per anni, ci siamo abituati a questa cifra come quella indicante il numero dei nostri concittadini. Per i più eruditi, sessanta milioni è anche il numero, stimato, di persone morte a causa dell’intero secondo conflitto mondiale (pulizie etniche e purghe staliniste incluse). Comunque, i soldi non sono persone. Quindi, meglio uscire dal paragone demografico e da qualunque (più o meno patetico) tentativo di innestare in questo incipit una discreta dose di suspence. E, quindi, diciamo pure che si sta parlando dei contributi pubblici, in euro, ricevuti, dalla sua fondazione nell’ormai lontano 1996 ad oggi, dal quotidiano Il Foglio.
Una bella sommetta, soprattutto se raffrontata al pubblico cui il giornale, per stessa ammissione del suo padre-padrone, Giuliano (l’apostata) Ferrara, si rivolge. Un pubblico esiguo, composto perlopiù da chi, all’epoca (l’ormai lontano 1996) vedeva di buon occhio Berlusconi senza per questo nascondere una buona dose di disprezzo per i suoi interlocutori politici, in primis Lega e Alleanza Nazionale (ora, Fratelli d’Italia). Per chi mastica un po' di politichese, lo si potrebbe definire il giornale delle ‘’larghe intese’’ ante litteram, ovvero uno spazio, una piattaforma, nata per riunire i vari riformisti, o centristi (a seconda dell’opinione che si ha a riguardo del cerchiobottismo politico) eredi perlopiù della tradizione di quelli che, durante la prima repubblica, venivano definiti ‘’partiti laici’’: socialisti, liberali e repubblicani.
Non è un caso, dunque, che tra gli azionisti della prima ora il giornale annoverasse, fra gli altri, anche Veronica Lario, all’epoca ancora fedele moglie dell’infedele marito, così come affatto casualmente fece il suo ingresso un altro pezzo grosso di Forza Italia noto per le sue simpatie ‘’centriste’’: Denis Verdini. E già a questo punto, penserà qualcuno, si è un poco chiarita la questione dei finanziamenti: Il Foglio ha sempre avuto amici importanti, si dirà. E questo è senz’altro vero: da Berlusconi a Renzi, il giornale ha sempre coltivato una strategica vicinanza all’establishment che, assieme alla difesa di una linea politica di cauto riformismo, può tranquillamente venire annoverata tra le ragioni sociali della ditta. Basti pensare che, tra le numerose campagne politiche promosse dal quotidiano, specie a ridosso della sua nascita, vi furono quella a favore dell’intervento occidentale in Iraq (seconda guerra del Golfo) e una, a dire poco anacronistica, battaglia per l’abolizione dell’aborto legale (2007).
Del resto, sarebbe stato impossibile attraversare decenni di berlusconismo militante senza sporcarsi le mani. Senza considerare poi, come del resto già è stato insinuato, che i finanziamenti pubblici vengono elargiti con più generosità laddove il potere politico di turno li indirizza. E se a questo quadro, dalle tinte più o meno fosche, si aggiungono quelle tirate lunghissime e un po' logorroiche di Travaglio sulla perenne tendenza agli ‘’inciuci’’ sviluppatasi tra centro-sinistra ‘’dalemiano’’ e centro-destra ‘’berlusconiano’’ all’inizio del millennio (per chi voglia, si trovano comodamente su youtube) ecco che Il Foglio ci si presenta come lo strillone del peggiore trasformismo politico all’italiana. O, per dirla con parole care al sopraccitato Travaglio, un giornale della casta, letto dagli addetti ai lavori, sempre attento alle beghe ministeriali e completamente allergico alla ‘’questione morale’’ perennemente sventolata da Travaglio e i suoi.
E, sicuramente, è stato anche questo. Allo stesso tempo, però, occorre capovolgere la prospettiva: se fino ad adesso abbiamo descritto il giornale, seppure a grandi linee, lasciando il nome e la figura del suo fondatore sullo sfondo, ora tocca descrivere il suo fondatore, lasciando sullo sfondo il resto. Giuliano Ferrara, figlio di un uomo d’apparato del partito comunista, nasce a Roma nel 1952 e dopo un’infanzia trascorsa al seguito del padre a Mosca (anch’egli giornalista, lavorava lì come corrispondente), si dedica all’attivismo politico. Ovviamente, tra le fila dei comunisti, tra i quali ha l’occasione di conoscere altri volti noti dei primi anni duemila, tra cui Bertinotti, col quale collabora. Ad un certo punto, però, la conversione o, come avrebbe malignato qualcuno, l’apostasia: ecco, quindi, che Giuliano diventa l’apostata. Egli passa infatti dai comunisti ai socialisti, in tempi nei quali gli uni erano guidati da Berlinguer e gli altri finanziati da Berlusconi (semplificazioni, ovviamente, ma rendono l’idea). Un cambio che, all’epoca, appariva netto e radicale, soprattutto poiché esso rappresentò, nei fatti, una completa rottura col suo passato. Quindi la carriera televisiva, Mediaset, nella quale, grazie a un’ironia brillante e dissacrante unita al gusto del paradosso, una profonda cultura e, non ultima, l’amicizia dell’editore, si ritagliò una discreta posizione.
Come gli altri dipendenti Mediaset, o perlomeno quelli ‘’spendibili’’ nell’agone politico, si trovò invischiato nella discesa in campo berlusconiana del ‘94. Ne uscì tenendo fra le mani l’ambito trofeo di ministro. Questa esperienza nel primo governo Berlusconi resterà, comunque, la sua ultima esperienza diretta in politica. Di lui si inizia già a dire che è molto intelligente, e altrettanto spregiudicato. Anche a causa del suo definirsi ‘’ateo cattolico’’, lo si paragona a un untuoso prelato rinascimentale. Siamo dunque tornati al punto di partenza, a quel 1996 nel quale Il Foglio vide la luce? Si, ma a questo punto si dovrà pure tirare le somme di un’esperienza che, seppur marginale, è in grado di rendere conto a noi contemporanei di una pagina di storia di questo paese. Difatti è impossibile non chiedersi come è stato possibile trasformare un più che ortodosso aspirante funzionario del più-grande-partito-comunista-dell'-Europa-occidentale (nonché figlio d’arte o, come dicono in Cina, ‘’principe rosso’’) in un instancabile e incoercibile berlusconiano di ferro?
Sarebbe comodo rispondere che fu l’arrivismo, o l’ambizione, o l’egoismo, o qualunque nome si voglia dare alla sfrenata volontà umana (che nel caso dell’uomo in questione, è pari quantomeno alla sua sfrenata fame). Ma la risposta potrebbe essere più complessa: e se fosse, questa disillusione cristallizzata in cinismo, esito scontato così del Foglio come della parabola umana di Giuliano Ferrara, nient’altro che lo specchio di un’Italia che, risvegliatasi all’improvviso da quel Novecento che l’amico (di Ferrara) Fausto Bertinotti definì ‘’grande e terribile’’, non seppe trovare di meglio che aggrapparsi al papa, agli Usa, alle recensioni postume di Arbasino e agli spot di Berlusconi per sfuggire alla monotonia di una post-ideologia che offriva mille risposte senza più avere la forza di stimolare la domanda per eccellenza: e adesso che facciamo?
Oggi, il quotidiano – che dal 2015 è diretto dall’enfant prodige allevato da Ferrara, Claudio Cerasa – alterna endorsement al centro europeista e ‘’liberale’’ (attualmente il termine più abusato nella politica italiana) con moniti a Forza Italia affinché tenga fede alla memoria del suo fondatore. Insomma, ancora oggi Il Foglio resta il giornale dell’Italia più gattopardescamente attaccata al suo trasformismo. Si fa il tifo per Draghi, o per la Salis, o per Meloni, ma solamente quando quest’ultima è allineata con Tajani e il suo partito. Le copie crollano, la capacità di incidere nell’opinione pubblica pure ma, bisogna riconoscere, il giornale può comunque vantare alcune eccellenze. Da sempre, si parla di politica estera non soltanto allo scoccare di crisi, guerre o epidemia, così come si parla di Vaticano non soltanto in occasione di un concilio e di letteratura non soltanto quando muore un autore. Purtroppo, più calano le copie e più Il Foglio è destinato a restare in balìa degli azionisti, dei pochi inserzionisti rimasti e, soprattutto, del generoso finanziamento pubblico al settore.
All’ultima ‘’festa dell’ottimismo’’, il festival annuale del giornale (curioso nome per un quotidiano in perenne crisi), hanno sfilato i leaders del centro – o meglio, dei centrini - più o meno europeisti, alternandosi a vecchie glorie della seconda repubblica, come il lidér Maximo D’Alema. Alle spalle degli ospiti, un pannello di sponsor denso di nomi noti: Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane, Eni, Enel, Conad, EssilorLuxottica...e la lista continua. Forse, finalmente l’ottimismo si spiega…
IL MESSAGGERO, OVVERO IL SIGNOR CALTAGIRONE
Il Messaggero, fondato a Roma l'8 dicembre 1878 dal milanese Luigi Cesana (all'epoca solo ventisettenne) e dallo spezzino Baldassarre Avanzini (già fondatore de Il Fanfulla a Firenze), rappresenta una delle testate più importanti della storia del giornalismo italiano (secondo dati del 2020 è l’ottavo giornale più letto d’Italia) e, incontestabilmente, il giornale più letto nella capitale d’Italia.
Sarebbe lunghissimo, per chi scrive ma anche per i nostri lettori, stare dietro alla lunga storia di questo giornale; ma, per risparmiare tempo, faremo cominciare la nostra storia nel giugno del 1996, quando il costruttore e uomo d’affari romano Francesco Gaetano Caltagirone compra il quotidiano di Via del Tritone.
Ma, prima di tutto è necessario chiedersi una cosa: chi è Francesco Gaetano Caltagirone?
Il Nostro ha costruito il suo impero partendo da Roma negli anni Sessanta, insieme ai fratelli Edoardo e Leonardo, ricostruendo l’azienda di famiglia dopo la scomparsa del padre. In un’epoca di rapida espansione urbanistica, l’impresa realizza abitazioni per decine di migliaia di famiglie. "Un romano su tredici vive in una casa costruita da noi", dirà con orgoglio anni dopo.
Il passo decisivo arriva negli anni Ottanta con l’acquisizione del gruppo Vianini, seguita nel 1992 dall’acquisto di Cementir, allora cementificio di Stato. Cementir, oggi guidata dal figlio Francesco Jr., diventa una multinazionale attiva in Europa, Asia e Turchia. Parallelamente, nel 2000, nasce Caltagirone Editore, quotata in Borsa Italiana, a conferma della volontà di diversificare gli investimenti. La famiglia è coinvolta in prima linea nella gestione del gruppo: Francesco Jr. guida Cementir, Alessandro si occupa del comparto immobiliare e siede nel CDA di Acea (una delle principali multiutility italiane quotate in borsa, attiva nella gestione del servizio idrico, distribuzione di energia elettrica, illuminazione pubblica e vendita di gas e luce), mentre Azzurra, vicepresidente della holding, è attiva soprattutto nel settore editoriale.
Negli anni il Pater Familiae è diventato, nel mentre, vicepresidente di MPS e membro del CDA di Assicurazioni Generali, ma ha anche dovuto affrontare procedimenti giudiziari: Il 31 ottobre 2011 viene condannato dalla prima sezione del Tribunale di Milano a 3 anni e 6 mesi di reclusione per insider trading e ostacolo alle funzioni di vigilanza nel processo sulla tentata scalata di Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro nel 2005, nell'inchiesta che lo vedeva imputato insieme all'ex Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio e a Giovanni Consorte, condannati alla stessa pena. Ma, Il 6 dicembre 2013 è stato assolto dalla terza sezione penale della Corte d'appello di Milano, insieme alle altre persone coinvolte nel tentativo di scalata alla Bnl di Unipol del 2005, in quanto il fatto non sussiste.
Nel 2025 Caltagirone è tornato protagonista del panorama economico italiano per il ruolo decisivo che sta giocando nel complesso scacchiere bancario e assicurativo nazionale. In questa fase, è coinvolto in tre partite cruciali: lo scontro su Mediobanca, la difesa di Banca Generali e la crescente influenza su Generali, colosso delle assicurazioni.
Ma, oltre al risiko bancario, Caltagirone ha colpito anche nel mondo dell’informazione economica. L’11 giugno 2025, la sua holding VM2006 ha raddoppiato la partecipazione in Class Editori, portandola al 5,1%. Si tratta del gruppo che edita testate simbolo del giornalismo finanziario italiano, come Milano Finanza e Italia Oggi. La mossa ha provocato l’uscita polemica dell’amministratore delegato Marco Moroni e viene vista come un ulteriore tassello della strategia d’influenza del costruttore romano.
Oggi la Caltagirone Editore controlla già sei quotidiani: il Messaggero, il Mattino di Napoli, il Gazzettino di Venezia, il Corriere adriatico, il Quotidiano di Puglia e Leggo. Peccato che, a causa delle vendite di queste testate, i conti della casa editrice, nell’anno 2020, abbiano registrato un rosso di 44 milioni di euro.
In molte occasioni, inoltre, la stampa non ha mancato di rilevare possibili conflitti d’interesse tra la libertà d’informazione dei giornali del gruppo e la posizione del suo editore, personaggio influentissimo nella vita finanziaria e quindi politica italiana.
Facciamo un esempio: la figlia Azzurra, dal 1998 al 2015, ha avuto una relazione sentimentale e matrimoniale con l’ex Presidente della Camera e leader dell’UDC Pierferdinando Casini. Da questa unione sono nati Caterina (2004) e Francesco (2008). Qualcuno potrebbe dire: ma perché la vita privata della figlia di Caltagirone dovrebbe avere rilevanza pubblica?
In primis perchè ella è nel CDA di ogni società editrice del gruppo Caltagirone, quando non la presiede direttamente: è amministratrice delegata di IL MESSAGGERO S.p.A., è nel consiglio de IL MATTINO S.p.A., presiede IL GAZZETTINO S.p.A., la CORRIERE ADRIATICO S.r.l., la QUOTIDIANO DI PUGLIA S.r.l., la LEGGO S.r.l., la STAMPA ROMA 2015 S.r.l., la STAMPA NAPOLI 2015 S.r.l., la SERVIZI ITALIA 15 S.r.l., la STAMPA VENEZIA S.r.l., la PIEMME S.p.A., mentre è amministratrice unica di CED Digital & Servizi S.r.l.
E questa collezione di poltrone, che farebbe invidia a Divani&Divani, ha delle conseguenze sulla stampa, facciamo qualche esempio.
In data 21 febbraio 2006 tutti i grandi giornali «aprono» con l’appello di papa Ratzinger contro le violenze di matrice religiosa (dopo le sanguinose rivolte antioccidentali esplose in vari paesi arabi contro le vignette su Maometto pubblicate da un giornale danese) e per il rispetto di tutte le religioni e dei loro simboli. Tutti tranne uno: «Il Messaggero», che ha in serbo ben altro scoop: una dichiarazione in esclusiva mondiale del genero dell’editore. Sua Santità è declassata in seconda posizione:
«Casini: “Salviamo l’identità cristiana”»
Ma non è l’unico esempio possibile: nella drammatica notte elettorale del 10 aprile 2006, con il testa a testa Prodi-Berlusconi sul filo di lana, il direttore del «Messaggero» Roberto Napoletano viene sorpreso da Striscia la notizia in un imbarazzante «fuori onda» mentre parla al telefono con un pezzo grosso dell’Udc che vuol sapere quale spazio verrà dato al partito di Pierferdinando Casini. Da quel momento, come tarantolato, Napoletano comincia a tempestare i suoi collaboratori perché il genero del padrone abbia il piedistallo che merita in prima pagina. Ancora non si sa chi ha vinto le elezioni, se a Palazzo Chigi tornerà Berlusconi oppure salirà di nuovo Prodi, ma Napoletano ha occhi e orecchi solo per l’Udc (che, per la cronaca, ha totalizzato il 6,7% dei voti). «Da qualche parte dobbiamo far venire fuori questa roba dell’Udc, ricordatevelo anche voi, non posso mica fare tutto io. Basta un niente...», raccomanda tutto agitato. Richiama l’emissario UDC: «Volevo dirti che dentro ho fatto fare una valanga di commenti ai nostri editorialisti, dove tutti sottolineano i valori moderati dell’Udc. Comunque abbiamo fatto: “L’Udc raddoppia i consensi, vicino al 7 per cento”, questo è il titolo dentro...». E, non contento, torna a martellare la redazione: «Ho solo un’esigenza, questa Udc mettetela un poco meglio, vorrei mettere meglio che esplode l’Udc, se no domani...». Missione compiuta. L’indomani il titolo di apertura del «Messaggero» squilla testualmente: «Exploit dell’Udc. Bene Ulivo e FI».
Ma ora occupiamoci direttamente del padre di Azzurra: Francesco Gaetano.
Passano dieci anni, ma la situazione non sembra migliorare: è Il 24 marzo 2016 e il Messaggero spara in prima pagina: “Il caso Acea. La Raggi parla e i romani perdono 71 milioni”. L’articolo sostiene che, “dopo le imprudenti dichiarazioni della candidata-sindaco, le azioni Acea crollano del 4,7%. Bruciati 142 milioni. Il danno maggiore è per il Campidoglio, azionista al 51%”. E mette in guardia i lettori dal pericolo che diventi sindaco una tizia che pronuncia “parole demagogiche e irresponsabili”, di cui “non comprende assolutamente la portata distruttiva”, un’ignorante “inesperta” che non sa che le società quotate hanno l’“unico scopo di realizzare quei profitti che a lei fanno sorridere”, una “candidata che non ha nessuna esperienza amministrativa o finanziaria” e “parla senza rendersi conto dei danni che fa, quando ancora non è eletta”. Figurarsi “che succederà se diventerà sindaco”. Ma chi sono gli altri azionisti di Acea, oltre al Comune?
Si scopre che il socio principale, col 15,8%, è Francesco Gaetano Caltagirone, cioè l’editore del Messaggero. Ma cosa ha detto di così devastante la Raggi? Il 20 marzo, intervistata da Maria Latella su Sky, ha preannunciato che, se diventerà sindaca, “cambierò il management di Acea”, oggi “composto da un’accozzaglia di nomi in gran parte scelti da Caltagirone con il lasciapassare del suo amico Renzi”. Al segnale convenuto del Messaggero, gli uomini di Renzi si scatenano a tweet unificati in difesa di Francesco Gaetano, con l’hashtag #raggiamari. Roberto Giachetti: “Si candidano a governare Roma ma pensano di giocare a Monopoli. 71 milioni persi per una frase di #raggi su Acea. Dilettanti allo sbaraglio”. Stefano Esposito: “Le dichiarazioni di Raggi su Acea sono una strabiliante dimostrazione, nel migliore dei casi, di incapacità personale e della maniera pressapochista con cui i 5 Stelle pensano di gestire il bene pubblico”. Matteo Orfini: “Frasi a caso e incompetenza: la Raggi parla di Acea e fa perdere ai romani 70 milioni di euro. Un pericolo pubblico a cinque stelle”. I deputati del Pd Ranucci, Astorre, Cirinnà e Sposetti presentano financo un’interrogazione parlamentare al loro governo invocando “un intervento di Consob per valutare i danni causati dalla candidata M5S all’Acea, ai cittadini romani e al tessuto produttivo della Capitale”. Ora, se anche fosse vero che le parole della Raggi avessero fatto crollare il titolo Acea, non ci sarebbe nulla di scandaloso: ogni candidato sindaco ha il dovere non di occuparsi di Borsa, ma di comunicare prima del voto cosa intende fare delle società partecipate dal Comune. In ogni caso, tra le parole della Raggi e l’andamento del titolo Acea non può esserci alcun nesso. L’intervista è di domenica 20 marzo (a mercati chiusi), mentre il crollo in Borsa è di mercoledì 23: difficile che in Piazza Affari se ne stiano per ben tre giorni a compulsare le frasi di una candidata prima di organizzare la fuga dal titolo. Che, al massimo, sarebbe dovuto crollare il lunedì 21 alla riapertura delle contrattazioni. Invece è calato il 23 e si è ripreso il 24 di 1,19 punti. Ma soprattutto: il calo non è costato un euro al Comune né tantomeno ai “romani”: a meno che non abbiano venduto azioni di Acea proprio in quei giorni. Quindi, casomai, a perdere soldi è stato solo il compagno Caltagirone.
Per l’ultimo esempio è necessario fare un ulteriore salto temporale di 10 anni: il Sole 24 Ore nella metà di gennaio del 2026, esce con questo titolo: “Metro C: a Webuild contratto da 776 milioni per la Tratta T1”
Ma, se la Metro C di Roma, e i suoi eterni cantieri, sono da 20 anni il monumento eretto da governi e sindaci a Caltagirone, come è possibile che la WeBuild di Pietro Salini si sia permessa di fare uno sgarbo così grande all’ottavo re di Roma?
La rabbia del Nostro s’è tradotta in un pezzo uscito il 16 gennaio in prima pagina sul Messaggero, dal titolo: “Pietro Salini, ‘l’ometto’ che si mette al centro di tutto”. In pratica Salini, subentrato in una quota dell’appalto Metro C solo perché ha rilevato la fallita Astaldi, “si atteggia a ‘fantuttone’, quando invece a fare sono gli altri”, uno che “entra in scena come se il cantiere fosse il suo, come se il consorzio fosse il suo, come se il successo nell’appalto fosse il suo” e invece è solo “subentrato”. “Si trasut e spighetto e ti si mis e chiatto (“Sei entrato magro (o sottile come una spiga) e ti sei messo comodo")”, spiega Il Messaggero, in napoletano, al romano Salini.
Vedendo tutte queste levate di scudi in difesa del padrone, mi viene in mente un’espressione di Umberto Eco:
“I giornali sono il bollettino di un gruppo di potere che fa un discorso a un altro gruppo di potere”.
© Punto e Virgola
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