BUDDHA, ORIENTALISMO E MENOPAUSA.
Dai tempi di Erodoto e dei suoi proverbiali egizi (che si comportavano al contrario dei greci), ci siamo abituati a vedere nell’Oriente l’altra faccia della medaglia. Il rovescio della nostra medaglia. E, quindi, se noi siamo la ragione, ad Est alberga la follia. Se noi siamo il progresso, lì ci deve essere sottosviluppo. E, infine, se ad Occidente si parla e si scrive, in Oriente si medita tacendo. Furono gli esicasti, monaci bizantini, che intorno al XII secolo portarono fra noi, latini e greci, quella curiosa pratica di preghiera. Essa giunse assieme a nuovi antichissimi racconti, tra cui una storia, o una leggenda, di un giovane principe indiano. Nel mondo greco-bizantino, quella leggenda si colorò di tinte mitiche, fino a divenire conosciuta come ‘’La storia di Barlaam e Ioasaf’’, modesta agiografia di un altrettanto modesto santo, destinato ad occupare un modesto posto nel vasto calendario liturgico ortodosso. Ma noi sappiamo che quella storia, ben conosciuta dai monaci che facevano voto di silenzio, altro non era che la storia di Buddha.
Poi, nei secoli successivi l’Europa ebbe giusto il tempo di digerire l’eredità classica venuta alla luce tra l’autunno del medioevo e l’alba del Rinascimento. Quindi, i tedeschi: fra tutti, Schopenauer, il più propenso a riconoscere ad un pur vago ‘’Oriente’’ la superiorità etica che l’Occidente pareva avere smarrito. Si entrò dunque, e proprio passando dalla Germania di Bismarck, col congresso di Berlino (1884), nell’epoca dei colonialismi. E il fardello dell’uomo bianco non contemplava solo la presa in carico delle risorse materiali dei paesi occupati, ma anche, e soprattutto, di quelle culturali. I primi esperti di sanscrito, del resto, furono proprio funzionari dell’amministrazione coloniale britannica in India. Ovviamente, l’impatto con l’altro non destò solo l’interesse del cinico Schopenauer o di qualche compassato lord inglese, ma fornì il destro alle più svariate riletture di tali tradizioni ‘’orientali’’. Che fosse di Cina o di India che si parlava, di Taoismo o di templi shintoisti, l’Oriente era sempre, immancabilmente, l’altro. ‘’The dark side of the moon’’, insomma, citando i Pynk Floyd, si ritrovò a essere l’Oriente nell’immaginario collettivo europeo. Così come il rovescio della nostra religiosità, così barocca e, a tratti, ostentata, ci parve essere quella diffusa, specialmente, nel subcontinente indiano. Edward Said, uno studioso palestinese-britannico, ha dato un nome a questa gigantesca appropriazione culturale che è poi, anzi tutto, svilimento e mercificazione, quasi che si potesse ridurre millenarie civiltà al rango di raccolte di cineserie destinate ad abbellire le ‘’camere delle meraviglie’’ di ricchi viaggiatori europei col fascino dell’esotico: Orientalismo.
A questo punto, ormai nella contemporaneità, non possiamo che accennare ai Beatles, e al loro ‘’passage to India’’, affatto diverso da quello di Kipling ed eppure, per certi aspetti, così simile. Furono i Fab Four, difatti, a sdoganare quel fenomeno, correlato in generale alla così detta ‘’Beat generation’’, che fu il proliferare dei culti New Age. Esiste tutta una bibliografia sul tema, particolarmente gustoso Mao II di DeLillo. Ad ogni modo, gli Stati Uniti si sono subito (cioè negli anni 70’) ritrovati invasi di Guru, rituali, incensi, fumi e strani termini che anziane signore del Kentucky presero a balbettare tra una puntata di Dinasty e l’altra. In Italia, furono gli 80’ della Milano da bere a introdurre anche da noi, assieme alle acconciature ‘’Afro’’ e alle tute da pilates acetate, tutto quel corredo di campane tibetane e bandiere colorate che, ancora oggi, fa capolino nelle case di molte persone.
Molte, si, ma non moltissime, e pare proprio che sia diventato facile individuare le categorie nostrane più propense ad abbraciare queste forme di religiosità venate di esotismo. Generalmente donna (ma non sempre), abbondantemente sopra i quaranta (ma non per forza) e, soprattutto, (e vale per ambosessi) appassionata lettrice di Carrère (tiene sempre una copia di ‘’Yoga’’ sul comodino, sia mai arrivino le temibili vritti a turbare i lieti sonni!). Così mi figuro – e non devo fare un grosso sforzo, mi basta tenere a mente nomi e cognomi di chi conosco già...- l’adoratrice (o adoratore) del recondito Oriente. La vedo (o, lo vedo) con le sue carabattole, i suoi ceri e le sue litanie tutte tese a costruire il vuoto interiore. E non è una bella immagine, di sicuro non infonde speranza. Non siamo ai livelli della Marchi e del suo mago Do Nascimento, coi numeri del lotto e le piume di struzzo agitate a mo' di amuleto, ma comunque si tratta di qualcosa di altrettanto patetico. Il discrimine fondamentale è rappresentato dal fatto che, almeno generalmente, i santoni e/o guru orientali si offrono e offrono i loro saperi decisamente più a buon mercato di quanto facessero le Marchi, e con più discrezione. Resta il fatto che si gioca con la credulità delle persone. Persone che sono, a mio modo di vedere, quantomeno complici, esattamente come coloro che furono truffati dalla Marchi. E, quindi, in ogni epoca e ad ogni latitudine, ‘’i coglioni vanno inculati’’? Può darsi, però credo sia più interessante spendere due parole su quelli che gli storici francesi definirono ‘’i trenta gloriosi’’, ossia gli anni che vanno dal 1945 al 1975 che, in Europa Occidentale almeno, hanno rappresentato un balzo in avanti nelle condizioni materiali di vita probabilmente mai verificatosi prima, nelle stesse proporzioni quantomeno.
Abbiamo infatti visto che fu proprio in quel periodo di ingenuo ottimismo, pieno di voglia di lasciarsi alle spalle il passato di miseria e, diciamo pure, di altari e madonne che lacrimano a ciclo continuo, che fecero il loro ingresso le nuove credenze. Allo stesso tempo, quello fu un periodo abitato da persone che, nella maggior parte dei casi, tutto erano fuorché pronte a gestire la complessità di un mondo nuovo. Erano venuti meno, o stavano venendo meno, i presupposti morali della società, con il ‘68 operaio e studentesco, il Concilio Vaticano II e il processo di integrazione europea. Sembrava davvero che la Storia con la ‘’esse’’ maiuscola si preparasse a lasciare definitivamente il vecchio continente. E a mano a mano che il paniere dei consumi si riempiva, si svuotavano sempre più le vecchie e le nuove idee, religiose o politiche, che quello stesso cambiamento avevano messo in moto, a volte, addirittura, secoli prima. E così milioni di persone si trovarono improvvisamente con la pancia piena, senza più nessun Dio da ringraziare per questo (dopo millenni passati a ringraziare in anticipo con scarsi risultati...). Impossibile, dal mio punto di vista, non vedere tra l’arretrare dei vecchi stili di vita e l’affacciarsi delle nuove credenze, una causalità che va ben oltre la semplice correlazione.
E, quindi, bisogna dare un ruolo storico all’ingresso del fenomeno ‘’New Age’’ nelle nostre società (evitando di ridurre il tutto, dunque, alla credulità dei nostri simili)? Forse, sì. Così come, del resto, si cercò un senso nel giardino di Epicuro, un senso che andasse al di là dei precetti, per cercare di comprendere gli atteggiamenti di tutta una serie di generazioni che, in un mondo ellenistico e poi romano, avevano perduto le vecchie idee legate al pantheon classico e alla poleis indipendente per aprirsi, all’interno della cornice greco-romana, alla contaminazione di nuovi influssi. E, se è vero che dal crogiuolo religioso ellenistico e, poi, tardoantico, prese le mosse quello che noi ora conosciamo come cristianesimo (ma anche l’Islam affonda nello stesso terreno), che sia proprio questa che viviamo l’epoca propizia all’apparire di una nuova religione, capace di sintetizzare le più diverse e disparate sensibilità che si sono venute a formare nel genere umano? Attendiamo, consolandoci col fatto che anche Heidegger ventilò questa ipotesi. Di certo, qualora un nuovo culto universale, almeno nei suoi propositi, dovesse nascere, esso non potrà certo prescindere dalla, quella sì, universale storia di un giovane principe indiano.
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