“Il femminicidio non esiste, non c’è distinzione di nessun tipo quando qualcuno viene ucciso.” È così che Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, si definisce contrario alla distinzione tra uomo e donna negli omicidi. Chiede parità.
Ma per affermare tali posizioni, il generale ha riflettuto? A quanto pare questo non importa, il popolo deve essere preso di pancia. L’importante è ad oggi saper fare populismo: conoscere i propri seguaci, parlare senza troppi giri di parole, non rimuginare su quanto detto. Senza generalizzare, gli elettori di Futuro Nazionale hanno fame di valori consolidati, irremovibili, millenari; in un mondo in continua evoluzione, l’uomo ha bisogno della fede, e l’italiano nostalgico dei tempi neri ha bisogno di Roberto Vannacci.
Vorremmo porre luce su un aspetto: la politica è tale perché lo decidiamo noi, ma dietro di essa cosa c’è? Se un funzionario politico ha l’audacia di ammettere pubblicamente che una manifestazione estrema di una violenza di genere strutturale e sistematica non esista, è un illuminato incompreso o semplicemente sa di avere le spalle coperte? Vannacci non ha bisogno di una quantità spropositata di lettori che lo difendano, gli basta la cultura italiana naturalizzata.
Uno dei pilastri della “naturalizzazione” è la cosiddetta “famiglia naturale”. Se si conducessero studi antropologici di primo livello, si saprebbe che parliamo dell’ossimoro per eccellenza: non esiste concetto più strutturalmente e culturalmente artificiale come la famiglia. Parliamo di un insieme di pratiche che definiscono un individuo in quanto parte di un certo contesto sociale, e che permette allo stesso di definire il suo status. Questa definizione, la più generica, non si accenna all’immutabilità o sacralità di alcun tipo. Non esistono concetti universalmente accettati.
Come si spiega alle menti conservatrici che esistono scienze pronte a sfatare qualsiasi dogma culturale tramandato da secoli? Rielaborando il concetto della politica e annullando il populismo.
Quando viene sminuito e reso vano un tema come il femminicidio, lo si fa per elettori che bramano questo tipo di schiettezza. Se si ha questo, non c’è motivo di fermarsi, studiare e riflettere.
Di fronte a tali dichiarazioni, alcuni dei familiari di vittime di femminicidio hanno risposto, reagendo con grande disappunto davanti alla mancanza di rispetto perpetrata dal generale tramite le sue dichiarazioni.
“Femminicidio e omicidio sono ben diversi. Porti rispetto per mia figlia e per le altre donne che per colpa di un uomo non ci sono più” queste le parole di Flamur Sula, padre di Ilaria Sula, la studentessa di ventidue anni uccisa lo scorso anno a Roma dall’ex fidanzato e trovata in una valigia abbandonata in un dirupo a ridosso di una strada provinciale “le leggi devono essere severe per chi fa del male alle donne. Solo chi passa può capire cosa vuol dire, parlare per gli altri è troppo facile”.
“È un’ingiustizia inaccettabile che il suo “no” le sia costato la vita per mano di un “maschio” che ha confuso il rifiuto con un diritto di possesso” così ha aperto il suo intervento Maria Concetta Zaccaria, madre della studentessa palermitana Sara Campanella, uccisa un collega universitario, sempre lo scorso anno. “Parlare di femminicidio come di un concetto inesistente non è soltanto una provocazione o un’opinione. Per chi come me ha vissuto e vive ogni giorno la perdita di una figlia è una ferita che si riapre. Troppe donne hanno visto la propria esistenza interrotta da chi non ha saputo accettare un rifiuto e da chi ha trasformato un “no” in una condanna a morte. Non si tratta di casi isolati né di semplici statistiche. Si tratta di storie. Volti. Nomi. Famiglie spezzate per sempre”. “Il femminicidio non è un’etichetta ideologica ma la definizione di una realtà tragica: donne uccise in quanto donne e spesso dentro dinamiche di possesso e controllo. Sopraffazione e violenza di genere” continua la signora Zaccaria, che conclude dicendo “Si documenti prima di parlare e chieda scusa”.
Tralasciando la completa assenza di tatto del generale nei riguardi delle vittime e delle rispettive famiglie, è proprio in quest’ultima affermazione che si nasconde l’origine della dichiarazione di Vannacci; dalla mancanza di informazione e documentazione.
La Treccani definisce il femminicidio come “uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”. Ancora, l’Accademia della Crusca dà la seguente definizione “Non solo l’uccisione di una donna o di una ragazza, ma anche qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù alla morte”. La definizione dell’osservatorio di ricerca sul femminicidio dell’università di Bologna è “con femminicidio si intendono tutte le uccisioni di donne avvenute per motivi i genere, (…) serve anche a per distinguere tale esito estremo da quelli che rientrano nella generale categoria di femminicidio e che coincidono con ogni pratica social violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e/o psicologico”.
Queste sono solo alcune delle definizioni a nostra disposizione per comprendere appieno la necessità dell’esistenza di questo termine per definire questo specifico tipo di reato. A distinguere un omicidio da un femminicidio è il movente doloso che trova le sue radici nella differenza di genere, come principio istigatore di violenza e disparità. Questo va ben oltre la semplice differenza tra i sessi in senso stretto. Quindi diviene chiaro che la distinzione tra i due termini sia evidente, oltre che necessaria.
“Il femminicidio non esiste, non c’è distinzione di nessun tipo quando qualcuno viene ucciso.” È così che Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, si definisce contrario alla distinzione tra uomo e donna negli omicidi. Chiede parità.
Ma per affermare tali posizioni, il generale ha riflettuto? A quanto pare questo non importa, il popolo deve essere preso di pancia. L’importante è ad oggi saper fare populismo: conoscere i propri seguaci, parlare senza troppi giri di parole, non rimuginare su quanto detto. Senza generalizzare, gli elettori di Futuro Nazionale hanno fame di valori consolidati, irremovibili, millenari; in un mondo in continua evoluzione, l’uomo ha bisogno della fede, e l’italiano nostalgico dei tempi neri ha bisogno di Roberto Vannacci.
Vorremmo porre luce su un aspetto: la politica è tale perché lo decidiamo noi, ma dietro di essa cosa c’è? Se un funzionario politico ha l’audacia di ammettere pubblicamente che una manifestazione estrema di una violenza di genere strutturale e sistematica non esista, è un illuminato incompreso o semplicemente sa di avere le spalle coperte? Vannacci non ha bisogno di una quantità spropositata di lettori che lo difendano, gli basta la cultura italiana naturalizzata.
Uno dei pilastri della “naturalizzazione” è la cosiddetta “famiglia naturale”. Se si conducessero studi antropologici di primo livello, si saprebbe che parliamo dell’ossimoro per eccellenza: non esiste concetto più strutturalmente e culturalmente artificiale come la famiglia. Parliamo di un insieme di pratiche che definiscono un individuo in quanto parte di un certo contesto sociale, e che permette allo stesso di definire il suo status. Questa definizione, la più generica, non si accenna all’immutabilità o sacralità di alcun tipo. Non esistono concetti universalmente accettati.
Come si spiega alle menti conservatrici che esistono scienze pronte a sfatare qualsiasi dogma culturale tramandato da secoli? Rielaborando il concetto della politica e annullando il populismo.
Quando viene sminuito e reso vano un tema come il femminicidio, lo si fa per elettori che bramano questo tipo di schiettezza. Se si ha questo, non c’è motivo di fermarsi, studiare e riflettere.
Difronte a tali dichiarazioni, alcuni dei familiari di vittime di femminicidio hanno risposto, reagendo con grande disappunto davanti alla mancanza di rispetto perpetrata dal generale tramite le sue dichiarazioni.
“Femminicidio e omicidio sono ben diversi. Porti rispetto per mia figlia e per le altre donne che per colpa di un uomo non ci sono più” queste le parole di Flamur Sula, padre di Ilaria Sula, la studentessa di ventidue anni uccisa lo scorso anno a Roma dall’ex fidanzato e trovata in una valigia abbandonata in un dirupo a ridosso di una strada provinciale “le leggi devono essere severe per chi fa del male alle donne. Solo chi passa può capire cosa vuol dire, parlare per gli altri è troppo facile”.
“È un’ingiustizia inaccettabile che il suo “no” le sia costato la vita per mano di un “maschio” che ha confuso il rifiuto con un diritto di possesso” così ha aperto il suo intervento Maria Concetta Zaccaria, madre della studentessa palermitana Sara Campanella, uccisa un collega universitario, sempre lo scorso anno “parlare di femminicidio come di un concetto inesistente non è soltanto una provocazione o un’opinione. Per chi come me ha vissuto e vive ogni giorno la perdita di una figlia è una ferita che si riapre. Troppe donne hanno visto la propria esistenza interrotta da chi non ha saputo accettare un rifiuto e da chi ha trasformato un “no” in una condanna a morte. Non si tratta di casi isolati né di semplici statistiche. Si tratta di storie. Volti. Nomi. Famiglie spezzate per sempre”. “Il femminicidio non è un’etichetta ideologica ma la definizione di una realtà tragica: donne uccise in quanto donne e spesso dentro dinamiche di possesso e controllo. Sopraffazione e violenza di genere” continua la signora Zaccaria, che conclude dicendo “Si documenti prima di parlare e chieda scusa”.
Tralasciando la completa assenza di tatto del generale nei riguardi delle vittime e delle rispettive famiglie, è proprio in quest’ultima affermazione che si nasconde l’origine della dichiarazione di Vannacci; dalla mancanza di informazione e documentazione.
La Treccani definisce il femminicidio come “uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”. Ancora, l’Accademia della Crusca dà la seguente definizione: “Non solo l’uccisione di una donna o di una ragazza, ma anche qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù alla morte”. La definizione dell’osservatorio di ricerca sul femminicidio dell’università di Bologna è “con femminicidio si intendono tutte le uccisioni di donne avvenute per motivi i genere, (…) serve anche a per distinguere tale esito estremo da quelli che rientrano nella generale categoria di femminicidio e che coincidono con ogni pratica social violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e/o psicologico”.
Queste sono solo alcune delle definizioni a nostra disposizione per comprendere appieno la necessità dell’esistenza di questo termine per definire questo specifico tipo di reato. A distinguere un omicidio da un femminicidio è il movente doloso che trova le sue radici nella differenza di genere, come principio istigatore di violenza e disparità. Questo va ben oltre la semplice differenza tra i sessi in senso stretto. Quindi diviene chiaro che la distinzione tra i due termini sia evidente, oltre che necessaria.
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