Sesso e genere, donna e uomo, controllo e sottomissione, sono termini utilizzati quasi sempre insieme dalle origini della nostra società. La costante nella storia umana è stata la disposizione gerarchica: l’uomo visto come l’essere predominante, forte, e la donna, come una figura ingannevole da domare.
Ma in quanti si sono chiesti se questo fosse effettivamente naturale, intrinseco nel nostro DNA, o se fosse il risultato dei meccanismi culturali che non ci hanno insegnato a riconoscere come tali?
Fin dalla nascita, veniamo “costruiti” attraverso l’inculturazione, per cui i nostri ruoli e comportamenti sono già stati definiti in base al sesso. Quello che accade è una sovrapposizione tra sesso e genere: si attribuisce a questi lo stesso significato, ma non è così. Brevemente, il sesso si riferisce alla natura biologica e riproduttiva di un essere umano, mentre per genere s’intende l’insieme di comportamenti e caratteristiche attribuiti dal contesto culturale di riferimento. Terminologicamente parlando, sono completamente diversi.
Nella storia non ci si è mai soffermati su queste differenze; infatti, i concetti culturali sono stati naturalizzati. L’idea di donna non nasce da fenomeni biologici, ma dalle credenze culturali impartite. Vi è stata una normalizzazione della sottomissione dell’essere femminile come se fosse una legge di natura, rendendola invisibile.
Uno dei primi approcci scientifico-sociali sulle differenze sessuali è stato condotto da Margaret Mead, attraverso una ricerca in Nuova Guinea in cui studia diverse popolazioni (1935). Con Mead si hanno, per la prima volta nella storia, nuove prospettive: i tratti maschili e femminili sono determinati dalla cultura, il temperamento dei sessi non è congenito o biologico, e non esistono basi biologiche che giustifichino la discriminazione sociale o il potere di un sesso sull’altro.
Allora perché assistiamo ancora a scenari come quello dell’Accademia dello stupro? Parliamo di uomini riuniti in gruppi Telegram (il principale superava i 15.000 iscritti) che condividono immagini rubate delle proprie mogli e non solo, dando spazio ad una valanga di commenti misogini e violenti. Oltre a questo, c’erano dei veri e propri compiti o sfide in cui gli utenti venivano spinti a molestare le vittime sui loro profili social o a pubblicare i loro numeri di telefono. Le donne non venivano mai chiamate per nome, ma identificate con termini denigranti che ne annullavano l’identità personale.
Una volta chiariti i punti antropologici sopracitati, diventa evidente come questo evento sia del tutto comprensibile alla luce del nostro indottrinamento. Alla base c’è il cosiddetto sex-gender system (Gayle Rubin, 1975). Si tratta di un sistema binario asimmetrico dove il maschile occupa una posizione privilegiata rispetto al femminile. Nel contesto delle chat, è chiaro come le donne siano viste come “merce da scambio”, impoverite della loro dignità e oggetto di scherno e violenza da parte degli utenti. Sono private della loro agency, cioè la capacità di agire e decidere per sé stesse.
Quindi che fare? È necessario intervenire partendo da ciò che manca: il linguaggio. Senza parole per nominare questi fenomeni, non possiamo riconoscerli, né metterli in discussione. È da qui che deve iniziare il cambiamento.
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:


