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Per la prima volta nella storia, i social media sono stati definiti “prodotti difettosi che creano dipendenza”. Questo è stato possibile grazie alla denuncia presentata da una ventenne californiana, in cui dichiara che le piattaforme social (nello specifico YouTube e Instagram) usate in tenera età le abbiano causato problemi di salute mentale tra cui ansia, depressione, dismorfismo corporeo e pensieri suicidi. La ragazza (denominata KGM nei documenti giuridici) ha vinto il primo grado di giudizio, segnando una grande vittoria contro i colossi della Silicon Valley. Oltre che aspettare le conseguenze tecniche e i vari ricorsi da parte dei Big Tech, noi comuni mortali e utenti possiamo solo fare delle riflessioni. I social sono definiti un tool potente e alla portata di tutti, forse fin troppo, che unisce generazioni, e permette di sentirsi parte di qualcosa. Guardando la storia, queste sono caratteristiche appartenute ad un altro fenomeno, il tabagismo. Negli anni ‘60 si fumava ovunque, era il badge per accedere alla società; le sigarette erano uno strumento di emancipazione, specialmente per le donne, e di libertà. Poco dopo, il Surgeon General (capo della sanità pubblica USA) pubblicò il primo rapporto ufficiale che collegava il fumo al cancro ai polmoni. Seguirono una serie di battaglie da parte delle multinazionali del tabacco, per poi arrivare a scrivere sui prodotti slogan che sancivano la loro pericolosità. Si parla di due fenomeni giganti, che hanno cambiato la vita di tutti a livello mondiale, e da cui non si sfugge. Penetrare la consapevolezza di pericolo negli utenti e consumatori è sempre stata l’arma di difesa delle imprese, in maniera differente in questi due ambiti. Innumerevoli studi neuroscientifici e psicologici hanno dimostrato che il fumo non è semplice mancanza di controllo, ma una vera e propria appropriazione del libero arbitrio. Uno dei pilastri della psicologia, la dissonanza cognitiva di Leon Festinger, spiega come il cervello umano non possa sopportare di fare qualcosa che sa di essere dannoso. Per cui invece di smettere di fumare, il fumatore cambia la sua percezione della realtà per ridurre il disagio mentale, cercando di giustificarsi: “Mio nonno ha fumato fino a 90 anni”, “Fumare mi aiuta a non ingrassare”, “La gente si ammala a prescindere”.
A differenza del tabacco, il mondo dei social non è ancora stato analizzato da tutte le prospettive. Non si considerano mai i fattori letali a lungo termine perché, rispetto al fumo, si parla di una realtà più recente: ne pagheremo il costo tra molti anni. In tutto questo non incide solo l’ignoranza delle conseguenze, ma anche un’ingenua fiducia: se facesse così male non sarebbe alla portata di tutti, persino dei bambini. Il cervello umano è programmato per essere raggirato. È necessario riuscire a svegliarsi prima che qualcuno ci addormenti per sempre, come ha tentato di fare KGM.
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