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“Ospiti” è la nuova rubrica che tratterà i temi di attualità contribuendo ad una narrazione politica, economica, di conflitto e speranza avente come protagonista la Terra. La Terra su cui abbiamo costruito, estratto e preteso senza domandarci prima se fosse giusto farlo. Gli esseri umani sono ospiti di questa Terra e hanno la funzione e il dovere di preservarla e proteggerla, perché dà loro un luogo dove abitare.
Per raccontare un mondo verde che ha bisogno di più attenzione, partirei proprio da qui.
Un mondo senza fossili.
Una prima volta storica al di fuori della retorica delle COP. A Santa Marta in Colombia è terminata la prima Conferenza per la transizione dai combustibili fossili o First International Conference on Transitioning Away from Fossil Fuels organizzata da Paesi Bassi e Colombia. Qui si sono ritrovati oltre 50 paesi dal Nord al Sud globale e più di 2600 associazioni e organizzazioni di attivisti per il clima. Nata dalla volontà di riunire chi vuole veramente proporre alternative e programmi chiari, che si pongono l’obiettivo di compiere una transizione effettiva attraverso la definizione di un Trattato di non proliferazione del fossile. Santa Marta è il culmine di un importante lavoro di mesi: una prima fase è stata dedicata alla raccolta di contributi scritti da parte di governi e stakeholders sulle possibili soluzioni, elaborate poi attraverso dialoghi online tematici; una seconda fase che ha assunto sostanzialità con dialoghi autogestiti tra attori diversi, dove si è assistito a questo scambio continuo tra Paesi e organizzazioni, a cui sono seguite manifestazioni e laboratori. Tutto ciò ha avuto luogo tra il 24 e il 29 aprile nella città sul mar dei Caraibi.
I tre pilastri su cui si è mossa la Conferenza sono i seguenti: in primo luogo la dipendenza dal combustibile fossile, non solo per coloro che esportano, ma per tutte le economie estrattive sostenute da entrate fiscali prodotte da gas e petrolio, con il fine di compiere una riconversione economica; in secondo luogo, la trasformazione dell’offerta e della domanda di combustibili fossili, una sostituzione effettiva e radicale con energie alternative. Santa Marta vuole essere proprio il vertice dove possono essere istituiti meccanismi concreti attraverso cui una transizione può essere resa ordinata, giusta e politicamente sostenibile. Infine, in terzo luogo la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica, ponendosi la Conferenza come ponte per la definizione di un laboratorio politico che possa essere funzionale rispetto al vuoto di governace che esiste per l’abbandono dei combustibili fossili, nella definizione di politiche che concentrano la propria attenzione solo sulle emissioni e non sulla produzione. Dunque, come ripensare l’energia, l’economia e la politica in un processo facilitato, al fine di mettere a disposizione i dati per gli altri Paesi verso la COP 31 in Turchia.
In un momento storico-politico caratterizzato da una delle più grandi crisi energetiche, sembra che a Santa Marta si possa respirare aria nuova. Con la delusione della COP 30 era necessario trovare uno spazio dove si potesse costruire argomentazioni concrete sulla transizione dai combustibili fossili. C’è il bisogno di idee, poiché stiamo assistendo alla più grave crisi reputazionale delle fonti fossili, di quelle che possono cambiare le sorti del mondo. La Conferenza ha tentato di dare queste risposte. ‹‹Abbiamo ricevuto conferma da 56 Paesi, con una distribuzione continentale molto significativa: quasi un terzo di questi rappresentanti proviene dall'Europa, il 20% dall'America Latina e dai Caraibi, il 16% dall'Africa, il 12% dall'Asia, il 15% dall'Oceania, nonché dalle Isole del Pacifico e dall'Australia. Abbiamo anche rappresentanti di agenzie delle Nazioni Unite e delle presidenze della COP30 e della COP31›› ha detto la Ministra ad interim dell'Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia, Irene Vélez Torres.
Al termine della Conferenza è stata annunciata una seconda edizione nel 2027, che si terrà a Tavalu in cooperazione e co-organizzazione con l’Irlanda. Mostrando come la prima edizione sia stata un successo per i risultati ottenuti, grazie alla volontà dei Paesi e delle associazioni presenti uniti per un obiettivo comune. I risultati sono i seguenti e toccano numerose tematiche; in primo luogo, è stata sottolineata l’importanza di rafforzare i collegamenti, con la definizione di un gruppo di coordinamento che garantirà la continuità verso la seconda e le successive conferenze. Un team composto da alleanze tra Paesi, all’interno del quale presenzieranno gli organizzatori della prima edizione e i co-organizzatori delle successive conferenze, in tal caso Colombia, Paesi Bassi, Tuvalu e Irlanda.
In secondo luogo, garantire la complementarità con l’Unfccc, il trattato alla base dell’Accordo di Parigi. Verso la COP 31, si vuole allineare il rapporto ottenuto dalla conferenza all’Agenza globale per l’azione climatica e per incanalare i contributi verso il secondo Bilancio globale. In terzo luogo, la creazione di tre gruppi di lavoro che si occuperanno rispettivamente dei seguenti temi:
- la creazione di roadmaps nazionali e internazionali, con il fine di definire linee di collegamento tra Paesi. Lo sviluppo dell’SPGET che renderà possibile questa cooperazione, ovvero il Panel scientifico per la transizione energetica istituito di supporto ai Paesi nel passaggio dai combustibili fossili. Questo gruppo contribuirà allo sviluppo di tabelle di marcia in linea con l'obiettivo di 1,5 °C e affronterà gli ostacoli legali, finanziari e politici assieme alla NDC Partnership, la cooperazione a coalizione globale che unisce oltre 140 Paesi e 120 istituzioni,
- insieme all’Istituto internazionale per lo Sviluppo sostenibile (Iisd) verranno raccolte le competenze necessarie per contribuire alla creazione di una nuova architettura finanziaria sfruttando capacità collettive, al fine di sfavorire le dipendenze macroeconomiche e finanziarie al fossile.
- un gruppo di esperti individueranno opportunità e modalità di connessione tra produttori e consumatori di combustibili fossili, a supporto della decarbonizzazione, con il fine di giungere ad un allineamento tra gli uni e gli altri per una sovranità energetica globale.
I team rimarranno aperti e flessibili consentendo ai Paesi di aderire, e supportati dalle iniziative esistenti avvalendosi, se necessario, di esperti e membri del Processo di Santa Marta.
‹‹Questo panel non solo colma un debito storico contratto da un'organizzazione che si dedica, finalmente e per la prima volta, ad abbandonare i combustibili fossili nel mix energetico, ma affronta anche altre sfide relative ai limiti sociali ed economici che ostacolano l'accelerazione di questa trasformazione. Questo panel è il primo nel suo genere, concepito per raccogliere, nei prossimi cinque anni, le prove scientifiche che consentiranno a città, regioni, paesi e coalizioni di compiere questo grande passo avanti››, ha dichiarato Irene Vélez Torres, sottolineando l’importanza che questa prima Conferenza sulla transizione ha avuto in funzione di una reale transizione per una giustizia climatica seria. Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha inoltre affermato: ‹‹l’importanza…risiede nel fatto che scienziati di tutto il mondo, di ogni disciplina e provenienza geografica, stanno unendo le forze nella transizione energetica globale. In primo luogo, si tratta di una transizione complessa che coinvolge l'economia, l'ambiente, l'equità e gli elementi fondamentali della giustizia. In secondo luogo, ritengo che la scienza possa svolgere un ruolo di ponte tra i Paesi che desiderano accelerare la transizione dai combustibili fossili e quelli che sono ancora esitanti. È un modo per integrare gradualmente tutti››.
L'incontro di Santa Marta ha evidenziato come la scienza e la ricerca siano alla base di questa transizione energetica, che richiede alla base la conoscenza dei territori e delle esperienze delle comunità che li abitano. Questo mette in luce come la crisi climatica sia un problema non solo economico-politico, ma antropologico nei modi di abitare, curare e lavorare la terra. Per questo motivo è necessario difenderla. Ati Gúndiwa Villafaña Mejía, membro della comunità di Arhuaco della Sierra Nevada de Santa Marta, ha dichiarato: ‹‹Dai nostri cuori, che sono come antenne, sentiamo la pressione di ciò che sta accadendo a livello ambientale sul pianeta. Osserviamo l'erosione costiera nei Caraibi a causa della pressione sui pendii inferiori delle montagne, dove gran parte dell'ecosistema delle mangrovie, luogo di nidificazione per le tartarughe, è stato decimato. Questi ecosistemi…sono vitali per contrastare il cambiamento climatico. È difficile comprendere il clima, con piogge torrenziali sempre più intense e uragani che si abbattono sui Caraibi, mettendo progressivamente a repentaglio il sistema di conoscenze ancestrali sulla conservazione dei semi, la sovranità alimentare e tutto ciò che è legato alla memoria delle oasi. Pertanto, ci troviamo in un momento in cui, se non agiamo, se non ci poniamo le domande giuste e se non ci assumiamo la responsabilità del luogo in cui viviamo, sarà molto difficile››. Nel corso di questi giorni gruppi di attivisti ambientalisti colombiani e internazionali hanno bloccato il Porto di Drummond, snodo principale da dove parte il carbone che la Colombia esporta in tutto il mondo.
Dall’ ’87 la Drummond, multinazionale americana svolge operazioni minerarie estrattive nei Caraibi colombiani. A gran voce gli attivisti presenti denunciano: ‹‹hanno inquinato l’aria e violato i territori››. Le testimoniane sono state molte durante le giornate, una di queste viene da una rappresentante dell’“Associazione la forza delle donne” della comunità Wayúu, che denuncia l’inquinamento prodotto da circa quarant’anni da una delle più grandi miniere di carbone a cielo aperto, la Cerrejón.
‹‹Abbiamo bisogno di un multilateralismo senza veti di fatto, aperto alla partecipazione significativa dei popoli e capace di tradurre gli accordi in azioni concrete. Stiamo vivendo una frattura nell'ordine globale così come lo conosciamo, ma oggi siamo chiamati a unirci non dalla paura o dall'intimidazione commerciale dei dazi; siamo chiamati a unirci dalla speranza che risiede nella nostra capacità di azione collettiva››, ha dichiarato la ministra colombiana Irene Vélez Torres. Il vertice caldo tenutosi i giorni 28 e 29 aprile ha riunito ministri, viceministri e delegati di 57 paesi. Il Presidente Gustavo Petro ha dichiarato: ‹‹Alla COP30 non è stato preso in considerazione il rapporto degli scienziati secondo cui il 75% della crisi climatica è dovuto all'estrazione e al consumo di idrocarburi… La lotta contro la crisi climatica è una lotta politica e sociale, non solo scientifica, sebbene anche questo sia vero. Ogni volta che si affronta una sfida, emerge una resistenza sociale e politica altamente organizzata contro la struttura di potere esistente››. Sottolineando l’inefficacia del sistema delle COP, con la possibilità di rimessa in discussione dei procedimenti che le caratterizzano. Possa essere stata la Conferenza di Santa Marta un grande inizio al fine di combattere per un cambiamento, che permetta di “agire insieme” in funzione di un multilateralismo climatico vero e strutturale. Una spinta concreta per una transizione energetica effettiva.
‹‹… abbiamo deciso che la transizione verso un futuro senza combustibili fossili non può più rimanere uno slogan, ma deve diventare uno sforzo concreto, politico e collettivo›› afferma Irene Véles Torres.
La ministra olandese per il Clima e la Crescita Verde, Stientje van Veldhoven, dice: ‹‹Posso affermare con sicurezza che, negli ultimi giorni, abbiamo gettato le basi per un’azione concreta volta ad abbandonare i combustibili fossili. Con una coalizione così ampia di Paesi e rappresentanti del settore privato, della società civile e non solo, questo gruppo è in grado di avere un impatto significativo››.
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