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Il dramma di Niscemi
Il dramma di Niscemi

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Emma ErcoliniEmma Ercolini
mensile
Mensile di Marzo 2026Mensile di Marzo 2026
pubblicazione
05/03/2026
categoria
SocietàSocietà
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3

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Ripartire dal senso di realtà.

‹‹Sono queste le decisioni che non possono essere prese dalla politica, ma attraverso dati tecnici›› così la Presidente del Consiglio Meloni dichiara durante l’ultimo sopralluogo nella cittadina di Niscemi. Si dovrebbe parlare di dati tecnici che richiamano al dissesto idrogeologico risuonando nel silenzio di coloro che hanno visto la propria casa sparire, mentre la politica guarda al disastro con premura e alla ricerca di risorse per poter attuare il principio correttivo al danno fatto. La giustizia è in mano a chi? La Procura di Gela ha aperto un fascicolo per disastro colposo e danneggiamento a seguito di frana. Salvatore Vella, procuratore di Gela, dichiara che il fine dell’indagine sarà quello di osservare con le carte alla mano se l’evento del 25 gennaio era prevedibile, ragionando sia sulla frana che sull’aspetto del carico edilizio che si è creato sul comune di Niscemi. A fianco dell’indagine si muoveranno studiosi provenienti dall’Università di Palermo esperti del territorio.

Nell’ottobre del 1997 Niscemi fu vittima di un evento franoso per cui i cittadini furono costretti a lasciare le proprie case per la messa in sicurezza dell’area. Salvatore Cusimano durante un servizio Rai sul territorio di Niscemi quell’anno pronuncia queste parole ‹‹solo un miracolo ha impedito che diventasse una tragedia››. A disposizione furono messi 8 miliardi e mezzo destinati alle prime emergenze. Sarebbe stato un disastro annunciato, così titolano molti servizi tv e queste sono le parole di molti studiosi conoscitori del territorio. Un gruppo di lavoro disposto dal Comune costruì un progetto da 100 miliardi di lire, con il fine di costruire una galleria nella quale dirottare le acque cittadine per evitare che si disperdessero nel Benefizio, il torrente tra gli imputati di essere una delle cause del disastro. Un nulla di fatto. Possiamo dire oggi un disastro senza fine.

Un documento degli anni 2000 elaborato dalla Commissione tecnico scientifica della Protezione civile diretta da Castiglioni proponeva un piano di riqualificazione della cittadina ‹‹sistemazione degli alvei per ridurre il processo erosivo, regimazione delle acque superficiali, deviazione delle acque bianche provenienti dall’abitato che attualmente scorrono nel Benefizio e delle acque nere che sono scaricate nella incisione, chiusura delle fenditure aperte, impiantare vegetazione che possa ridurre l’erosione››. Lavori che non sono stati messi in pratica in modo strutturale.

Il rischio idrogeologico è ormai compresente, vive con noi. Ripensare al territorio attraverso l’esposizione e la vulnerabilità della sua essenza potrebbe essere funzionale. Dare valore alle infrastrutture e alle strutture, perché persone possano vivere in un’area sicura nel rispetto dell’ambiente. Nicola Casagli, geologo dell’Università degli Studi di Firenze è chiamato a monitorare la zona rossa: la frana si fermerà, ma i lavori già dovuti 26 anni fa devono essere fatti per poter convivere con il rischio. Far prevalere il rischio o ripensare al modo in cui viviamo?

È stata presentata una relazione dal capo della Protezione civile Musumeci al Consiglio dei ministri prevedendo 150 milioni di euro stanziati a favore della demolizione necessaria di alcune case per la messa in sicurezza del territorio, per indennizzi agli sfollati e per le attività produttive. I lavori proseguono per la messa in sicurezza e la ricostruzione della strada secondaria che collega la cittadina siciliana; difatti la strada provinciale 11 è stata duramente colpita dalla frana.

Cosa rimane di ciò che sta succedendo? Un grande buco nell’acqua possiamo dire.

Bisogna ripensare al modo in cui costruiamo sul territorio; bisogna imboccare una nuova strada che si discosti sempre più dal pensare il territorio con vecchie esigenze di gestione del suolo. Ripensare al modo in cui guardiamo il mondo, costruire un nuovo senso di realtà recuperando il tempo sull’adattamento. Luigi Pasotti, referente della regione dell’Ispra ritiene che sia necessario monitorare il territorio analizzando la storia delle piogge e capire le anomalie che si possono verificare rispetto alla norma climatica, si parla di un’analisi dati approfondita.

Un cambiamento strutturale per un cambiamento sostanziale, l’ambiente ci permette di costruire legami con la terra, con il territorio e con le persone. Quest’ultimo chiede giustizia, perché come offre può sempre togliere.

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Emma ErcoliniEmma Ercolini

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