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Putiniani immaginari
Putiniani immaginari

Putiniani immaginari

autore
Riccardo MaradiniRiccardo Maradini
pubblicazione
16/04/2026
categoria
SocietàSocietà
tempo di lettura

4

Dopo aver guardato l’inchiesta “Cremlino-Gate”, firmata da Ivan Grieco per PulpLand — il progetto editoriale legato al Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra — sul tema della propaganda russa in Italia, mi viene da dire che siamo arrivati al Situazionismo del Giornalismo.

Ma andiamo con ordine: l’inchiesta si propone come il primo approfondimento organico realizzato da PulpLand sul tema della propaganda russa in Italia, collocandosi nel più ampio contesto del conflitto in Ucraina e del dibattito pubblico nazionale sul ruolo di Mosca; la prima parte affronta il sistema mediatico e in particolare si occupa della testata “Il Fatto Quotidiano”, la seconda si concentra sulla Lega di Salvini e la terza investiga il Movimento 5 Stelle.

Nella prima parte, Grieco intervista una giornalista del Fatto quotidiano — la cui identità è stata celata — che avrebbe riferito di non aver potuto scrivere liberamente di ciò che aveva osservato in Ucraina. La giornalista descrive una situazione di censura e mobbing nei confronti di chi non si allineava alla linea editoriale sul conflitto in Donbass, fin dal 2014. Certo, se fosse vero sarebbe gravissimo, ma finora non vi è uno straccio di prova per dimostrarlo. La cronista ha dichiarato di non poter lasciare il lavoro per ragioni economiche, ma di voler raccontare la propria verità in un libro sotto pseudonimo per tutelare la propria dignità. E noi attendiamo questo libro per poter credere nella veridicità delle sue affermazioni.

All’interno della stessa sezione, Grieco ha anche raccolto la testimonianza di Aldo Torchiaro, giornalista del Riformista, il quale ha riferito dell’esistenza di un finanziamento di circa un milione di euro ricevuto dalla Saif, la società editrice del Fatto Quotidiano, proveniente da un Paese al di fuori dell’Unione Europea, la cui origine non sarebbe chiaramente documentata nei bilanci societari. Torchiaro ha anche aggiunto:” È una nemesi, no? Il Fatto che promuove tante inchieste poi quando gli si muove un’inchiesta contro si scandalizza e ti ferma con gli avvocati, alla faccia della libera informazione”. Peccato che questa inchiesta del Riformista sia vecchia ormai di un anno e che Marco Travaglio abbia già risposto in merito: “Anch’io da qualche giorno ho appreso dal Riformista e da alcuni geni del web (potevano mancare Marco Taradash e Luca Bottura? No, non potevano) che il Fatto prende soldi da Stati esteri extra Ue, probabilmente i famosi rubli di Putin. E mi son detto: magari! Purtroppo, verificando con la nostra società, ho scoperto che dalla Russia non è ancora arrivato nulla. Quella voce del bilancio che tanto eccita questi “giornalisti” senza lettori si riferisce al nostro contratto per la produzione del programma Accordi e Disaccordi con il gruppo Discovery - Warner Bros, che controlla la rete Nove e, per gli acquisti dei contenuti europei, ha la sede a Londra (cioè in un Paese extra Ue). Però dài, non poniamo limiti alla Provvidenza. Nell’attesa, chi infanga la nostra reputazione ne risponderà in tribunale”.

Invece, non bisogna neanche fare un’inchiesta troppo approfondita per scoprire l’editore del Riformista: nel luglio 2019 la testata è stata rilevata dall'imprenditore Alfredo Romeo, che ha un curriculum giudiziario di tutto rispetto. Vanta una condanna a due anni e sei mesi a Roma per le tangenti al dirigente Consip Marco Gasparri (pende appello), un mazzettone miliardario (in lire) che negli anni della Prima Repubblica l’imprenditore allungò ad Alfredo Vito, parlamentare punta di diamante delle preferenze in casa Dc a Napoli (questa vicenda è penalmente cassata dalla prescrizione in Cassazione) e, sempre a Napoli una fresca condanna di 7 anni e 6 mesi, nell’ambito del processo Consip. Le accuse riguardano sei episodi di corruzione e una frode nelle forniture.

Il secondo capitolo è quello dedicato alla Lega di Matteo Salvini. Secondo quanto ricostruito da Ivan Grieco, da anni esisterebbe un’intesa ufficiale di cooperazione tra la Lega e Russia Unita, il partito al potere in Russia direttamente riconducibile a Vladimir Putin, un accordo politico che, stando ai documenti esaminati dall’inchiesta, sarebbe stato rinnovato nel tempo e risulterebbe ancora formalmente in vigore alla data di pubblicazione. Ma questa non è una scoperta di Ivan Grieco, in quanto è da anni che si parla dei rapporti tra Putin e Salvini, del ruolo del braccio destro di Salvini, Savoini, che all’Hotel Metropol di Mosca incontrava faccendieri e imprenditori russi.

Ma, a tal proposito, Salvini non è l’unico che negli anni passati si è dimostrato benevolo nei confronti del Dittatore Russo. Giorgia Meloni, “intervistata” (si fa per dire) da Fedez e Marra poche settimane fa, è sempre stata contraria alle sanzioni anti-Russia. Già nel 2014, all’indomani dell’annessione della Crimea, presenta una mozione in Parlamento e gira un video per esprimere allarme, soprattutto per il business italiano “del formaggio stagionato”. Il 3 dicembre 2015, a Otto e mezzo su La7, dichiara: “Putin è meglio di Renzi, ha ragione Salvini”. Il 10 dicembre 2015 chiede “al governo italiano di non rinnovare le sanzioni alla Russia. Siamo stati i primi a chiedere lo stop di questo folle provvedimento: abbiamo manifestato, presentato proposte, interrogato il governo in Parlamento ma non ci hanno ascoltato. Questa presa di posizione inutile e senza senso, anche sul piano politico internazionale, è costata all’Italia miliardi di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ora che i termini stanno scadendo torniamo a chiedere a Renzi un sussulto di dignità: il governo non confermi le sanzioni alla Russia e per una volta faccia gli interessi degli italiani”. Il 1° febbraio 2018 mancano due mesi alle elezioni e la Meloni promette su Facebook: “Il governo Fratelli d’Italia abolirà le sanzioni contro la Russia che massacrano il mercato italiano. Prima gli italiani”. E il 12 marzo 2018, subito dopo il voto: “È incredibile. L’Europa proroga di altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia che massacrano il Made in Italy. Nell’Italia che vogliamo, il governo non cede ai ricatti di Bruxelles e difende le imprese italiane”. Il 18 marzo 2018 si vota in Russia e indovinate chi vince? Putin. La Meloni si congratula: “Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione Russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”. Nel 2021 scrive nella sua autobiografia Io sono Giorgia (Rizzoli): “La Russia è parte del nostro sistema di valori europei, difende l’identità cristiana e combatte il fondamentalismo islamico”. L’8 febbraio 2022, due settimane prima dell’invasione dell’Ucraina, dichiara: “Serve una pace secolare con la Russia, ma mi sembra che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria… L’Europa deve giocare un ruolo per la pace e avere una terzietà per l’Ucraina. Sono contro le sanzioni non perché sono amica di Putin, che non ho mai visto, ma perché il nostro interesse non è spingere la Russia verso la Cina”. E anche dopo l’invasione conferma la sua contrarietà alle sanzioni. Poi, quando si avvicinano le elezioni e capisce che può vincerle, si rimangia tutto e si spalma sulla bandiera a stelle e strisce americana. Come mai Fedez e Marra non le hanno chiesto conto e ragione di queste sue parole, dato che ora la missione di Pulp Podcast è diventata scovare Putiniani in tutto l’orbe terracqueo?

Poi, per parlare dei rapporti tra Lega/M5S e mondo putiniano, è stato chiamato il giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni: una sorta di ispettore Clouseau in salsa giornalistica. Costui, il 16 novembre 2016, mette a segno uno scoop sensazionale. Titolo: “Palazzo Chigi denuncia i tweet pro 5 Stelle”. Secondo Iacoboni, il sottosegretario renziano Luca Lotti ha denunciato alla Procura di Firenze un complotto della Spectre grillina che, a colpi di “account indistinguibili, algoritmi, connessioni, metadati e false notizie”, farebbe nientemeno che “cyber propaganda pro M5S”, “assai connessa” alla “Russia di Putin”. In realtà Lotti si è limitato a querelare una tizia che avrebbe offeso lui e altri renziani sui social. Ma il cronista-detective della Stampa si lancia, fremente di sdegno, in un crescendo rossiniano di interrogativi vieppiù inquietanti: “C’è una centrale che gestisce materialmente tutto questo?”. L’account dello scandalo appartiene a tal Beatrice Di Maio, non parente di Luigi ma, visto il cognome, astutamente usata dalla Spectre grillina per confondere le sue origini pentastellate. “Ha qualcosa a che fare con la Casaleggio?”.  La putribonda figura, dipinta come “top mediator” e “star del web” per i suoi ben “13.994 follower”, avrebbe addirittura osato “postare una foto della Boschi” accostandola financo allo scandalo Tempa Rossa (per cui la ministra fu interrogata come teste dai pm di Potenza, avendo autorizzato il noto emendamento pro-petrolieri caldeggiato dalla ministra Federica Guidi su richiesta del fidanzato lobbista). “Se dicessero cose così giornali o tg, pagherebbero risarcimenti per diffamazione”, s’indigna Iacoboni. Invece Beatrice Di Maio niente: non l’hanno ancora arrestata. Poi purtroppo, non La Stampa dell’intrepido Iacoboni, ma Franco Bechis su Libero scopre chi si cela dietro il nickname Beatrice Di Maio: Tommasa Giovannoni Antonioni detta Titti. E chi sarebbe costei? La moglie di Renato Brunetta (di Forza Italia come il marito). E pazienza. Non resta che ammettere la topica, pubblicare una bella rettifica e scusarsi con i lettori. Invece niente. Tutti riprendono la storia della moglie di Brunetta scambiata dalla Stampa per un’emissaria occulta del M5S in combutta con Putin, tranne La Stampa. Che anzi, in un memorabile trafiletto, “conferma tutto” e rivendica orgogliosa di aver “dato una notizia”. Era falsa, ma fa niente.

E un segugio del genere, invece di nascondersi e sotterrarsi sotto la sabbia per la vergogna, discetta di Fake news putiniane davanti a Ivan Grieco. E pensare che, per poter guardare questa “inchiesta” (si fa per dire) di 40 minuti, mi sono dovuto abbonare al canale YouTube di Pulp Podcast e pagare la bellezza di €2,99. Ma, alla fine, ne è valsa la pena, in quanto ho potuto assistere alla nuova frontiera del giornalismo di inchiesta: una nuova informazione, totalmente priva di fatti e notizie verificate, a scanso di equivoci.

© Punto e Virgola

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