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La rivoluzione: il vero oppio dei popoli
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La rivoluzione: il vero oppio dei popoli

autore
Riccardo MaradiniRiccardo Maradini
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
SocietàSocietà
tempo di lettura

4

La parola “Rivoluzione” ha origine dal latino: la radice è quella del verbo REVOLVO, che significa “rivoltare, rovesciare, nel senso di ribaltare un qualunque sistema da cima a fondo. Come già saprete, cari lettori, il mensile di aprile è dedicato alla resistenza, in onore del 25 Aprile. Dalle frange Social-Comuniste del CLN, all’epoca, la resistenza era considerata come il possibile mezzo per arrivare ad un tentativo rivoluzionario in stile sovietico; non dimentichiamoci che, anche dopo la fine della guerra, molte delle armi usate nella Guerra di Resistenza erano ancora in mano ai combattenti comunisti, capitanati dal comandante Pietro Secchia. La zona più calda era il cosiddetto Triangolo della Morte, un territorio che comprendeva quelle zone che stanno tra l’Emilia e la Romagna: e proprio in queste zone, precisamente a Lugo di Romagna, nella notte tra il 7 e l'8 luglio del 1945, i membri della famiglia dei conti Manzoni Ansidei vengono uccisi e i cadaveri occultati nel terreno di un'azienda agricola di Alfonsine, vicino a Ravenna. Il delitto è politico: la famiglia Manzoni aveva aderito alla RSI, ma senza particolare attaccamento al regime o all’ideologia fascista: Giacomo era stato vicesegretario del PFR di Lavezzola, Luigi era stato addetto al ministero degli esteri a Salò e Reginaldo era stato sospeso dall'Università di Bologna e aveva subito un giudizio.

Per alcuni anni non si saprà più nulla della famiglia sterminata. Verrà messa in giro ad arte la voce che i conti hanno lasciato l'Italia. L'arresto di uno dei colpevoli porterà al ritrovamento dei cadaveri nell'agosto 1948.

Per l'eccidio verranno arrestati e processati Silvio Pasi, ex commissario politico della 28ª Brigata Garibaldi, medaglia d'argento al V.M., e altri dodici gappisti.

Se racconto questa vicenda, miei cari lettori, non è per sputare sulla resistenza o per fare un’opera di revisionismo storico, ma è per ricordare la complessità della storia, senza resoconti oleografici e ampollosamente retorici, ma cercando di raccontare le zone d’ombra. Anche se, bisogna dire la verità, noi italiani non siamo portati per le rivoluzioni: Giorgio Gaber, in “Qualcuno era comunista” diceva “Qualcuno era Comunista perchè… la rivoluzione oggi no, domani non posso, ma dopodomani sicuramente”.  In Italia, gli intellettuali, gli artisti, i letterati sono sempre pavidi e sempre pronti a baciare la pantofola al Potente di Turno. Gli italiani sono stati vent’anni sotto un governo fascista, che si spacciava esso stesso per un governo rivoluzionario in grado di riportare l’ordine, gridando a migliaia sotto il balcone di Palazzo Venezia; sono gli stessi italiani che, dieci anni dopo, daranno del fascista allo storico Renzo De Felice, che aveva la grave colpa di scrivere nei suoi libri la verità: ovvero che c’erano migliaia di persone sotto il balcone di Palazzo Venezia. Ma all’epoca gli Italiani erano tutti contenti; c’era uno che guidava lui, pensava lui, “Mussolini ha sempre ragione”, “Ipse dixit”. 50 anni dopo si ripeté il copione, stavolta in salsa berlusconiana e dunque farsesca: «Lasciatemi governare, votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari». Gli italiani sono fatti così: vogliono che uno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male, poi lo impiccano a testa in giù. Questo è l’italiano.

Ma usciamo per un attimo dall’Italia e parliamo di una rivoluzione che si è compiuta, quella Russa del 1918. All’inizio, tutti i grandi artisti e intellettuali parteciparono alla rivoluzione, fiduciosi nell’avvento della nuova era Socialista. Poi però, per molti di loro l’aria divenne irrespirabile e il comunismo sovietico sempre più brutale e dispotico, soprattutto, dal punto di vista politico, dopo l’avvento di Stalin e, dal punto di vista culturale, dopo il consolidarsi dello Zdanovismo. Facciamo alcuni esempi. Majakovskij, sebbene fosse un sostenitore della Rivoluzione, per le sue opere tarde (in particolare le commedie La cimice e Il bagno) fu bersaglio di feroci critiche da parte dell'establishment letterario sovietico, in particolare dalla RAPP (Associazione Russa degli Scrittori Proletari), che lo accusava di elitismo, individualismo e di non essere abbastanza "proletario". La delusione della persecuzione politica esplose nel suicidio, il 14 aprile 1930, quando s'incontrò con la delusione amorosa, una forma di velenosa persecuzione istillata nel cuore, un pacco di amarezze senza uscita. Sergey Esenin, grandissimo poeta contadino, penna melodiosa come solo la campagna russa poteva produrne, inizialmente aderisce alla rivoluzione, per poi accorgersi che la campagna russa da lui idolatrata si trovava ancora peggio di prima. Un altro suicidio, da parte di un uomo tacciato di alcolismo, ma che in realtà non riusciva a trovare il suo spazio. Lo scrittore Boris Pasternak è morto nel suo letto, ma tutti conoscono le persecuzioni che subì nell’ultima fase della sua vita. Durante gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione per un po’ tacque. Scrisse Mia sorella la vita, dove c’è una poesia in cui si affaccia dall’abbaino e chiede, “Compagni ditemi, che secolo c’è fuori?” e da qui si capisce il suo estraniarsi, il suo prendere le distanze. Aderì poi a un gruppo minore del cubo-futurismo, e fino agli anni Trenta lo lasciarono in pace. Stalin gli telefonò per chiedergli “ma Mandelstam secondo lei è bravo?”, una di quelle telefonatine che faceva ogni tanto. Però Pasternak tacque, e sappiamo la storia di Zivago, le persecuzioni, rivolte in particolare verso le persone amate, come la seconda moglie finita in un lager, che gli resero la vita impossibile. E per ultimo, ma non per importanza, il già citato Josip Mandelstam: alfiere, insieme ad Anna Achmatova, dell’‘acmeismo’, cioè di una poesia esatta, densa, concreta e di classica nitidezza. Gli fu impedita ogni forma di pubblicazione fin dal 1923. Da allora gli voltarono le spalle tutti, “possibile che io somigli a un monello che rigira nella mano lo specchietto gettando gibigiane sui più sconvenienti bersagli?”, scrive nei taccuini del Viaggio in Armenia, libro di diafana bellezza (in Italia lo edita Adelphi), che lo inguaiò ancora di più: pubblicato nel 1933, i detrattori vi scovarono botole antisovietiche. Il primo arresto di Mandel’štam avvenne tra la notte del 13 e 14 maggio 1934 ad opera degli agenti della polizia segreta politica, che requisirono gran parte delle sue carte e soprattutto il famoso Epigramma a Stalin (scritto nel novembre 1933), condannato dagli inquirenti come “un documento controrivoluzionario senza precedenti”. Da quel momento iniziò un periodo di estrema povertà e di problemi di salute per Mandel'štam, che tentò il suicidio nell'ospedale di Čerdyn. Anche dopo il trasferimento forzato a Voronež (nel 1935) la situazione di precarietà economica non cambiò. Nel maggio 1937, scaduto il periodo di confino, tornò a Mosca dove incontrò ostacoli con le pratiche per ottenere il permesso, che era obbligatorio per risiedere in una città sovietica. Fu dunque costretto a iniziare nuovamente le peregrinazioni per Savelovo, Leningrado, per poi tornare di nascosto a Mosca e infine a Samaticha, dove, la notte del 2 maggio 1938, il poeta venne arrestato. Da quel momento in poi, le uniche notizie certe lo segnalano prigioniero a Vtoraja Rečka: la data precisa della morte e il luogo della sua sepoltura sono tuttora ignote.

Tornando in Italia, e parlando sempre di rivoluzioni e di intellettuali perseguitati, non posso che chiudere questo articolo parlando di Piero Gobetti. Morto a soli 25 anni, bel 1926, dopo essere stato manganellato da picchiatori fascisti, è stato un autore estremamente prolifico, anche se rimarrà sempre ricordato per la sua opera più famosa: “Rivoluzione Liberale”. Ecco una descrizione di Piero Gobetti, composta da un altro famoso liberale, Indro Montanelli: “Non feci in tempo nemmeno a conoscerlo di persona, e per alcuni anni ne ignorai perfino il nome, soppresso dal regime fascista. Fu al ritorno dalla Spagna nazionalista, di dove le autorità militari italiane mi avevano cacciato per le mie corrispondenze, che scoprii Gobetti attraverso il suo erede più diretto e qualificato, Carlo Rosselli.

Anch’io […], se il liberalismo italiano fosse quello di Gobetti, non esiterei a prenderne la tessera ed a battermi per esso con le poche forze che mi restano.

Il Prezzolini che in me - toscano come lui - sonnecchia me lo impedisce. Ma non m’impedisce di sentirmi all’unisono coi liberali che di Gobetti fanno il loro modello e punto di riferimento perché il liberalismo è Gobetti, anche se è proprio questo che lo rende così estraneo agl’italiani ed all’Italia.” Sottoscrivo questo giudizio; Prezzolini e Gobetti erano perfettamente d’accordo su ciò che gli italiani dovevano fare per diventare un Paese veramente liberale. Ma dove stava il dissenso? Gobetti era convinto che gl’italiani fossero capaci di farlo. Prezzolini, no. Uno era un piemontese di formazione culturale franco-britannica: veniva da Tocqueville. l’altro era un toscano, e veniva da Guicciardini. In uno prevaleva l’ottimismo dell’azione; nell’altro il pessimismo della ragione. E purtroppo, la tradizione del liberalismo, fin dal suo padre putativo, Adam Smith, è intrisa di pessimismo e di sfiducia verso l’uomo. “La Teoria dei sentimenti morali” si apre con la frase seguente: «Per quanto egoista si possa ritenere l'uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l'altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di constatarla.» E io faccio parte della scuola di pensiero di Prezzolini, e non di quella di Gobetti. E credo che una rivoluzione sia possibile, solo al costo di cambiare a 360° la forma mentis di ogni uomo. Ma non credo che questo sarà mai possibile. Anche perchè, la verità è che, dice Bertrand de Jouvenel in Il potere, Rizzoli, 1947:

“(Gli Oliver Cromwell, i Bonaparte, gli Stalin) hanno preso parte a delle Rivoluzioni che sono cominciate con il vacillamento di un potere insufficiente, per chiudersi con il consolidamento di un potere assoluto. Sono stati il termine fatale verso cui si incamminavano necessariamente tutti i rivolgimenti”.

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