A TUTTA PROPAGANDA!
Agli sgoccioli delle campagne elettorali relative al referendum giustizia che avverrà il 22 e 23 marzo, che considerazioni si possono fare?
Sul lato tecnico, hanno dibattuto in tanti per cercare di far capire ai cittadini il contenuto della riforma. Infatti uno degli aspetti più critici è stato cercare di alfabetizzare la comunità ad un linguaggio giuridico ben lontano dalla quotidianità.
Informarsi in maniera neutrale su tali argomenti non è facile come sembra: nonostante la miriade di piattaforme fruibili, disinformazione e malinformazione governano i social. Per essere più chiari, per disinformazione s’intende la creazione o condivisone di informazioni false o manipolate volutamente con l’obiettivo di ingannare e influenzare l’opinione pubblica; si è sentito parlare di riduzione dei reati, accelerazioni di processi, e promesse che non spingono l’elettore a saperne di più ed essere più indipendente nel voto.
Con il termine malinformazione ci si riferisce alla condivisone di informazioni vere e reali ma utilizzate fuori contesto e in maniera subdola; prendiamo la pubblicazione di vecchie intercettazioni o scandali (come il Sistema Palamara), usati per generalizzare e delegittimare un intero potere dello Stato.
Ma i cittadini italiani hanno fiducia nel voto? O semplicemente ci basta sentire coloro che dicono ciò che più ci aggrada?
Il diritto di voto in Italia è forse il meno “sentito”: non si educa al voto, non si parla abbastanza di come sia stato possibile riuscire ad avere tale potere o di quanto ogni proposta abbia un impatto su ogni individuo.
Per cui tra pigrizia e ignoranza naviga la propaganda. I Governi conoscono i propri seguaci e i possibili elettori per cui sanno come comunicare, i canali da usare, gli slogan che rimangono impressi. Tutto questo ha fatto sì che struttura tecnica della riforma cadesse in secondo piano, lasciando spazio ad una battaglia politica in corso tra i sostenitori del sì e tra i sostenitori del no.
Quindi come commentare la puntata di Pulp Podcast con ospite la premier Giorgia Meloni? Il canale scelto per questo tipo di intervento mediatico è forte ed è seguito da milioni di persone, ma il risultato è stato paradossalmente prevedibile. La Presidente non è stata sottoposta ad un dibattito, ha ribadito i propri capisaldi dimostrandosi ancora una volta in contrapposizione con le voci critiche della campagna elettorale. Ha ribadito più volte la netta separazione tra la sua figura e la riforma: ha chiesto agli elettori di non trasformare il referendum in un voto sul Governo, quasi a voler murare il provvedimento dalla sua popolarità politica. In merito alla riforma l’ha descritta in superficie, non fornendo altri dettagli tecnici che avrebbero potuto anche sciogliere i dubbi negli oppositori o degli indecisi. Nella puntata sono state fatte anche domande relative ad altri scenari: anche lì, nulla di nuovo.
Chiaramente, per quanto la separazione delle carriere sia un argomento di cui si vocifera da oltre 30 anni in Italia, oggi il contenuto in sè della riforma non è più sufficiente: si guarda a chi la propone, a come la propone, al passo falso da recriminare e alla caterva di commenti che
ne seguono. La fiducia nelle istituzioni è un punto cruciale che manca: se il popolo elegge i propri rappresentanti senza confidare in loro, sono desolanti gli scenari a cui assistiamo. In primo luogo, il voto smette di essere un atto di delega e diventa una semplice procedura: la partecipazione politica non è spinta da un barlume di speranza ma dalla rassegnazione. In secondo luogo, il consenso raccolto dai leader non si costruisce più sui programmi, ma sulla capacità di manipolare il malcontento. Come nel caso di questo referendum, si finisce per votare ‘contro’ qualcuno invece che ‘per’ qualcosa, lasciando campo libero ad una politica che preferisce urlare slogan piuttosto che spiegare riforme complesse e i relativi dettagli non ancora comunicati.
Autore
Eugenia Clemente

