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«Mi ha detto che mi potevo rifiutare e questa cosa mi ha fatto riflettere» queste le parole di P., ragazza di origini congolesi, che lavora presso un negozio di telefonia in provincia di Verona, davanti alla richiesta di un cliente di impostare come suoneria del telefono la canzone fascista “faccetta nera”. Questo brano, composto nel 1935, divenne uno dei simboli della propaganda colonialista e razzista del regime. Nonostante nel tempo sia stata ritirata dall’uso ufficiale, perché in contrasto con le leggi razziali del 1938, ad oggi è uno dei simboli apologetici del fascismo. «Chiedere ad un’operatrice nera di impostare questa canzone come suoneria è offensivo» continua «la premessa che mi potessi rifiutare mi ha fatto capire che si fosse reso conto del messaggio negativo; finché è per goliardia non te ne rendi neanche conto, ma quando ti interfacci con la società, realizzi la gravità di ciò che stai facendo. Nonostante ciò, il cliente non si è fermato dal farmi la richiesta e dopo che l’ho accontentato, ho visto che se n’è vergognato». Conclude, dicendo «Se credi che questo comportamento sia “normale”, perché te ne vergogni?». All’alba dell’ottantunesimo anniversario della liberazione partigiana dal regime fascista, comportamenti offensivi e gesti riconducibili all’apologia occupano ancora uno spazio non indifferente nelle notizie; purtroppo ciò di cui si parla meno sono questi eventi più piccoli e meno appetibili a livello mediatico, ma dietro i quali si nasconde il virus nostalgico dell’inconsapevolezza e leggerezza con cui viene trattato questo comportamento. Davanti alla testimonianza di P. è chiaro che molti di questi sedicenti “fascisti” quando si scontrano con la realtà rispondono con la vergogna, forse perché prendono improvvisamente coscienza dell’entità delle loro azioni. Che si tratti di incoscienza o di ignoranza, ciò che non si può ignorare è che quando si parla di apologia fascista non si tratta di libertà di espressione o di pensiero, ma di un vero e proprio reato. La Legge Scelba (1952) prevede pene fino ai 3 anni di reclusione per chi compie atti di propaganda o apologia del fascismo. La Legge Mancino (1993) invece prevede la reclusione fino a 6 anni per incitamento alla discriminazione e uso di simboli, slogan o gesti di ideologie fasciste. Alla luce di ciò, fino a che punto possiamo continuare a giustificare con l’ignoranza o la goliardia questo tipo di comportamenti? Questi avvenimenti dovrebbero fare appello alla memoria storica collettiva degli italiani, perché si ricordino che essere antifascisti non è solo una scelta morale o un’opinione personale.
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