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Rental Family
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Erica ZambrelliErica Zambrelli
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Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
SocietàSocietà
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3

La società giapponese è spesso descritta come intrinsecamente contraddittoria da sociologi, antropologi, storici e osservatori internazionali. In Rental Family - nelle vite degli altri (2025) diretto da Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, si indagano con delicatezza la solitudine, la fragilità dell’appartenenza, l’identità e il desiderio di essere riconosciuti; tematiche stringenti della società contemporanea. Questa indagine viene condotta attraverso il dispositivo narrativo della “famiglia a noleggio”, una realtà aziendale nata nel paese del Sol Levante alla fine degli anni Ottanta sviluppatasi per rispondere alla crescente pressione sociale e all’isolamento. Il servizio offre attori professionisti per impersonare parenti, amici, fidanzati/e con cui attendere eventi sociali o con cui trascorrere il proprio tempo. Si tratta, da una parte, di un tentativo di ovviare al vuoto relazionale, dall’altra di soddisfare la necessità di salvare le apparenze in una società in cui il rispetto della forma è fondamentale per l’accettazione sociale. Il film non nasce come critica etico-morale a questa attività, ma attraverso la messa in scena e la finzione cerca di sottolineare il desiderio di creare connessioni umane e uscire dalla propria solitudine. La regia sostiene questo impianto tematico evitando qualsiasi enfasi melodrammatica e lascia naturalmente emergere l’emozione attraverso l’espressività e la mimica degli attori. In determinate scene, il silenzio assume un ruolo centrale nel restituire il peso della solitudine. Anche la fotografia contribuisce a questa costruzione, alternando tonalità fredde e bluastre a toni più caldi e tenui, riflettendo visivamente l’iniziale distanza emotiva dei personaggi e la loro progressiva apertura.

La trama del film ripercorre la vicenda umana e professionale del protagonista Phillip Vandarploeug, interpretato da Brendan Fraser. Philip è un attore americano fallito che vive a Tokyo da sette anni in un piccolo appartamento colmo di cartacce e sporcizia, solo. La stessa regia valorizza questa condizione tenendo la città di Tokyo, brulicante e caotica, sullo sfondo, come presenza distante, attraversata ma mai realmente abitata dal protagonista. La sua vita cambia totalmente quando accetta un incarico presso un’agenzia di rental family. Inizialmente perplesso sull’eticità di tali agenzie, per svolgere il lavoro deve iniziare a immergersi profondamente nella cultura e nella società giapponesi arrivando a conoscerne aspetti nascosti e poco noti. Interpretando i vari ruoli che gli vengono affidati, scopre e tocca con mano il bisogno, spesso represso, nei giapponesi di provare o recuperare rapporti familiari e umani forse mai vissuti, soffocati o persi. L’attore sperimenta come questa forma di finzione sembri poter riempire vuoti esistenziali reali, sia per i clienti sia per se stesso. Infatti, Brendan Fraser, attraverso la propria recitazione mimica e fisica, riesce a trasmettere l’ambiguità e l’inadeguatezza di un personaggio che tenta da anni di trovare il proprio posto in un paese che ancora lo vede come “straniero” o gaijin (外人) come lo chiamano i colleghi e il suo datore di lavoro. Questa visione emerge con ancora più chiarezza attraverso la scelta narrativa dell’utilizzo del giapponese parlato: permette allo spettatore di percepire la realtà quotidiana giapponese e soprattutto l’isolamento del protagonista con il suo successivo tentativo di connettersi profondamente con le persone nonostante il suo giapponese imperfetto.

Il reale cambiamento che tocca emotivamente e professionalmente Philip è l’interpretazione del padre di Mia (Shannon Mahina Gorman), su richiesta della madre, per garantirle l’accesso a una scuola privata. Ciò che nasce come prestazione contrattuale si trasforma lentamente in abitudine, in memoria condivisa e infine in presenza necessaria. Non è tanto l’affetto ricevuto a cambiare Phillip, quanto la scoperta che qualcuno possa aspettarlo, contare su di lui, riconoscerlo come figura stabile nel proprio orizzonte emotivo. Per un uomo che aveva progressivamente smarrito il proprio ruolo nel mondo, essere atteso diventa una forma di rinascita e di nuova responsabilità. In questo legame fragile e temporaneo si deposita una verità elementare e potentissima: l’identità prende forma nello sguardo degli altri, e talvolta basta qualcuno che creda in noi perché l’esistenza ritrovi improvvisamente consistenza. Un’ulteriore riflessione che porta Philip a riscoprire la dignità della propria esistenza avviene attraverso l’incontro con Kikuo Hasegawa (Akira Emoto), un anziano attore affetto da demenza senile. La figlia dell’uomo decide di assumere Philip nei panni di giornalista, per intervistare il padre e offrirgli riconoscimento pubblico. Attraverso questo rapporto insolito e commovente il film sottolinea un ulteriore sfumatura: se il ricordo ci permette di continuare ad esistere, allora essere ricordati da qualcuno -anche attraverso la finzione- ci dà la possibilità di sopravvivere allo scorrere inevitabile del tempo.

In definitiva, Rental family descrive le contraddizioni del Giappone contemporaneo senza apporvi giudizi morali o etici, con sequenze delicate e una fotografia sobria. Attraverso la finzione della messa in scena, il film suggerisce che l’autenticità dei legami non nasca necessariamente dalla verità dei fatti, ma dall’intensità dell’esperienza condivisa: non siamo definiti solo da ciò che siamo, ma anche da ciò che diventiamo quando qualcuno ha bisogno di noi. Philip, smettendo di essere estraneo a se stesso, dimostra che essere visti e ricordati da qualcuno è l'unico modo per dare consistenza reale e dignità alla propria esistenza, trasformando un contratto aziendale in un autentico atto di appartenenza, di riscoperta di sé e del proprio valore.

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