A chi non capita di sentire quel nodo alla gola quando non si riesce ad essere produttivi come ci si era imposti? A chi non capita di percepire di non avere mai tempo per fare tutto? A chi non è capitato di sentirsi, semplicemente, in ritardo?
Ora, mi viene da chiedermi: in ritardo rispetto a chi, a che cosa?
Questa sensazione, un misto di ansia e frustrazione, questa costante necessità di essere sempre performativi ha un nome: «cronopatia», la malattia del tempo. Si potrebbe definire un’ossessione, legata e alimentata dall’accelerazione sociale e lavorativa cui siamo sottoposti ogni giorno, chi più chi meno. In questo contesto sociale iper-velocizzato e iper-connesso, l’ozio –che nell’antica accezione di otium indicava il tempo nobile dedicato alle proprie passioni e ai propri studi–è stato svalutato a tal punto che il riposo viene vissuto con un profondo senso di vergogna. Siamo la società che premia la performatività, che promuove l’individualismo, la competitività e non tollera inciampi, fallimenti, e dolori che sono inevitabilmente presenti durante il processo di crescita di ognuno.
Il timore del fallimento è diffusissimo tra gli adolescenti e giovani adulti in Italia (oltre 50% secondo indagini ISTAT) e il peso dell’avere successo in ambito scolastico e lavorativo non fa altro che accrescere motivi di ansia, tristezza o nervosismo. Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro di Milano, precisa che non solo i giovani sono maggiormente sottoposti al confronto a causa dei social, ma anche che il sistema adulto non sa più mostrare futuro, solo competizione. Secondo lo studioso siamo di fronte a una generazione di adulti che, non tollerando l'idea del fallimento dei figli, ha sostituito l'ascolto dei loro desideri con l'imposizione di obiettivi. Lancini sostiene che il giovane non è più visto come un soggetto in divenire, ma come uno specchio in cui l'adulto cerca conferma della propria efficacia educativa. In questo modo l’adulto smette di essere guida e alimenta questo ritmo frenetico che trasforma la crescita in una gara per l’esistenza.
Inoltre, i media diventano uno scenario digitale in cui si proiettano le più estreme contraddizioni: da un lato titoli giornalistici che celebrano il mito del ventenne in possesso di tre lauree, dall’altro quelli che sottolineano come la generazione Z (nati tra 1997 e 2012) sia quella più ansiosa, povera, e sola della storia recente, senza rendersi conto che la seconda è vittima diretta del modello proposto dalla prima.
Che cosa intendiamo, quindi, quando parliamo di successo? Enrico Galiano nel suo libro del 2017 Eppure cadiamo felici analizza l’etimologia di diverse parole per indagarne il significato e il potere evocativo. Egli interpreta il “successo”, non solo come traguardo, ma come il risultato di ciò che segue o ciò che accade. Il termine deriva dal latino successus, participio passato di succedere “venire dopo, accadere” indicando che il vero successo è spesso un processo, un susseguirsi di eventi, tentativi ed errori. Il vero successo è un participio passato, un verbo che semplicemente ci dimostra che è possibile far succedere le cose, far andare la vita dove si vuole. Realizzarsi può essere anche riuscire a coltivare un orto, dipingere un quadro, leggere un libro, arredare il salotto di casa, riprendere a mangiare senza pensare al cibo come nemico, riuscire a fare quel viaggio che tanto sognavi attraverso l’Europa. Il successo è soltanto far succedere le cose, le cose che ci muovono dentro, che ci emozionano, quelle che desideriamo far accadere. Certo, non si può ignorare che questo far succedere si scontra con una realtà materiale spesso ostile, fatta di precarietà e di un mercato che dà valore solo a ciò che è monetizzabile. Tuttavia, riscoprire il significato etimologico di questo termine non è un esercizio di stile, ma un atto di resistenza. Se smettiamo di misurare il nostro valore solo attraverso i parametri esterni del profitto e della velocità, restituiamo dignità anche a quei traguardi invisibili di cui le statistiche non tengono conto, ma che tengono in piedi la nostra esistenza.
Ecco, come siamo passati dal sognare al sentirci braccati? A essere in uno stato d’assedio perenne dovuto al confronto e alla smania di essere qualcuno? Siamo diventati automi in cerca di approvazione, di un certificato che attesti che sappiamo fare qualcosa, che in fondo non siamo inutili. Desideriamo essere visti, piacere agli altri, ma con questo ci dimentichiamo di porci la domanda più importante: piacciamo a noi stessi?
Roberto Benigni, in uno dei suoi monologhi ha asserito che siamo andati talmente avanti col corpo che la nostra anima è rimasta indietro. Mentre rincorriamo e tentiamo di adattarci a una iper-performance sfiancante e idealizzata, rischiamo di perdere la nostra autenticità e la nostra identità. Forse, il vero successo non è vincere la gara di velocità contro il tempo, ma avere il coraggio di rallentare quanto basta per permettere alla nostra anima di raggiungerci, e ricominciare a camminare insieme.
Autore
Erica Zambrelli