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La Terra soffre e noi siamo parte attiva di questa sofferenza.
‹‹Non possiamo più pensare che lo Stato possa intervenire sempre e per tutti, non ci sono più le risorse necessarie per fronteggiare un’emergenza che è diventata pressoché quotidiana››. Così il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, ha dichiarato due anni fa dopo il G7 tenuto a Stresa.
Sulla Sicilia, la Sardegna e la Calabria si è abbattuto quello che è stato definito il ciclone Harry, che ha portato sui territori del Sud Italia piogge torrenziali, venti fortissimi fino a 150km/h e onde di un’altezza superiore a 10 metri provocando devastazioni su tutto il territorio.
La stima dei danni si aggira intorno a due miliardi di euro. Il Cdm tenuto a Palazzo Chigi ha dichiarato lo Stato di emergenza per le tre regioni i cui governatori, Renato Schifani, Alessandra Todde e Roberto Occhiuto sono stati nominati commissari delegati "con ampi poteri di deroga" per la ricostruzione dei territori. La conta dei danni è iniziata e lo Stato stanzia 100 milioni per fronteggiare le prime spese: la rimozione di detriti, la messa in sicurezza delle infrastrutture colpite, il ripristino dei servizi essenziali. Resta il tema della ricostruzione.
Gli interventi di emergenza hanno funzionato, l’allerta delle regioni e della Protezione civile è stata efficace e non si registrano vittime della catastrofe. Però nel Mar Mediterraneo erano salpate otto imbarcazioni partite dalla Tunisia di cui non si sa più nulla, si stimano 380 dispersi e sono accertati 51 morti, grazie alla testimonianza dell’unico sopravvissuto che si trovava proprio in quest’ultima imbarcazione. Alarm Phone, l’organizzazione che riceve le chiamate di soccorso dai migranti, segnalava la scomparsa di queste imbarcazioni da giorni. La devastazione è strutturale sul territorio nazionale del meridione e il dolore è immenso, ma nel mare il ciclone Harry ha prodotto delle morti.
Perché si parla di crisi climatica e di riscaldamento globale legato a questi fenomeni di intense perturbazioni? Il ciclone Harry si è formato tra il nord Africa e il canale di Sicilia, perturbazione che molti esperti hanno definito inimmaginabile nel meridione d’Italia. L’alta pressione ha creato un blocco atmosferico che ha impedito a questa di spostarsi. Il Mar Mediterraneo sempre più caldo fornisce il potenziale per aumentare questi eventi rendendoli di altissima portata distruttiva. Difatti l’Italia si trova in una posizione geografica di scontri tra il caldo delle correnti africane e il freddo delle correnti atlantiche europee.
Il ministro Nello Musumeci ha ragione nel dire che lo Stato non ha più le risorse necessarie, ma le dichiarazioni sono di due anni fa e le cose non cambiano. L’Italia negli ultimi due anni ha affrontato spese dovute alle forti piogge torrenziali che hanno provocato alluvioni ed esondazioni in Emilia-Romagna e in Toscana, frane e smottamenti, siccità prolungate, incendi boschivi. Ci troviamo di fronte a un fenomeno di una portata immensa che necessita attenzione; stiamo assistendo a un dissesto idrogeologico importante.
Le conseguenze del ciclone Harry non finiscono. Niscemi, cittadina in provincia di Caltanissetta in Sicilia è stata colpita da una frana a scorrimento verificata tra la Strada Provinciale SP10 e il centro abitato, poco distante dal quartiere Sante Croci, che ha provocato la chiusura delle scuole e l’evacuazione di circa 1500 persone dalle proprie abitazioni.
Ma che cos’è una frana a scorrimento? Un fronte di oltre 4 km ha formato tale catastrofe, che potrebbe aumentare a causa della natura della sua portata. Si parla di frana a scorrimento quando una porzione di rocce scende sull’altra. La caratteristica geologica del territorio ha aiutato il verificarsi di questo fenomeno; il terreno presenta un substrato argilloso impermeabile con al di sopra uno strato di sabbia. Con il prolungarsi e la forza delle precipitazioni questo strato si è appesantito, provocando quello scivolamento nello strato argilloso. La pesantezza ha fatto franare il terreno, che ha trascinato con sé abitazioni e costruzioni. Una frana che non si ferma. Il capo del Dipartimento nazionale della Protezione Civile Ciciliano afferma che sarà necessaria una delocalizzazione definitiva delle famiglie che abitano su quel terreno.
Cosa bisogna fare per cambiare? La risposta non è immediata, ma sicuramente l’approccio con cui guardiamo al nostro territorio deve mutare. Bisogna assumere una mentalità preventiva, al fine di mitigare il rischio e proteggere i nostri territori. I fondi e le risorse mancano, perché allora pensare di investire in progetti come la costruzione del Ponte sullo Stretto. La popolazione ha bisogno di sentirsi al sicuro nelle proprie abitazioni e non pensare che da un momento all’altro possano sprofondare sul terreno su cui sono state costruite.
Il territorio italiano non ha bisogno di nuove infrastrutture a dimostrare la propria potenza, ma ha bisogno di strutture che possono essere pronte a fronteggiare la potenza che è la Natura.
Autore
Emma Ercolini