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Sembra che danzi, ma è una preghiera. Lei è solo un’ombra nella notte sulle coste di Lampedusa. Il bambino che ha partorito è tra le braccia di un giovane medico italiano, nasconde il viso nell’incavo del suo collo e piange, ma il rumore del Mediterraneo continua ad essere più forte: non è più quello della morte, ora, è il suono della vita. Alle spalle hanno la Nigeria, poi la Libia da dove sono salpati su un gommone stipati in centinaia senza saper nuotare, senza indossare un giubbotto di salvataggio comunque troppo largo per il corpicino di un neonato - «quando c’è un naufragio, sono i primi a morire affogati» mi sarà spiegato. Hanno pagato un biglietto che ha il prezzo della loro stessa esistenza e, insieme, quello della libertà. Chi stringe il bambino è Davide Ferro, medico del CISOM, che questo momento e le parole pronunciate dalla donna, raccoltasi in una preghiera estatica verso il mare a bordo della motovedetta, non le dimenticherà mai: «Qui mio figlio ha un futuro». Cadono le ideologie, i colori della politica si spengono in quelli nel Mediterraneo, oggi il più grande e profondo cimitero d’Europa: prima si salva, e poi si discute.
Il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM) è una fondazione con finalità di protezione civile, sociale, sanitario assistenziale, umanitario e di cooperazione. Opera per portare assistenza e pronto soccorso alle persone in stato di necessità e lo fa grazie ai suoi medici, agli infermieri, ai soccorritori e ai volontari. Attraverso il progetto Passim 4, il CISOM collabora con la Guardia Costiera Italiana, l’Oim e l’Usmaf, prestando soccorso alle persone che disperatamente cercano di raggiungere le coste italiane, e lo fa dai porti di Catania e di Messina, di Pescara, di Lampedusa, di Crotone e di Roccella Jonica. I migranti assistiti nel Mediterraneo dal Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, ad oggi, sono più di 300.000. Su quelle motovedette è salito anche il dottor Davide Ferro, torinese, classe ‘97, voce gentile e il sogno di diventare anestesista unito a quello di scoprire il mondo a cui apparteniamo tutti senza tuttavia saperlo guardare. A bordo di quelle piccole navi di salvezza, di giorno e di notte, per quattro settimane, di cui due trascorse a Roccella Jonica tra maggio e giugno e due sull’isola di Lampedusa a partire da metà ottobre, Ferro ha toccato con mano il paradossale attimo di sintesi tra la più profonda disperazioni umana e la gioia, altrettanto umana, di posare i piedi a terra vivi dopo un viaggio estenuante che costringe ad accettare la morte.
Davide mi racconta di quei momenti, dell’emozione e della paura, dei dubbi e dell’impotenza, dei legami indissolubili e della condivisione, talvolta disperata, che ha conosciuto su un’isola a cui ha dato tanto, ma dalla quale ha ricevuto di più. «Impari a guardare il mondo con occhi nuovi, mentre ti rimproveri di non essere stato capace di farlo prima – ammette Ferro – Mi sono ripromesso di studiare, di documentarmi, di capire e poi di ripartire con una consapevolezza nuova».
Lampedusa piega l’indifferenza. Non può fare diversamente. Le sue coste non si possono nascondere, né cancellare dalla cartina geografica che le disegna come un puntino a un passo dalla Tunisia. Davide ripercorre con me la sua prima missione con il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta sulla motovedetta della Guardia Costiera. Torna a quel pomeriggio in cui il cielo era azzurro e il mare blu, lo spazio sembrava non avere limiti e nemmeno confini, come recita l’auspicio scritto in bomboletta spray sui muri del porto. Poi d’improvviso un neo, un’eccezione a rompere quella omogeneità placida che di lì a poco si sarebbe frantumata in un prisma di voci, di colori, di sensazioni e di storie strabordanti da una barca azzurra in vetroresina.
«Sei in navigazione dopo le segnalazioni ricevute da Frontex (l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, che sorvola in Mediterraneo per individuare le imbarcazioni, ndr), li vedi e dentro esplodi. L’adrenalina, il sollievo, la gioia, il panico: vuoi ballare e piangere insieme, ma resti immobile. Ci siamo avvicinati e sono riuscito a guardarli negli occhi. Le reazioni dei migranti sono diverse, ma tra queste c’è anche il terrore». Le motovedette della guardia costiera italiana hanno infatti lo stesso aspetto di quelle libiche, donate dal nostro governo nell’ambito del Memorandum Italia-Libia siglato dall’ex ministro del governo Gentiloni, Marco Minniti, e rinnovato dai premier successivi. «Alcune persone si agitano e cercano di scappare. In Libia vengono torturati, stuprati, picchiati a sangue. Non importa che siano donne, anziani, malati, che tengano per mano un bambino o che stiano allattando un neonato – spiega Davide – Quando riusciamo ad avvicinarci a loro non sanno dove si trovano, se in acque internazionali o territoriali. Quello che vedono, da giorni, è soltanto blu: non ci sono punti di riferimento in mare. Hanno una bussola consegnata dai trafficanti che dicono loro di puntare sempre verso Nord, fino all’Italia. Nessuno sa nuotare e i bambini sono tantissimi. Sulla barca mangiano, bevono, vanno di corpo, pregano e piangono, rimanendo aggrappati a quello che capiamo soltanto qui non essere un sogno, ma un bisogno urgente, essenziale. La sola possibilità per vivere. Nessuna madre, nessun padre porterebbe con sé un figlio in questo viaggio di morte, se non ne fosse costretto».
Poi scatta qualcosa: la comprensione, istintiva e fattuale, che su quell’imbarcazione, semplice tappa di un viaggio scandito dalla disumanità, per la prima volta, non ci sarà violenza. «Il nostro lavoro è essenzialmente quello di prestare primo soccorso alle persone in mare. Disidratazione e ipotermia sono le condizioni che riscontriamo più spesso. Come medico, la sensazione che ho avvertito a Roccella Jonica e a Lampedusa è quella di essere impotente di fronte alla disperazione umana, davanti alle tragedie del Mediterraneo per cui non siamo capaci di provare davvero empatia fino a quando non ce le troviamo di fronte senza poter far altro, troppo spesso, che constatare il decesso di un bambino a faccia in giù in mezzo al mare. I naufragi accadono, anche se io non ne ho mai vissuto uno. L’ho fatto soltanto attraverso le parole di un amico».
A Lampedusa Davide condivide la camera con i colleghi del CISOM, frequenta la stessa mensa vissuta quotidianamente dagli operatori della Guardia Costiera. Alla sera, dopo aver prestato servizio, si trovano insieme nei pub dell’isola. Nell’eroica ordinarietà di quelle giornate, una notte, una chiamata sveglia il suo compagno di stanza: c’è stato un naufragio, è lui di turno. «La sola cosa che ho potuto dirgli èstata buona fortuna. Nessuno ti prepara a quello che vedrai. Siamo medici, conosciamo la morte, ma il recupero di quelle persone inghiottite dal mare mentre tentavano disperatamente di salvarsi ti cambia per sempre. Potevano essere gli stessi bambini che avevo guardato negli occhi sulla motovedetta quel pomeriggio. Non importa la tua opinione politica sulla questione migratoria. Non importa se pensi che i confini andrebbero chiusi, che ognuno dovrebbe stare a casa propria. Nemmeno se sei convinto che questa gente tenti la via del mare per rubare qualcosa a noi occidentali. I corpi degli annegati riemergono dopo giorni, gonfi d’acqua. Sono corpi di bambini, di neonati, di donne e di uomini come noi, con la sola colpa di essere nati in un paese da cui scappare».
Prima si salva, e poi si discute. Sono queste le uniche parole possibili, da scolpire nella pietra della politica, di fronte alle perdite irriducibili di vite umane e a quei naufragi che non lasciano scampo a chi, in mare e come nella vita, non ha più niente a cui aggrapparsi. Prima si salva, e poi si discute. «È quello che insegna Lampedusa - conclude Davide - un’isola che plasma lo sguardo, un’isola da cui parti, ma soltanto per tornare. Sai sin da subito che quello che sarai capace di dare non potrà mai ricambiare tutto quello che riceverai». Prima si salva, poi si discute: è l’unica bussola, il nostro Nord.
Autore
Alice Tintori