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L’articolo che sta per leggere, caro lettore, è forse una delle riflessioni più profonde che io abbia mai fatto. Sono nato da genitori immigrati, l’Italia è la mia casa ed è proprio per questo che voglio sottolineare tutto ciò che non funziona: non per denigrarla, ma per correggere questi errori e rendere migliore il posto che ha reso migliore me. Dopo questa premessa, voglio parlare di quello che l’Italia rappresentava per Youssef Abanoub, chiamato da chi gli voleva bene Aba. Aba era un ragazzo come gli altri, o forse no; gli amici lo descrivono come una persona premurosa, sempre pronta ad aiutare. In queste settimane in molti hanno parlato dell’accaduto, spesso mischiando la politica a una tragedia, ma la domanda che dobbiamo farci in primis è: come siamo arrivati a questo? La risposta è semplice: il tanto citato “disagio giovanile” di cui parlano i politici è esattamente questo, è ciò che spinge i ragazzi a compiere atti estremi fino a delitti come l'omicidio di Aba. Pensare che tra giovani italiani una semplice foto possa aver scatenato tutto è da superficiali, perché ciò che è successo ad Aba non è frutto della sola gelosia; la gelosia è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quello che è accaduto a La Spezia è il frutto di una cultura patriarcale che insegna a poter uccidere un proprio coetaneo perché considerato un ostacolo al possesso di una "proprietà", ovvero la propria ragazza. Quando il sindaco di La Spezia ha esordito dicendo che "l'uso dei coltelli arriva solo in certe etnie", ha fatto capire chiaramente che la responsabilità delle azioni compiute non viene attribuita alle istituzioni, che non sono state in grado di aiutare il ragazzo che ha ucciso Aba. La responsabilità non viene data ai docenti o alla dirigente scolastica, che avrebbero dovuto risolvere una situazione che a scuola era già nota a causa di varie minacce precedenti. Gli stessi studenti hanno confermato che era comune che i ragazzi portassero coltelli di vario tipo a scuola, eppure la colpa viene ridotta all’etnia del ragazzo, comunicando chiaramente il colore politico del sindaco Pierluigi Peracchini. I compagni di classe di Aba si sono riuniti in manifestazione martedì 19 gennaio per protestare contro la scuola, il luogo in cui l’organo che dovrebbe istruire ed educare ha fallito miseramente. Fuori dall’istituto, gli studenti hanno richiesto che professori e preside si unissero al corteo per denunciare l’accaduto e far sentire la propria vicinanza alla famiglia, ma, come prevedibile, nessuno di loro si è unito, nemmeno la dirigente. Hanno dichiarato di essere in lutto per la perdita di uno studente, ma la scuola non ha aderito al lutto cittadino, rimanendo indifferente; e chi è indifferente è complice. Dopo essere stato colpito, Aba è rimasto per circa 45 minuti a terra sanguinante, e i soccorsi che i professori avrebbero dovuto saper gestire in una simile emergenza non hanno funzionato. La scuola è complice in questo omicidio perché non era pronta a gestire tale tragedia e ha fallito nel suo compito di tutela. Purtroppo, questo non è il primo e non sarà l’ultimo gesto estremo: finché il disagio giovanile verrà usato solo come manifesto per le campagne elettorali, non cambierà nulla. I giovani pretendono di essere aiutati concretamente e non di essere usati come magnete per attirare voti.
Autore
Harmanpreet Singh
