Esiste un dialogo, composto circa due secoli fa, precisamente nel 1824, che sembra criticare ironicamente l’ansia che proviamo - oggi - ogni volta che aggiorniamo lo schermo del telefono per curiosare tra le vite altrui, per controllare che cosa stiano facendo gli altri di più interessante. È il dialogo della Moda e della Morte di Giacomo Leopardi.
Questo racconto fa parte delle Operette morali, una raccolta di ventiquattro dialoghi satirici e novelle filosofiche in cui Leopardi contesta l’antropocentrismo, la vana presunzione dell’uomo di considerarsi eterno e i miti progressisti del tempo. In questo dialogo, la Moda e la Morte sono personificate e la prima ricorda alla seconda d’essere sua sorella, non mancando di dimostrarglielo. Entrambe sono figlie della Caducità e la Moda ammette di essere nata per distruggere ciò che già esiste, proprio come la Morte, ma il suo distruggere avviene attraverso il “cambiamento” «per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali». La Moda vanta di aver reso gli uomini capaci di sofferenze atroci per il desiderio di apparire, o meglio, di identificarsi nel contesto sociale di appartenenza: «io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano». Se la Morte colpisce il corpo, attraverso il disfacimento della carne, la Moda colpisce, assieme al corpo, l’identità individuale: per esaudire il proprio desiderio di appartenenza, l’uomo si sottopone a fatiche e dolori che lo rendono schiavo della vanità in nome dell’accettazione sociale.
Il desiderio vano di seguire la moda che Leopardi stigmatizzava nella società ottocentesca ritrova oggi la sua radice psicologica nella F.O.M.O. (Fear Of Missing Out) ovvero la “paura di essere tagliati fuori”. Questa forma d’inquietudine sociale, amplificata dalle piattaforme digitali, alimenta il timore costante che altrove si stia vivendo un’esperienza più gratificante della nostra, che le scelte altrui siano sempre migliori delle nostre. Tale tensione non è una mera suggestione filosofica ma trova un riscontro nei dati ISTAT 2025 sul benessere digitale. Le statistiche evidenziano come, in soli tre anni, siano triplicati gli adolescenti che si isolano a causa dell’iperconnessione; per assurdo, a ciò si accompagna una crescente ansia da disconnessione che impone il monitoraggio costante dei social media. Tutto questo comporta inevitabilmente una riduzione della concentrazione (colpisce il 60% dei giovani), oltre a stati di ansia e depressione (51% dei giovani). Il desiderio di appartenenza si è trasformato quindi in un monitoraggio perenne: non navighiamo per curiosità, ma per un dovere di presenza. Come nel dialogo leopardiano, sacrifichiamo il nostro benessere, in questo caso mentale e digitale, pur di non restare fuori moda, invisibili all’algoritmo.
Dai dati analizzati si comprende che questa F.O.M.O. è un timore che colpisce soprattutto quando l’identità è ancora in costruzione, quando ancora non sappiamo chi siamo o cosa vogliamo e per questa ragione ogni occasione persa sembra una minaccia alla nostra persona. Il desiderio di costruirsi, di diventare qualcuno, di essere qualcuno nasce anche dal bisogno inevitabile di essere visti e riconosciuti dalla società. Spesso desideriamo ciò che gli altri desiderano perché vogliamo appartenere allo stesso piano di esistenza, ed è qui che entra in gioco la FOMO: il terrore diventa quello di perdere la propria identità sociale, un’insicurezza derivata dal desiderio di appartenenza. Questo timore potrebbe dunque essere la “versione digitale” della sorellanza tra moda e morte perché in noi cresce il germe del “se non sono aggiornato, se non seguo il flusso, muoio socialmente”. Il desiderio di appartenenza ci trascina in una corsa frenetica che inibisce la riflessione profonda, anche verso noi stessi, impedendoci di definire chi siamo davvero. L’era digitale complica la nostra affermazione d’identità ammaliandoci con l’illusione delle infinite possibilità: un labirinto di opzioni, esperienze e percorsi che rende ogni nostra decisione un paradosso. Infatti, spesso dimentichiamo che scegliere un sentiero significa inevitabilmente rinunciare a tutti gli altri. In un mondo che straborda di alternative, interpretiamo ogni esclusione come una perdita inaccettabile. È proprio in questa contraddizione che il vano seguire la moda diventa una scappatoia: uniformarsi al flusso ci solleva dal peso concreto della responsabilità individuale, permettendoci di galleggiare nella comodità dell’omologazione.
Si può definire “successo sociale”, allora, essere alla moda o appartenere a un gruppo che richiede di recitare un determinato ruolo, adottare un determinato linguaggio e frequentare determinati luoghi? Se ciò che sacrifichiamo, oltre al nostro benessere psico-fisico, è la nostra autenticità, quanto possiamo ritenerci “di successo”?
Se si scambia l’omologazione (di pensiero o di comportamento) per “successo sociale” si è succubi di una forma di “morte in vita”, come dice la Moda alla Morte per farle capire, una volta per tutte, di essere effettivamente sua sorella: «Io ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è più morta che viva». Se scegliere significa rinunciare, forse potremmo tentare di rinunciare all’illusione di piacere a tutti, per provare il desiderio più radicale: quello di appartenere, prima di ogni altro luogo, a noi stessi e fare in modo che la vita sia nostra per davvero.
(Immagine di copertina: Charles Allan, All is vanity, 1892)
Autore
Erica Zambrelli
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