Il Tirreno da un lato, le Apuane dall’altro. Le biciclette verde versilia, le automobili di lusso in sosta lungo viale Roma. La ciclabile rossa e verde, la giraffa del Twiga. Sotto una tenda prenotata per tutta la stagione si sta decidendo il ristorante per la sera. Carne o pesce? “Figa, sotto le quattro dita non è fiorentina, è carpaccio”. Una prenotazione per dodici alle 21. “Incamiciati, mi raccomando. Che poi in discoteca ci tocca far la fila per nulla, se sembrate dei pezzenti”. “Borse, prezzo buono”. Sotto la tenda si alza uno sguardo. Nessuna parola, gli occhi tornano sul cellulare. Si sente sbuffare. Silenzio. La stessa reazione che si ha con un cane che appoggia le zampe alla tovaglia durante la cena per elemosinare qualcosa. Che fastidio questi neri sulla spiaggia, che insistono, insistono e non ti lasciano in pace. Alì che la spiaggia la batte dagli anni Novanta, resta immobile. Trenta chili di roba contraffatta addosso. Un caldo mortale. Aspetta qualche secondo e se ne va, prosegue la sua marcia. Arriva fino al Forte, torna indietro, più in là non si può andare. C’è gente pagata per tenere lontani i venditori ambulanti. Nel 2013 e poi nel 2015, sotto i pontili di Pietrasanta e Forte dei Marmi, spuntano le reti “anti-abusivi”: viene chiusa l’area pubblica dell’arenile dove i venditori cercano riposo all’ombra dopo avere camminato per chilometri lungo le spiagge. “La Versilia è come un hotel a cinque stelle e dunque dobbiamo garantire servizi a cinque stelle” si era giustificato l’allora sindaco del Forte Umberto Buratti, Pd. I venditori ambulanti, però, esistono alla luce di una domanda: quella dei ricchi vacanzieri della Versilia. Occorrerebbe concentrarsi piuttosto sui caporali che forniscono le merci agli stranieri che battono le spiagge e alla difesa di quel lavoro dignitoso di cui parla l’articolo 36 della nostra Costituzione. Ma andiamo avanti. Le reti, divisive in tutti i sensi, sono state rimosse. Alì gira tra le tende, tocca Lido di Camaiore e poi quando le distese si svuotano va a casa in macchina con suo fratello e altri tre senegalesi con cui condivide la stanza. In quell’appartamento di pochi metri quadri abitano in sei. Hanno comprato a trecento euro una macchina usata, per evitare le corriere su cui di tanto in tanto la polizia sale per sequestrare i borsoni degli ambulanti e multarli. Una Opel grigia del 2000 con 300.000 chilometri alle spalle, che ancora fa il suo: le strade che separano il pontile di Pietrasanta da Capezzano Pianore. Andata e ritorno. Sette su sette. I tempi sono cambiati. Quando è arrivato in Italia per la prima volta, a Pisa e poi in Versilia, non c’era una tenda vuota. Il lungomare pullulava. C’erano più soldi. Aveva venticinque anni. Si era sposato da poco, sua moglie era incinta, in Senegal ad aspettarlo. Adesso ha sessant’anni e quattro figli, tre femmine e un maschio. Due fanno l’università. Informatica. Gli altri stanno finendo la scuola. Alì manda a casa le rimesse per pagare gli studi ai suoi ragazzi. Da sempre, tutte le estati, prima di tornare a casa. Si è fatto conoscere, in Versilia. Facendo su e giù sulla spiaggia impari a riconoscere le facce dei turisti, le famiglie, le generazioni che cambiano con il tempo che corre per tutti. Anche per chi sulla spiaggia non lavora, ma trascorre le vacanze, magari appoggiandosi a una seconda casa acquistata dai bisnonni quando ancora si poteva. Alcuni sono amici. Comprano qualcosa ogni estate, gli chiedono come va, come si fa con un lavoratore qualsiasi. Si è fatto benvolere, in Versilia, con il suo italiano quasi perfetto, l’inflessione toscana acquisita negli anni trascorsi qui, nella riviera della Milano bene, dei parmigiani che scappano dall’afa dell’Emilia, dei russi e di chi può permetterselo. Per un periodo ha anche lavorato in regola come buttafuori in una discoteca. Poi come lavapiatti a Pisa. Come tuttofare in un hotel della città. Alla fine però è tornato a battere la spiaggia. Le borse taroccate vanno, nonostante la crisi. Anche e soprattutto a Forte dei Marmi dove quel che conta è avere qualcosa da mostrare. Tanta forma, poca sostanza. “Guarda com’è fatta bene questa Prada, pare vera. Quanto mi fai?”. L’accessorio all’apparenza perfetto per una vasca tra le palme e gli store esclusivi di via Raffaelli. Alla radio passa la voce di Willie Peyote, “Il gioco delle parti”: “Guarda la gente che c’è/Vogliono un posto esclusivo/Privé e sbocciare Moët/Però che si veda/ che gli altri si sentano esclusi/Eh beh, se no che gusto c’è?”. Alì oramai un po’ italiano si sente. Conosce la lingua, le usanze, i proverbi. I piatti tipici e quello che agli italiani piace sentirsi dire. La comodità dei luoghi comuni. Sa a memoria i nomi degli stabilimenti balneari, chi troverà e a quale ombrellone. “Ma perché non porti qui i tuoi figli e tua moglie?”. “Perché la mia casa è in Senegal” è la sua risposta, sempre. Il Senegal dove trascorre la prima metà di ogni anno, dove è padre, marito, lavoratore. La Versilia dove torna con l’inizio della stagione turistica, dove è solo un nero che fa avanti e indietro sulla battigia. Quel lavoro che a volte nemmeno gli dispiace, a lui che alla fatica ci ha fatto il callo. Lo soffre attraverso lo sguardo degli italiani, che lo guardano come fosse un cane bastonato o una cimice attaccata alle tende di casa. Con quella distesa di benessere non sa se farebbe a cambio. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino, parla di “doppia assenza”: il migrante a metà tra due mondi, opposti, ingabbiato in un provvisorio che dura. Per Alì il provvisorio di Sayad va avanti da 11.000 giorni. Trent’anni in cui è stato tutto: straniero, turista, residente, commerciante capace e amico fedele, padre e marito nonostante la distanza. In cui ha fatto domande e dato risposte. Tutte tranne una, che ogni tanto da qualche turista in villeggiatura arriva: “Ma chi ci sta dietro di voi? Chi vi dà tutta ‘sta roba?”. Tutti lo sanno, ma nessuno parla. È la prima regola, se si vuole lavorare. Se si vogliono far arrivare a casa quei soldi che servono a pagare le tasse universitarie dei figli. La merce venduta sulle spiagge arriva da reti di importazione illegale e di contraffazione nelle mani della criminalità organizzata. I venditori come Alì sono l’ultimo anello, il più visibile, di una filiera sommersa legata al caporalato. A contrastare il fenomeno dell’abusivismo commerciale, dal 2018, c’è il progetto Spiagge Sicure. Un piano concepito dal Ministro dell’Interno (all’epoca Matteo Salvini) per tutelare il Made in Italy, il decoro e il turismo marittimo, attraverso pattugliamenti, sequestri, sanzioni e finanziamenti destinati alle amministrazioni locali. Tra gli obiettivi non compare il contrasto strutturale allo sfruttamento lavorativo dei venditori stranieri. Spiagge Sicure non si propone di risalire sistematicamente ai caporali, di indagare le reti logistiche e finanziarie, di proporre percorsi di tutela ai lavoratori sfruttati. Il Made in Italy prima di tutto. Un colpo al cerchio, uno alla botte. Liberare l’estate versiliese dalla concorrenza sleale, senza impedire ai ricchi in villeggiatura di acquistare falsi di lusso senza muoversi dal proprio lettino. Tra questi, l’ex ministra del turismo. Daniela Santanchè, nel febbraio del 2025, finisce al centro di uno scandalo mediatico che per oggetto ha delle borse. Tarocche. A vendergliele, sul litorale, un commerciante abusivo. La Versilia è un hotel a cinque stelle per alcuni, un corridoio spoglio per altri. Non esiste nemmeno una stima sul numero dei venditori stranieri che battono le spiagge di Lido di Camaiore, Marina di Pietrasanta, Forte dei Marmi. Quel che è certo è che la loro presenza è la risposta a una domanda trasversale, che coinvolge tra i tanti anche i vertici del nostro Paese. Un colpo al cerchio, uno alla botte. Spiagge Sicure. Milioni di euro distribuiti alle amministrazioni per implementare i sequestri, nella speranza, però, che tra la merce ritirata non ci sia proprio quella borsa di Hermès, fatta così bene. Spiagge sicure. Il decoro, sulla costa versiliese, è Alì che con le borse di Santanchè paga l’università ai suoi ragazzi. “Ma perché non porti qui i tuoi figli e tua moglie?”. “Perché la mia casa è in Senegal, sempre”.
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