Pietro Intini parte con questo pensiero…
"Liberi liberi siamo noi", cantava Vasco, ma chissà cos’è davvero la libertà.
È una parola tanto usata quanto amata, pronunciata nelle epoche passate tra territori da difendere dagli invasori stranieri o durante tragedie come le grandi epidemie. Un termine che, dato il suo valore intrinseco, dona da sempre felicità e speranza. Ma oggi, come siamo messi? Ci sentiamo davvero esseri liberi? Sono domande semplici, alle quali potremmo rispondere con un banale "sì" o, al contrario, argomentando a lungo su cosa significhi esserlo realmente. La verità è che la libertà – la cara libertà – è un tema che fa male a molti, soprattutto a chi sta al potere. Nei miei articoli precedenti mi sono soffermato a lungo su una percezione che si va propagando ai giorni nostri, la quale sta generando proprio quei "mostri" citati da Antonio Gramsci
quando parlava del passaggio dal vecchio al nuovo mondo. Mostri che, tuttavia, non fanno paura a chi sa affrontarli attraverso la conoscenza. Se la conoscenza è potere, essa permette non tanto di distruggere questi mostri, quanto di comprenderli: d'altronde, se è vero che in guerra non si ha pietà, è altrettanto vero che in ogni conflitto bisogna prima o poi trovare un punto d'incontro.Questo punto di contatto, però, tarda ad arrivare, proprio come quel "Nuovo Mondo" che il filosofo sardo aveva preannunciato. E la causa di questo ritardo non è legata alle inefficienze di un ministro dei trasporti o a qualcuno partito su una locomotiva ad alta velocità per lottare contro l'ingiustizia, ma dal fatto che si è persa la libertà. Ma come l'abbiamo persa? Certo, non viviamo in un regime dittatoriale e la libertà di pensiero esiste ancora. Eppure, il diritto di esprimere il proprio disappunto o il proprio punto di vista viene troppo spesso sminuito dai manganelli o da persone che, per coprire il loro vuoto interiore, tendono a gonfiarsi come palloncini venduti alla fiera.
Irene Ugolotti aggiunge…
L’inefficienza di cui il mio compagno Intini citava prima, non è mai solo la causa, ma la conseguenza di una forza sociale tendenzialmente obbediente e tutt'altro che libera.
Se i treni si surriscaldano a temperature insostenibili e accumulano ritardi cronici, la colpa non è certo solo di Matteo Salvini. Lui è soltanto una delle tante pedine di un sistema di Stato di Diritto che ha più di un ingranaggio fuso; un sistema che non si evolve e rischia la regressione. Diventa così uno dei tanti capri espiatori, messi lì a dettare regole a un Paese che non riesce a trovare una vera autodeterminazione, né dentro né fuori la propria struttura sovrana. Più che di una forza sociale, dovremmo parlare di una fragilità sociale profonda. Riconoscere le nostre vulnerabilità come individui, è il primo passo per riaccendere la coscienza su ciò che non vorremmo mai diventare, o veder subire anche alle persone che amiamo, oltre che a noi stessi. Il rischio, altrimenti, è che qualcuno si impossessi del potere a dismisura, illudendosi che l'autoritarismo sia l'unica soluzione per tappare i buchi di uno Stato di Diritto in cui l'Italia si trascina a fatica dal 1946.
Ma non serve a nulla asfaltare una buca se il traffico resta comunque paralizzato dalla deformità della strada. Bisognerebbe avere, invece, il coraggio di scavare completamente quelle strade, e rifarle da capo. Quello stesso coraggio che appartiene a chi decide di smettere di subire la storia e cominciare a scriverla. Finché continueremo a confondere l’obbedienza con la cittadinanza, resteremo passeggeri passivi di un treno destinato a fermarsi. È tempo di scendere e pretendere una vita che meriti di essere vissuta, non semplicemente tollerata e smettere di fare finta che le condizioni di un treno a cui si arrivano a percepire quasi a 50°C, sia da normalizzare perché si ritiene che nulla di meglio può esistere. E allora “apriti cielo”, o meglio “apriti mediocrità”.
Pietro Intini conclude così…
In conclusione, pare sia vero che vola solo chi osa farlo come diceva Luis Sepulveda. Ma, allora la libertà che ci chiede Vasco Rossi nella sua celebre canzone, la possiamo solo trovare scavando in noi stessi senza farci mettere in silenzio da persone invidiose o da gente che si crede grande, ma alla fine l'essere "grandi" è solo un metro di misura che non considera molto spesso la qualità.
Solo Un Ire s’ispira poi così…
Il “Nuovo Mondo” è già scritto nel nostro destino eppure così fragili ora e frammentati siamo che di viverlo e pronti di certo non siamo. Del “Vecchio Mondo” qualcosa ci è sfuggito, non sappiamo più da quale lato della storia stare: se subirla o riscriverla, se su un treno cocente restare o una folata libera volare diVento ritrovare. Che cosa Diavolo stiamo smarrendo, che cosa di noi non stiamo conoscendo, che cosa a noi stessi non stiamo rivelando, e che cosa dico cosa dentro ci sta tempestando? La nostra paura è un corpo estraneo che implode mentre là fuori il tempo non si ferma fluttua veloce e tutto intorno il clima perpetua in fiamme e rode. ”Laudata” sia l’audacia di sotto le stelle stenderci e non temere il segreto di un abbraccio per liberarci, e negli occhi di vederci ancor prima di guardarci. Che cosa mai potrà voler dire tornare a sognare?
© Punto e Virgola
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