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Tra le strade di Napoli un gruppo di persone viene considerato parte dello sfondo. Queste persone sono i senza fissa dimora. Un gruppo di persone che viene sommerso dai pregiudizi. Drogati, buoni a nulla, pigri. Parole che non li identificano. Sono sceso in strada e ne ho incontrati alcuni, specialmente quelli che vivono a Piazza del Gesù, ho parlato con loro e ho capito che: La loro dignità ha il diritto di essere raccontata.
Silvano e Diana

Passeggio per una Piazza del Gesù piena di turisti, giunti lì da chissà quale parte del mondo. Ammirano la chiesa iconica che osserva la discesa della piazza dall’alto.
Tra quelle centinaia di persone il mio sguardo viene attratto dai tatuaggi facciali di un uomo che guarda gli stessi turisti passare, seduto in mezzo ad altri due. Decido di avvicinarmi, mi complimento con lui per i tatuaggi e chiedo se volesse scambiare due chiacchiere con me e magari scattare qualche foto.
Accetta volentieri e si aggiunge la ragazza alla sua sinistra.

Si chiama Silvan, ma per tutti è ‘Silvano’. Nato in Francia, trascorre lì la sua infanzia, adolescenza e parte della sua vita adulta. Si arruola nell’esercito francese e avanza di grado.

11 settembre 2001, 2.977 persone perdono la vita in uno degli attentati più terrificanti della storia, il mondo cambia e anche la sua vita. La Francia risponde all’appello della NATO ed entra nel conflitto. È un paracadutista, prende attivamente parte al conflitto e anche a molti scontri a fuoco, rimanendo segnato per sempre.
Diventa vedovo in un momento non specificato. Parte per un giro dell’Europa: cita Lisbona e la Spagna, per poi arrivare a Napoli.
Diventa un’artista di strada. Un clown giocoliere, che pur avendo un passato deprimente, ha scelto di donare un sorriso con i suoi spettacoli improvvisati con quello che riesce a recuperare tra i vicoli del centro storico.

Diana vive tra gli scogli. Aiutata da una signora che, spinta da un senso di gentilezza raro, le porta del cibo e rimane con lei stringendo un’amicizia.
Colombiana trapiantata a Roma all’età di 6 anni. Prima di arrivare su quegli scogli era già senza fissa dimora da diverso tempo.
Settembre 2024, Silvano passa vicino a quegli scogli e lancia una merendina. Quella merendina crea un’amicizia indivisibile.
Diana ama gli animali, essendo sempre accompagnata da cani. A Roma aveva salvato un cagnolino di nome ‘Flipper’. Scelse questo nome per la sua tendenza a camminare a zigzag. Era un misto fra un Jack Russell e un’altra razza non specificata.
«Era un Jack Russell un po’ più alto.» - Mi dice Diana.
Flipper era stato abbandonato da una persona che conosceva, una dottoressa di Fiumicino. Ringhiava per comunicare con gli umani, anche se non era per nulla aggressivo.
Adesso accudisce ‘Snoopy’, anch’esso un incrocio.

A Napoli riesce a ritagliarsi un posto. Trova lavoro presso un rifugio per animali e una stanza.
Tuttavia, torna per scelta in strada, sentendosi legata alla famiglia che l’ha adottata quando si trovava senza nessuno in una città per lei nuova. Famiglia di fatto, non di sangue.
Dormono sotto l’arco, ospitati dai preti che gli danno una ‘paghetta’ che ammonta a 1,50/2€ al giorno, pur riscuotendo migliaia di euro per via del flusso turistico.
Diana: «Siamo poveri.» Silvano: «Non siamo poveri.» Diana: «Siamo ricchi dentro.» Silvano: «Siamo liberi.» Diana: «Liberi, ma poveri.»
Con così poco non si può vivere. Questo ha generato dei conflitti tra la famiglia e alcuni senza fissa dimora insediati a casa loro, sotto l’arco, a chiedere l’elemosina. Ho conosciuto uno di questi, ma su loro consiglio non mi ci sono avvicinato.
Diana mi ha confidato che per la vergogna non le piace chiedere, ma per sopravvivere bisogna fare questo sacrificio.
Cucinano tagliando a metà una lattina riempita di alcol puro che brucia, viene poi circondata da pietre utilizzate come appoggio per padelle.
Di sera i cancelli della chiesa chiudono l’accesso a chiunque, anche a chi sotto l’arco ci vive. Diverse volte sono costretti a scavalcare per raggiungere le loro cose. Di solito usano un albero sulla sinistra delle cancellate che ha gli appigli giusti.
Torno da loro, è ormai sera.
Stampo gli scatti e sono entusiasta di mostrarli. Mi accolgono con la stessa gentilezza di quella mattina, abbracciandomi e invitandomi a restare. Io rifiuto con un sorriso, vivendo troppo lontano per fare tardi.
Silvano muore pochi giorni dopo, sotto quell’arco.
Uno dei suoi amici, che qualche giorno prima ho fotografato seduto di fianco a lui, si trova davanti allo stesso portone.
Con amarezza lascio un suo scatto e un mazzetto di fiori.
Marcone, Adam e Jeremías.
Torno in strada dopo tempo con l’obiettivo di continuare il progetto, accompagnato da mio cugino Mario.

Incontriamo un senza fissa dimora straniero: alto, slanciato, stringe il suo cappello tra le mani porgendolo a ogni turista che passa.
Ci presentiamo e lui ricambia con un sorriso smagliante. È africano e si trova a Napoli da poco. Parla con noi in un misto di inglese e italiano.
Ci ha confidato che la Polizia gli ha dato un tempo limite, 11:15, per l’elemosina. Se rimane in quel punto dopo quell’orario, ‘spaventerebbe le persone’.
Dice che non fa palestra per questo motivo, se diventa grosso potrebbe intimidire i passanti. Indica la testa e dice che gli serve solo la saggezza e scendendo col dito sul cuore, la fede. Porta sempre con sé una piccola Bibbia blu.
Non dirò il suo nome né dove abbiamo parlato.
Arriviamo a Santa Chiara e ci interessiamo a un giovane ragazzo che aveva una macchina fotografica vintage.
Ci mostra come funziona, spiega in dettaglio come operarla e ci fa anche provare a mettere a fuoco. Si chiama Gigì e l’ha costruita lui.
Gli spieghiamo il progetto e dice che conosce tutti. Interessato ci presenta Marco, detto Marcone.
Ci guarda con curiosità mentre ci avviciniamo accompagnati da Gigì il quale spiega a cosa stiamo lavorando.
Ci dice che vuole partecipare e passiamo una giornata con lui.
Marcone è nato in Brasile, trapiantato in Italia all’età di dodici anni, precisamente a Napoli Nord. È padre di due figli, rimasti nelle zone in cui è cresciuto.
Non torna dov’è cresciuto da anni e quindi, nemmeno dai figli. Abbiamo legato subito venendo dagli stessi paesi della provincia.

Marcone: «Infatti mi sembra di averti già visto da qualche parte.» Io: «Possibile, forse però ero troppo piccolo, visto che non vivo più lì.»
Suona le percussioni. Milita con alcuni musicisti che frequentano Santa Chiara/Piazza Bellini e suonano musica che va da Pino Daniele a quella tradizionale messicana. Stasera c’è una manifestazione musicale a Piazza Dante. Ci invita a partecipare, suonerà lui dei brani.
Santa Chiara è la sua casa ma frequenta anche Piazza Garibaldi dove ha incontrato una donna che probabilmente prova qualcosa per lui. Ha anche amici che si trovano a Piazza Carità con i quali passa alcune delle sue giornate.
Ci porta per un breve tour della chiesa, facendoci vedere il parco giochi della chiesa che era casa loro prima di essere costruito e poi vediamo finalmente l’arco.

A nostra sorpresa, non c’è nulla. Una volta passata la notte, vengono svegliati dai preti e poi mettono da parte le loro cose.
Ci indica Adam, lo avevo già incontrato quando conobbi Silvano e Diana, tuttavia non si avvicinò. Era in lutto per la morte di un loro amico che era considerato ‘il padre della famiglia’. Morì proprio dove erano seduti Silvano e Diana nelle foto.
La morte va a braccetto con la vita di strada. Pochi giorni prima dell’incontro con Marcone, è morto Christian. Si stima che muoia almeno uno di loro all’anno.
Siamo seduti sulle scalinate della chiesa quando arriva Jeremías. Si presenta a noi.

Ha 36 anni ed è nato in Argentina, paese che porta anche sulla pelle. Tra i suoi 128 tatuaggi si trova una figura intera dell’Eternauta, iconico fumetto scritto da Héctor Germán Oesterheld con Francisco Solano López alle matite.
Ci spiega che rappresenta un simbolo della resistenza argentina ai totalitarismi e in seguito al regime di Videla. È diventato tale dopo che Oesterheld venne sequestrato e fatto sparire dal regime per le sue ideologie politiche.
120 dei suoi tatuaggi sono stati impressi sulla pelle dalla sua ex-fidanzata tatuatrice. Aveva il suo consenso e per questo si è ritrovato tatuato anche mentre dormiva.

Ha la musica nel sangue. Il padre era un cantante metal, militava nei M.A.G.M.A. noti in Argentina con la canzone ‘Quemar la sangre’. Ci parla estensivamente di musica metal, alt, jazz, tradizionale. La sua passione ardente ci travolge e ci viene ancora più voglia di ascoltarlo. Ha notato la maglietta dei Nirvana che indossa Mario.
«Io ho ascoltato In Utero, Nevermind e Bleach, lo conosci In The Muddy? (Ndr, From the Muddy Banks of the Wishkah)»
Ha una cassa bluetooth e fa partire una canzone di quella compilation che ha citato poco fa.
Mangiamo una pizza insieme e nel frattempo, la musica sveglia Adam.
Si avvicina e finalmente lo conosco. I suoi occhi azzurri sono magnetici e non riusciamo a distogliere lo sguardo. Prende un pezzo di pizza e siede accanto a noi. Viene dalla Polonia, non ci ha detto altro.
Parliamo di gioielli. Jeremías è un gioielliere fai-da-te specializzato nell'upcycling. Costruisce bracciali, collane e anelli con tutto quello che trova. Il bracciale che indossa al braccio destro è fatto di 5000 nodi di tessuto, quello al sinistro è una forchetta arrotolata.
Marcone invece le collane le colleziona. Ci mostra una collana africana spettacolare. Facendocela toccare sentiamo il peso del materiale. La collana che indossa l’ha ottenuta in uno scambio con un altro compagno, così come le altre che ha.
Ci regala un laccetto per tenere il telefono al collo.

È un pomeriggio di maggio, seduti sotto l’arco mangiamo tranci di pizza margherita. Il caldo è opprimente. Guardiamo i turisti che inondano il cortile della chiesa che ricambiano lo sguardo. Gli studenti dei licei di Piazza del Gesù che prima di tornare a casa si sono fermati a parlare davanti alle cancellate.

Jeremías: «La conoscete questa?»
Sulla cassa suona ‘Cemetery Gates’ dei Pantera.
È una sera di maggio, c’è vento fuori. Prendo un chiodo e lo martello nel muro del nostro ufficio. Io e Mario appendiamo il laccetto regalato da Marcone.
Dedicato a Silvan. Santa Chiara, 2026.
© Punto e Virgola
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