Nominare per difendersi: il "consenso informato" e la paura dell'educazione sessuale
L’Italia ha appena reso facoltativo ciò che non è mai stato obbligatorio: nominare la sessualità a scuola. Il costo, in silenzio, lo pagano i minori.
Prova a ricordare dove hai imparato ciò che sai sulla sessualità, e chi te lo ha insegnato. Le risposte cambiano da persona a persona: c'è chi ne ha sentito parlare per la prima volta dagli amici più grandi, chi ha avuto in famiglia una prima conversazione, spesso tardiva, in cui qualcuno provava a spiegare le basi (come si usa un preservativo), chi ha imparato da solo davanti a uno schermo, chi non ne ha parlato affatto. Quasi nessuno, però, risponderà "a scuola". È un apprendimento privato, fatto di pezzi raccolti dove capita, e spesso le domande rivolte agli adulti tornano indietro con risposte evasive.
La scuola, da sola, non risolve questo. Ma è l'unico luogo dove tutti passano, e in una cultura che (per tradizione, religione, pudore) tratta ancora la sessualità come un tabù, può offrire almeno un punto di partenza comune: le parole per dare un nome alle cose. È proprio questo punto di partenza che l'Italia ha appena deciso di rendere facoltativo.
Cosa dice la legge
Il 4 giugno 2026, con 78 voti favorevoli e 38 contrari, il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge del ministro Giuseppe Valditara. Dalla scuola secondaria di primo grado in su, qualunque attività che riguardi l'affettività o la sessualità richiederà l'autorizzazione scritta dei genitori, quello che la legge chiama "consenso informato": gli istituti dovranno consegnare in anticipo i materiali alle famiglie e ottenerne il via libera. Nella scuola dell'infanzia e nella primaria questi temi sono vietati. Il ministro ha rivendicato il provvedimento come uno scudo per "tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender" e per "ridare voce ai genitori".
La questione decisiva è chi decide. L'autorizzazione preventiva consegna a ogni famiglia un diritto di veto, e frammenta l'accesso all'informazione: chi cresce in una casa che evita l'argomento resterà, per legge, al buio. Un sapere di base diventa così un privilegio condizionato.
Un'eccezione europea
L'Italia, del resto, non aveva un'educazione sessuale da tagliare: è uno dei pochissimi paesi europei a non averla mai resa obbligatoria. Mentre in una ventina di stati membri è materia di legge (in Svezia dal 1955, in Germania dal 1968, in Francia dalla fine degli anni Novanta), l'Italia resta nel gruppo ristretto che ancora non la prevede, accanto a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania, al termine di mezzo secolo di proposte mai approvate. Quel che esisteva erano progetti facoltativi, attivati a discrezione delle singole scuole e spesso affidati a esperti esterni. Su quel vuoto la nuova legge si limita ad aggiungere un lucchetto, l'autorizzazione.
Il paradosso è nello slogan. Il provvedimento promette di "ridare voce ai genitori", ma un'indagine del Ministero della Salute mostra che la famiglia, in Italia, è proprio il luogo in cui di sessualità, contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili si parla di meno. La voce che si restituisce, per molti ragazzi, è quella del silenzio.
I numeri che il ministro non cita
L'entusiasmo istituzionale stride con ciò che gli adolescenti pensano. La Survey Teen 2024 della Fondazione Libellula, condotta su 1.592 ragazzi tra i 14 e i 19 anni, restituisce un quadro netto: per circa uno su cinque è normale toccare o baciare una persona senza il suo consenso, per più di uno su quattro è accettabile raccontare ad altri i dettagli intimi del partner. Un adolescente su tre dichiara di aver già vissuto un episodio di violenza.
Sono le coordinate con cui una generazione interpreta l'amore, e si formano da qualche parte. Una generazione che non riconosce l'abuso difficilmente lo denuncia. L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l'educazione affettiva un diritto, e la Convenzione di Istanbul, ratificata dall'Italia nel 2013, la richiede esplicitamente come strumento di prevenzione della violenza. Lo stesso ritardo si vede nel codice penale: l'articolo 609-bis definisce la violenza sessuale solo in presenza di forza, minaccia o abuso di autorità, senza riconoscere il consenso. Persino la legge, insomma, fatica a dare un nome alla violenza.
Cosa funziona altrove
Un'altra strada è possibile, e c'è chi la percorre da vent'anni. In Argentina, un paese che conosco da vicino perché è il mio, l'educazione sessuale è materia dal 2006 (anche in un contesto che oggi associamo soprattutto al caos economico e ai tagli del governo Milei). Si chiama Educación Sexual Integral (ESI), e il nome non è casuale: risponde all'obiezione più comune, quella per cui la sessualità sarebbe un terreno troppo vasto e personale per la scuola. È integrale perché non si riduce alla biologia.
L'ESI poggia su cinque assi (la cura del corpo e della salute, l'affettività, il rispetto della diversità, l'esercizio dei diritti e la prospettiva di genere) e non occupa un'ora a parte: attraversa le materie. Si parla del corpo e della riproduzione in biologia, di consenso e diritti in educazione civica, di stereotipi nell'analisi dei testi, di cambiamenti sociali in storia. Non insegna "come" si debba vivere la sessualità: offre gli strumenti per riconoscerla, nominarla e difenderla.
Lo confermano i numeri. Secondo l'UNICEF, in Argentina la gravidanza adolescenziale è calata di oltre la metà in poco più di un decennio (circa il 57% dal 2005), grazie alla combinazione tra l'ESI, l'accesso ai contraccettivi e i piani di prevenzione. Meno gravidanze precoci significa più ragazze che restano a scuola e che decidono della propria vita.
Quando la scuola dà le parole
C'è poi un dato che riguarda direttamente la sicurezza dei bambini. In Italia i minori vittime di maltrattamento (un termine che comprende l'incuria, la violenza assistita, quella psicologica, fisica e sessuale) seguiti dai servizi sociali sono quasi 114.000, in aumento del 58% rispetto a cinque anni prima, e secondo la terza indagine nazionale di Terre des Hommes e CISMAI nell'87% dei casi chi maltratta appartiene alla cerchia familiare ristretta. Sono, avverte Telefono Azzurro, solo la parte emersa di un fenomeno in gran parte sommerso, perché la paura di denunciare e il legame di fiducia con chi commette l'abuso ne ostacolano l'emersione. Il luogo che dovrebbe proteggere è spesso quello da cui il pericolo arriva. Per molti bambini la scuola è l'unico spazio esterno a quella dinamica, l'unico posto dove un adulto estraneo potrebbe accorgersi di qualcosa.
Perché quel canale funzioni, però, servono le parole. Un bambino che non le possiede non può nominare ciò che gli accade: senza un riferimento, l'abuso si confonde con un gioco, con un segreto tra lui e un adulto, con qualcosa di normale. È qui che l'educazione sessuale mostra il suo effetto più concreto. In Argentina, dove l'ESI è materia obbligatoria da vent'anni, il Ministerio Público Tutelar di Buenos Aires ha rilevato che l'80% dei minori che hanno denunciato o raccontato un abuso sessuale lo ha fatto dopo aver ricevuto questa educazione in classe. La scuola aveva dato i concetti (il "segreto cattivo", il diritto all'intimità del corpo, il consenso) per trasformare una confusione in qualcosa che ha un nome, e che quindi si può raccontare.
La stessa sceneggiatura
Eppure è proprio questa educazione a essere attaccata, in Argentina, con le parole che oggi risuonano in Italia. I settori conservatori e una parte della Chiesa la descrivono come "adoctrinamiento", come uno strumento dello Stato per "deformare la testa" dei ragazzi, come parte di una presunta "ideología de género" che mirerebbe a distruggere la famiglia. Lo slogan del movimento è eloquente: "Con i miei figli non vi mettete". Dietro c'è un'idea precisa dei minori, pensati come proprietà da tutelare e non come soggetti di diritto.
Vale la pena ricordare da dove arriva quel vocabolario. L'espressione "ideologia di genere" nasce negli anni Novanta in ambienti cattolici conservatori statunitensi, viene poi ripresa in documenti ecclesiastici e adottata dai settori evangelici per mobilitare le proprie basi contro i movimenti femministi e LGBT. In Argentina è diventata l'arma retorica con cui si è ostacolata l'ESI per anni, fino all'attuale governo, che ne ha tagliato i fondi e ridotto la portata in nome degli stessi argomenti. Cambia il paese, non la sceneggiatura: si riqualifica il diritto del minore a sapere come una minaccia ideologica, e si consegna la decisione finale alla famiglia.
L'esperienza argentina contiene anche un avvertimento. Persino dove l'ESI era obbligatoria, una clausola che permetteva a ogni scuola di adattarla al proprio "ideario institucional" consentì agli istituti più conservatori di ridurla all'astinenza e alla morale religiosa, svuotandola dei contenuti scomodi. È ciò che produce l'accesso condizionato: non meno educazione in modo uniforme, ma più educazione per chi nasce nel posto giusto.
Il silenzio che resta
Ciò che non viene nominato da piccoli resta spesso senza nome anche dopo, e pesa di più dove il rapporto è disuguale. Un'indagine dell'Unione degli Universitari (2024, circa 1.500 risposte) segnala che per un quinto degli studenti l'università non è uno spazio sicuro e che oltre un terzo ha sentito parlare di casi di molestie al suo interno. A essere indicati più spesso come autori sono i docenti (dal 48% di chi ha risposto), e tra i luoghi percepiti come meno sicuri ci sono proprio gli studi dei professori. Le cifre ufficiali degli atenei restano molto più basse di quelle riportate dagli studenti, e la maggior parte di loro non conosce nemmeno i canali a cui rivolgersi.
Se questo accade tra adulti, con qualche strumento in più, vale la pena chiedersi cosa succeda un gradino più sotto. A scuola l'asimmetria è più netta: da una parte un minore, dall'altra un adulto con autorità, voti ed esperienza, e gli strumenti per riconoscere un comportamento predatorio sono ancora meno. La maggiore età funziona come una soglia formale, ma il comportamento che la precede non la rispetta. La domanda che la nuova legge lascia aperta è precisamente questa: quali strumenti offre oggi la scuola italiana a una studentessa o a uno studente per nominare e segnalare un abuso, tra pari e soprattutto quando dall'altra parte c'è chi detiene un potere? E quelle segnalazioni, quanto vengono prese sul serio? Il "consenso informato" non risponde a questa domanda: la rende più difficile, perché trasforma in facoltativo proprio l'unico insegnamento che fornirebbe quelle parole.
Chi educa, se non educhiamo noi
Oggi quasi tutti gli adolescenti hanno in tasca uno smartphone, e con esso un accesso pressoché illimitato. Secondo l'AGCOM lo possiede il 94% dei minori italiani tra gli 8 e i 16 anni, e meno di un dispositivo su cinque ha un filtro per i contenuti per adulti. Il vuoto lasciato dalla scuola non resta tale a lungo: quando un ragazzo cerca risposte sulla sessualità e non le trova altrove, le cerca lì.
La pornografia è un'industria che vende, e nessuno l'ha mai pensata come uno strumento educativo. Eppure, in assenza di alternative, è ciò che finisce per riempire quel vuoto, e il suo catalogo è documentato. In un'analisi ormai classica di Ana Bridges (rivista Violence Against Women, 2010), l'88% delle scene dei video più diffusi conteneva aggressione fisica (sberle, strangolamenti, schiaffi), diretta nella quasi totalità dei casi contro la donna, che veniva quasi sempre mostrata mentre provava piacere o restava indifferente. Più di recente, analizzando i titoli nelle home page dei siti porno più visitati, le ricercatrici Fiona Vera-Gray e Clare McGlynn hanno rilevato che circa un titolo su otto descriveva un atto riconducibile a violenza sessuale, e che la categoria più ricorrente era quella dei rapporti tra familiari.
Gli effetti si vedono. Un'indagine nazionale del Cnr-Irpps su oltre 4.000 adolescenti ha rilevato che il 46% dei ragazzi e l'8% delle ragazze fa un uso frequente di pornografia online, e che tra i maschi quel consumo si associa a un aumento del sessismo, all'idea della donna come soggetto subalterno, da controllare e possedere. È una generazione che apprende la sessualità da un algoritmo, e quell'algoritmo non insegna il consenso.
Non si tratta, allora, di scegliere se i ragazzi avranno o no un'educazione sessuale: quella ce l'hanno già. Limitare l'accesso a un'informazione scientifica, laica e fondata sui diritti non la cancella dalle loro vite: ne cambia soltanto l'insegnante.
Dare ai ragazzi le parole per nominare la violenza non li espone: li protegge. Vietarlo, in nome del pudore o della famiglia, non li tiene innocenti. Li lascia soltanto soli a decifrare, da soli, ciò che nessuno ha voluto spiegare loro.
Chi vuole sostenere la causa o semplicemente saperne di più può seguire le iniziative di Italy Needs Sex Education (INSE), la campagna nata nel 2024 per rendere l'educazione sessuo-affettiva una materia obbligatoria, e della rete di associazioni, sindacati e realtà femministe che si è mossa intorno al ddl.
Per approfondire
- Fondazione Libellula, Survey Teen 2024 – "Senza Confine": la percezione della violenza e del consenso tra 1.592 adolescenti italiani.
- Sull'educazione sessuale obbligatoria in Europa: i dati della Commissione europea (2019) e il rapporto UNESCO sui programmi curricolari negli stati membri.
- Ministero della Salute: i dati sul ruolo marginale della famiglia nell'informazione sessuale dei più giovani.
- Legge 26.150 sull'Educazione Sessuale Integrale (ESI), Argentina (2006), e i dati del Ministerio Público Tutelar di Buenos Aires sulla rivelazione degli abusi.
- UNICEF Argentina: il calo della gravidanza adolescenziale e il ruolo dell'ESI.
- Terre des Hommes e CISMAI, III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia (2024), e i dossier di Telefono Azzurro sull'abuso sui minori.
- Amnesty International Italia, campagna #IoLoChiedo sull'articolo 609-bis del codice penale e il principio del consenso.
- Unione degli Universitari (UDU), sondaggio sulle molestie negli atenei (2024), e IrpiMedia, inchiesta sulle molestie e l'asimmetria di potere nei percorsi di formazione (2024).
- A. Bridges et al., Aggression and Sexual Behavior in Best-Selling Pornography Videos (2010). F. Vera-Gray e C. McGlynn, ricerca sui titoli dei principali siti pornografici (2021). Gail Dines, Pornland.
- AGCOM, dati sulla diffusione degli smartphone tra i minori. Cnr-Irpps (gruppo MUSA), Rapporto sullo Stato dell'Adolescenza 2023, sul consumo di pornografia tra gli adolescenti e i suoi effetti.
- Convenzione di Istanbul (Consiglio d'Europa, ratificata dall'Italia nel 2013).
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