Striscioni viola, cartelli scritti a mano e cori che attraversano il centro della città. Nel pomeriggio dell’8 marzo, a Parma, centinaia di persone si sono ritrovate in piazza per la Giornata internazionale della donna. Alcuni cartelli denunciano la violenza di genere, altri rivendicano diritti riproduttivi, altri ancora parlano di transfemminismo e autodeterminazione.
«Non è festa, è lotta», si legge su uno dei cartelli sollevati tra la folla.
Gli interventi si susseguono al megafono. Si parla di consenso, di libertà, di corpi che non vogliono più essere controllati o giudicati. Ma soprattutto si parla di una cosa semplice e radicale: il diritto di decidere della propria vita.
La scena potrebbe sembrare familiare, quasi parte del paesaggio politico contemporaneo. Eppure, fino a non molto tempo fa, molte delle libertà che oggi vengono rivendicate in piazza semplicemente non esistevano per le donne.

Diritti conquistati, non concessi
Per secoli, in gran parte del mondo, alle donne è stato negato l’accesso a diritti fondamentali. Non potevano votare, studiare all’università, firmare contratti, possedere beni o aprire un conto bancario senza l’autorizzazione di un uomo. In molti contesti non potevano lavorare liberamente, ricevere uno stipendio autonomo o vivere da sole.
Anche gesti quotidiani che oggi sembrano banali, come andare in bicicletta o muoversi nello spazio pubblico con autonomia, sono stati a lungo oggetto di restrizioni sociali o legali.
Questi diritti non sono arrivati spontaneamente. Sono stati conquistati grazie a generazioni di donne che hanno rifiutato di accettare un sistema che le voleva subordinate o invisibili.
È anche per questo che l’8 marzo continua a essere una giornata politica, per interrogare le forme contemporanee di disuguaglianza e violenza che ancora attraversano la società.
“Dissentiamo dalla norma”
Tra gli interventi della manifestazione, la Casa delle Donne di Parma ha scelto una parola chiave per descrivere il senso politico della giornata: dissenso.
«Dissentiamo dalla norma», hanno dichiarato dal palco, denunciando una società che continua a chiedere alle donne di essere silenziose, composte e riconoscenti. Una società in cui, secondo le attiviste, il potere si traveste spesso da amore, il controllo da protezione e la gelosia da passione.
Secondo la Casa delle Donne, queste narrazioni contribuiscono a rendere invisibili le dinamiche di dominio che attraversano le relazioni quotidiane. In questo contesto, il consenso riguarda una questione giuridica e un principio fondamentale di libertà.
«Il consenso sposta lo sguardo», hanno spiegato. «Non è più il diritto di qualcuno di prendere, ma la libertà di scegliere».
Per questo motivo, durante la manifestazione è stata espressa una forte preoccupazione per il disegno di legge noto come DDL Bongiorno, attualmente al centro del dibattito politico nazionale.

Il nodo del consenso nel dibattito politico
Il DDL Bongiorno rappresenta un possibile arretramento nella definizione giuridica della violenza sessuale. Il testo propone infatti di modificare l’articolo 609 bis del codice penale eliminando il riferimento al consenso e introducendo invece il concetto di “volontà contraria” o di “dissenso”.
Secondo le critiche espresse durante la manifestazione, questo cambiamento rischierebbe di spostare nuovamente il peso della prova sulle vittime, che potrebbero essere costrette a dimostrare di aver espresso un rifiuto esplicito o di essersi opposte alla violenza.
Molti interventi hanno ricordato che negli ultimi anni diversi paesi europei, tra cui Spagna, Francia e Svezia, hanno invece adottato un approccio opposto, definendo la violenza sessuale proprio a partire dalla mancanza di consenso.
Per le associazioni presenti, indebolire questo principio significherebbe rimettere in discussione un percorso giuridico e culturale costruito negli ultimi anni.

Le voci del transfemminismo
Un altro momento centrale della manifestazione è stato l’intervento dell’associazione L’Ottavo Colore, che ha posto l’attenzione sul rapporto tra femminismo e diritti delle persone trans.
«Di questa giornata facciamo parte anche noi persone trans e questo non ci può essere negato», hanno dichiarato le attiviste, criticando alcune campagne apparse recentemente nello spazio pubblico italiano che mettono in discussione l’identità delle donne trans attraverso slogan provocatori come “Chi è una donna?”.
Secondo l’associazione, presentare queste posizioni come semplici tentativi di aprire un dibattito significa ignorare la realtà quotidiana delle persone trans, che spesso si trovano a dover giustificare la propria esistenza e la propria identità in molti contesti sociali.
«Non si discute dell’esistenza delle persone», hanno affermato dal palco, sottolineando come i corpi trans siano frequentemente oggetto di controllo, giudizio e sorveglianza.
L’intervento si è concluso con un appello a una lotta transfemminista e intersezionale capace di riconoscere le diverse forme di oppressione e di costruire alleanze tra soggettività differenti.
Il caso Teatro Due: molestie e responsabilità istituzionali
Durante la manifestazione è emerso anche il riferimento a una vicenda che negli ultimi mesi ha attraversato il dibattito culturale cittadino: la sentenza del Tribunale del Lavoro di Parma che ha condannato un noto regista legato alla Fondazione Teatro Due per molestie e violenze sessuali nei confronti di due attrici durante un corso di formazione teatrale.
Il caso, relativo a fatti avvenuti nel 2019, è emerso pubblicamente solo alla fine del 2025, dopo la conclusione dei procedimenti giudiziari e una serie di iniziative pubbliche promosse dalle associazioni coinvolte.
Le sentenze hanno riconosciuto le responsabilità del regista e hanno evidenziato anche una responsabilità organizzativa da parte della direzione del teatro per omissione di vigilanza.
La vicenda ha sollevato interrogativi più ampi sul funzionamento delle istituzioni culturali e sulle dinamiche di potere presenti nel mondo dello spettacolo, dove rapporti gerarchici e precarietà lavorativa possono rendere più difficile denunciare abusi e molestie.

Una piazza che chiede responsabilità
Nel corso della manifestazione, gli interventi si sono alternati tra denuncia e immaginazione politica. Le questioni sollevate riguardano il modo in cui la società continua a interpretare il potere, il consenso e l’autodeterminazione.
Dal dibattito sul DDL Bongiorno alle denunce emerse nel mondo dello spettacolo, fino alle rivendicazioni del transfemminismo, la piazza dell’8 marzo ha mostrato quanto queste questioni restino aperte e quanto incidano nella vita quotidiana di molte persone.
Le voci ascoltate durante la mobilitazione hanno insistito su un punto comune: la violenza di genere non è un fatto privato, ma una questione politica che riguarda istituzioni, cultura e relazioni sociali.
In questo senso, l’8 marzo è uno spazio pubblico in cui rendere visibili conflitti che spesso restano nascosti e in cui immaginare forme diverse di convivenza.
E forse è proprio questo il significato più concreto della piazza: ricordare che i diritti non sono mai definitivamente acquisiti: continuano a dipendere dalla capacità collettiva di difenderli e ampliarli.





























Autore
Alessandro Mainolfi
Giuseppe Serra
Stephanie Cabovianco

