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Periodi storici. Popoli in movimento. Industrie, tecnologie, conflitti. Che si tratti di moti globali o di scala locale, parlare di “rivoluzione” scatena sempre un terremoto di emozioni.
Ne abbiamo sentito parlare per la prima volta forse al liceo, quando la professoressa ci interrogava sul corretto alternarsi delle rivoluzioni industriali, su quale innovazione ne fosse stata la regina, fino alle teste cadute oltre i confini Transalpini. Nessun Re è mai stato tanto vicino al sole da potere resistere al potere del cambiamento. Ma da dove comincia?
Una giovane donna con la chitarra diceva: “Don’t you know they’re talking about a revolution, It sounds like a whisper”. Era il giugno del 1988, un anno e cinque mesi prima della caduta di un muro che tanto era stato analogia delle divisioni che possono crearsi in una stessa casa. Ad essere onesto, sono passati quasi trentasette anni e ancora fatico a credere che rivoluzione sia l’opposto di conservazione.
Al contrario, una rivoluzione è figlia del mantenimento dello status quo: un braccio animato che si estende e decide di cambiare le cose, di lasciare una traccia di sé nella storia. In fondo, senza stasi non esisterebbe la spinta.
La storia che vorrei raccontarvi oggi riguarda la nostra città, Parma. Noi parmigiani, o parmensi come veniamo spesso apostrofati in trasferta da chi ignora le regole auree del nostro essere, abbiamo la fama di essere “snob”. Forse non sta a genio il nostro essere così legati alle nostre tradizioni da non volerle vedere cambiar pelle. E la nostra “erre” moscia? Un retaggio storico che ci perseguita, un difetto che sembra lasciare chiunque attonito al rendersi conto che non tutte le 456.015 teste che abitano la provincia (fonte dati Istat 2025) soffrano effettivamente di rotacismo.
Eppure, concittadini miei, lasciatemi fare un appunto: a volte proprio non facciamo niente per non meritarci l’appellativo di polentoni. Da un anno ho deciso di svestire i panni del cittadino criticone esterofilo e che non vedeva l’ora di fare le valigie per poi, puntualmente, ripetere “questo a Parma non sarebbe mai successo!”. La verità, e mi duole dirlo, è che mi sbagliavo. Parma non è una città di pianura. Non è vero che non c’è mai un c*zzo da fare. Non è vero che siamo snob. Abbiamo però un problema di prospettiva, e di volontà nel cercarci le cose.
Vi porto un esempio: se di colpo vi trasferiste in una città nuova, sconosciuta e da cui ripartire, quale sarebbe la prima cosa che fareste? Cerchereste di crearvi una routine, un posto che vi assomigli, facce che vi parlino di casa. Vi impegnereste per uscire dal vostro comfort, dalla vostra pianura, e vi mettereste alla ricerca di nuove attività, musei domenicali e cafés dai nomi improbabili in cui scattare foto instagrammabili.
Ecco il trucco: tutto questo succede anche qui. La nostra percezione di mancata offerta è figlia della resistenza alla rivoluzione, al mantenimento dello status quo. Andiamo negli stessi bar perché non vogliamo cambiare; frequentiamo le stesse persone, anche se ci spengono, perché sono i nostri amici. Fin quando non siamo più in grado di decidere. Decidere, non scegliere. E alla fine cadiamo negli stessi refrain velenosi e anti-costruttivi che non fanno altro che renderci ciechi!
Eccone uno: Parma non è una città per giovani. Davvero? Qualche dato, da economista e aziendalista: in età compresa tra i 15 e i 34 anni contiamo 44.074 persone, rappresentanti per un 22% della popolazione totale cittadina (Rapporto Istat 2025). Ma attenzione, in controtendenza al drastico calo del numero di giovani nel nostro paese avvertito nel decennio 2014-2024, nello stesso periodo a Parma questa fascia d’età sopra citata è cresciuta del 6,8%, secondo un’indagine condotta dal Centro studi della Cgia di Mestre.
Ne volete un altro? Il centro è spento, non offre niente.Non so voi, ma da quando gravito più vicino alla mia città natale, ho visto proliferare decine e decine di attività ed emergere proposte socio-culturali che non esistono in altri centri della stessa caratura. Giusto per citarne alcuni: Colonne 28 (già casa di spin-offs come Scintille Book & Film Clubs, Mercatini Vintage, after parties e dj set, mostre fotografiche etc), Santeria (Parma è la seconda ed unica città in Italia in cui è presente un centro Santeria, figlia dell’iconica locandina Milanese di intrattenimento), Spaziotto, Autogestione (+ Avèrt), Gorilla (Spazio Alexander), Da Mat (Giovane Italia, Il Chiosco), Gagarin, Riva Mancina, The Hub (ex Zerbini), e potrei continuare, senza dimenticare le numerose attività imprenditoriali che vivono borghi storici come Antini e Del Gallo. Sempre più amici e coetanei rilevano spazi sfitti nel cuore della città per costruire i propri progetti, e che abbiamo l’onere di sostenere. Perché ogni cosa che inizia ha bisogno di spinta, e se lo facciamo tutti insieme possiamo colmare i chilometri che ci separano dal diventare quel posto che ci immaginiamo.
E scommetto che in pochi hanno sentito parlare del nuovo Manzini Off. Anzi, facciamo che lo chiamo con il suo vecchio nome: Workout Pasubio. Sì, uno spazio rigenerato di ex officine in quartiere San Leonardo che ora può guardare al futuro con fiducia, e prepararsi ad ospitare distretti culturali che sbocceranno a breve - parola d’onore di uno che ci è in mezzo. Futuro dello spazio che era già tema di discussione nel 2014, dodici anni fa!
Da ex criticone ho una riflessione, se me la permettete: non tentiamo di resistere alla rivoluzione, lasciamo che sia invece una rivelazione. Facciamo quel passo in più, oltre il nostro “jardin”, e accorgiamoci che a volte le cose che cerchiamo sono proprio lì, dove le avevamo lasciate. Come le chiavi dello scooter su cui sogno di ripercorrere la strade che facevo per andare al liceo, da via Traversetolo fino a Viale Maria Luigia, quando la mia città la sentivo tatuata addosso e nemmeno sapevo cosa ci sarebbe stato al di là di queste mura.
Nel 2027 siamo Capitale Europea dei Giovani. Centinaia di volontari lavorano ogni giorno, insieme a professionisti e figure politiche, per preparare Parma a questo evento meraviglioso. Ho presieduto numerosi tavoli negli ultimi mesi, scambiato idee con colleghi, e ho visto quanto sia bello credere in qualcosa in cui ci si vede riflessi. Abbiamo il diritto di goderci questo momento e il dovere di esserne i primi ambasciatori. Sono sicuro che, così come il sottoscritto, chi negli anni è dovuto partire per cercare di annaffiare la propria rosa si rivedrà in queste righe e penserà a quanto sarebbe bello costruire insieme una città ancora più attrattiva. Soprattutto per chi vuole restare.
E se sarete contrari con quanto appena letto, sarà ancora bello confrontarsi. Magari senza alzare troppo la voce. Perché si sa, come diceva quella giovane donna, la rivoluzione suona come un sussurro.
© Punto e Virgola ©
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