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Piacere a voi, cari lettori. Sono Irene Ugolotti, una ragazza che frequenta Scienze Politiche all’Università di Parma dal 2020. Prima dell’Università, Parma non la conoscevo affatto. Ma da quando ho iniziato a viverla ogni giorno, ho imparato a comprenderla: soprattutto il centro storico, che è diventato per me un attraversamento quotidiano, un respiro innamorato e condiviso. L’ho percorso di giorno e di sera, nelle vie illuminate e nei vicoli più silenziosi, quando Parma sembra trattenere il fiato.

Non posso dire di aver avuto paura; al contrario, spesso mi sono sentita completamente a mio agio. Eppure ci sono state sere in cui avrei preferito avere accanto qualcuno di fidato: non per timore, ma per condividere quella strana sensazione per la quale la città, quando si svuota, perde per un attimo la sua normalità. Ma questo non significa che quelle emozioni siano sbagliate. Ogni sensazione che mi attraversa mentre cammino è lecita: sia quando le strade sono piene di volti e di voci, sia quando sembra di poterle abbracciare e viverle da sola. Ed è qui, credo, il punto: una città diventa meno sicura quando le persone smettono di viverla davvero. Nel momento in cui ho realizzato questo, molte cose mi sono parse più chiare. La violenza e la criminalità trovano spazio più facilmente quando lo spazio pubblico si svuota, quando chi ha paura resta a casa e chi continua a camminare — come me — finisce per farlo in una solitudine che non dovrebbe diventare la norma. Le città funzionano solo se qualcuno sceglie di abitarle, di attraversarle, di indossarle come si fa con un vestito sulla pelle.

Negli stessi anni, però, ho osservato un altro fenomeno: la trasformazione del racconto giornalistico. Sempre più spesso, mi sembra che negli ultimi mesi le grandi testate italiane abbiano perso la capacità di raccontare qualcosa di bello. Le pagine sono colme di dolore, e lo sono con una tale costanza da renderlo quasi routine. Ma un giornalismo che racconta solo il dolore senza più sentirlo rischia di anestetizzarsi — e di anestetizzare chi legge. Così finiamo per non vedere più la luce che, nonostante tutto, attraversa le nostre giornate. Lo dico perché l’ho provato sulla mia pelle. Ho scritto poesie dedicate a Parma, ai suoi colori, ai suoi vicoli e ai suoi angoli più nascosti. L’ho fatto per ricordare a me stessa quanto ci sia bisogno di spensieratezza, di risentire la folla riempire le strade. Ho ricevuto sostegno sincero, ma anche critiche talvolta fuori luogo: troppo entusiasmo, troppa bellezza, troppo scarto rispetto alla “vera” realtà, perché “a Parma ci sono solo i maranza violenti e nient’altro”. Eppure è proprio questo lo sguardo che si rischia di perdere: quello dello stupore. Raccontare il presente non significa rinunciare alla speranza; descrivere la realtà non significa cancellare la bellezza.
Inoltre, si possono certamente tenere in considerazione realtà come “Parma Indecorosa”, una pagina Instagram che svolge un servizio importante per la cittadinanza, mostrando ciò che non funziona e invitando a prendersene cura. Ma accanto a chi denuncia serve anche chi ricorda ciò che funziona, ciò che vive, ciò che merita di essere mostrato e riconosciuto. Ed è qui che entra in gioco una piccola realtà giornalistica che seguo con piacere: “Punto e Virgola Indipendente” In un panorama informativo spesso dominato da cupezza e sensazionalismo, Punto e Virgola offre uno sguardo diverso: non ignora le difficoltà, ma sa riconoscere ciò che di buono accade. A volte leggere i loro contenuti è un modo per “staccare la spina” dal flusso continuo di notizie drammatiche, che arrivano come schegge negli occhi. È un piccolo esercizio di resistenza alla negatività, un modo di rialzarsi dalle distorsioni del nostro tempo. Forse è proprio questo che manca oggi: il coraggio di scrivere racconti che guardino al futuro, non come sogni ingenui o come rifiuto della realtà, ma come possibilità concrete. È il coraggio di dire che la bellezza c’è ancora, e che vale la pena viverla e condividerla. Quest’ultimo concetto è espresso in modo perfetto da uno dei personaggi più amati del cinema, il Professor John Keating (Robin Williams) ne L’Attimo Fuggente: “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

Parma, in questi anni, mi ha insegnato esattamente questo. Ho compreso che una città è viva finché qualcuno la osserva con amore e attenzione, finché qualcuno decide di parteciparvi attivamente. E finché ci saranno anche solo poche voci disposte a raccontarne la parte luminosa, avremo sempre lo stimolo per vivere la città ancora — specialmente quando si fa buia, quando sembra essere solo “disordini” e “caos”. Quelle voci meritano di essere ascoltate. Solo così si può ridistribuire la luce anche in quei luoghi fuori dal centro che hanno bisogno di essere meglio considerati, proponendo soluzioni alla portata di tutti: dei giovani, ma anche delle persone meno abbienti. Che Parma possa essere ancora — e sempre — un’Eterna Bellezza.

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