4
Intervista a don Umberto Cocconi, ex cappellano universitario e titolare della comunità “Associazione San Cristoforo” Bene, don Umberto, comincia la nostra intervista. Per cominciare, le chiedo di presentarsi: chi è lei, cosa fa qui a Parma…
Io sono un prete, sono in questa nuova parrocchia di San Pellegrino, e da alcuni anni sono presidente di un’associazione che raccoglie ragazzi di strada che vogliono ricominciare la loro vita e rimettersi in gioco. Dopo tanti sbagli, tanti errori, diamo un’opportunità perché il futuro possa realizzarsi.
Questa associazione, l’”Associazione San Cristoforo”... Ce la descriva. Ormai è attiva da molti anni, vero?
Ormai siamo sui venticinque anni. È iniziato tutto nella parrocchia di San Giovanni Battista dove abbiamo accolto due o tre persone, poi il progetto è diventato sempre più grande: abbiamo degli educatori, diverse case e, insomma, cerchiamo di dare speranza a chi forse l’ha anche persa.
Certo. In questi anni avrà visto tantissime persone, tutte diverse, con le loro storie, e che cercavano una casa.
Questo era l’obiettivo che tutti si ponevano: la casa non è solo quattro mura, ma è il luogo degli affetti, dell’intimità, il luogo dove puoi effettivamente farti una famiglia e non sentirti più solo. Cercavano questo: “voglio la mia casa”, dicevano, ma molte volte lo stipendio non glielo permetteva… Altrimenti, la casa del comune, coi suoi tempi lunghissimi. Ma quello che s’è verificato tante volte è che, se non hai degli affetti, diventa difficile avere una casa, perché rimane vuota se non è riempita dal mondo delle relazioni, dei rapporti.
Le faccio una domanda: in questi anni le saranno rimaste impresse, immagino, alcune persone in particolare. Ecco, di chi si ricorda?
Mi ricordo ad esempio di un ragazzo che, effettivamente, dopo varie vicende è riuscito ad avere una sua casa, e le cose funzionavano, si era realizzato quello che lui sognava. Ma alla porta poi bussa sempre un demone, bussa sempre la solitudine! Perdi il lavoro e con quello perdi la casa, perdi tutto… Ricominciare da capo, tornare forse a bere… Questa è la storia di un ragazzo per il quale è andata così. Per altri, quella casa tanto sognata è diventata una prigione. Ti accorgi che, sì, hai la casa che ti piace, ma non ci sono più rapporti e legami, e allora ti senti solo. Ci sono invece situazioni in cui persone straniere lavoratrici sono riuscite a farsi una posizione, ma col fatto che sono di colore nessuno gli affitta una casa. Questa è la cosa più drammatica: che non si dia la possibilità di integrarsi, e allora vivono ancora nella precarietà, nello sfruttamento, perché ci sono situazioni in cui viene richiesto un affitto di tre-quattrocento euro e non puoi portare neanche la tua famiglia. La casa è il sogno davvero di tanti, e soprattutto di uno straniero che se l’è guadagnata. Ma bisogna comprarla, e come si può farlo se non hai un patrimonio? Molti vivono questo rifiuto totale opposto dalla città, sapendo anche che ci sono molti appartamenti sfitti che restano vuoti. Capisco che non sempre è stato soddisfatto, chi ha affittato: magari non ha avuto il pagamento, o l’appartamento è stato portato alla “distruzione”, ma ci sono anche persone che meritano effettivamente di essere accompagnate in questo progetto.Tuttavia, ci sono tante chiusure. Si dovrebbe distinguere caso per caso.
Anche lei, personalmente, in questi anni avrà avuto molte delusioni.
Ah, questo sì! Sono stato deluso perché ho visto questi ragazzi tornare indietro, spegnersi, morire. Ti chiedi come mai, dove possiamo avere sbagliato, quale disagio possa essere subentrato. Il nostro processo è fare “un pezzo di strada insieme” (il motto della comunità, n.d.r.). Il punto è aiutarti in un momento difficile a rimetterti sulla strada; dopo il nostro compito termina, perché la tua vita, appunto, è tua, e io non posso sempre sgridarti, bloccarti in una campana di vetro, ricattarti. No: io ti ho aiutato, ti ho accompagnato, ti ho rimesso in piedi. Bene, ora vivi la tua vita e giocala bene. “Va’ e non peccare più”, direbbe il Vangelo.
Ma per alcuni la libertà è difficile.
Molto, molto… Soprattutto in questa società dove, se non trovi un perché per la tua vita, qualcosa di più grande, non riesci a saltarne fuori. È quello che stiamo cercando di fare: dare uno scopo, un senso, che non è solo il benessere psicofisico. Un obiettivo, un ideale: se non hai questo, soccombi. Devi avere delle nuove ragioni perché la vita ti sfida continuamente, non è tenera nei tuoi confronti. Ti mette alla prova e, se tu non hai un’ideale, un valore per il quale giocare tutto, non puoi attraccarti. Lo stesso per gli amori “terreni”, perché ti deluderanno e a tua volta deluderai.
Capisco. Andando avanti, lei, in particolare, avrà toccato con mano “il problema della casa” qui a Parma, che continua a essere molto sentito.
Questo è un dramma. Anche passando per offrire le benedizioni, vedo tanti appartamenti lasciati vuoti pur di non affittarli. Allora lancerei la proposta di tassare moltissimo il terzo appartamento di proprietà, se lasciato inabitato, e il quarto ancor di più, non parliamo del quinto… Ma il Comune dovrebbe anche sgravare dai costi se l’appartamento viene messo a disposizione, sempre con affitto e canone giusti. Se dopo non viene riconsegnato nei tempi stabiliti, il Comune o l’ente preposto dovrebbero impegnarsi a rimetterlo in sesto. Tante volte mi chiedo: “Può andare in Paradiso uno che ha cento case?” Pensavo che, parallelamente, ci sono molti altri che non hanno affatto una casa, mentre queste abitazioni restano sfitte e vuote. Si tratta di non ascoltare un grido.
Un’ultima domanda. Di queste case hanno bisogno in particolare i giovani che vengono qui per studiare, non è vero?
Questo è un punto interessante. Penso che, al di là dei collegi, ci sia uno strozzinaggio che ha fatto lievitare i costi. Parma, città universitaria, ha 25.000 studenti, e di questi 10.000 vengono da altre città, per cui il prezzo degli alloggi è cresciuto a dismisura. Anche qui dobbiamo pensare alla ricchezza, all’indotto che uno studente porta in città, insieme alle sue conoscenze e potenzialità.In un differente sistema, io che offro una casa potrei non pensare solo al mio guadagno, ma anche ad accompagnare un giovane che può effettivamente essere una risorsa per la città. Non potrei – non dovrei abusare di lui chiedendo 500 euro per una stanza. Ormai siamo arrivati a 1.000, 1.200 euro di affitto. Come si può permetterlo? Dopo bisogna lavorare almeno in due, anche in tre, poiché metà stipendio o più viene assorbito dalla casa.La casa dovrebbe essere uno dei diritti fondamentali. Oltre al lavoro, ci vuole la casa, ma se non me la posso permettere? Ecco che allora servirebbe l’intervento della società, o di una comunità che si faccia carico di rendere disponibili le ricchezze. Queste sono sempre più nelle mani di pochi rispetto alle esigenze di una popolazione che chiede giustizia.
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:


