2
Il primo appartamento in cui mi trasferii a Parigi era di ventotto metri quadrati. Ci stavamo in due, quindi fate voi i conti. Mi aveva sorpreso trovare le pareti della sala pitturate di rosa. Che poi, “sala” era già un’iperbole.
Non avevo ancora sviluppato una mia personale concezione degli spazi. Nella mia testa, i metri quadrati erano una figura esponenziale che cresceva al ritmo delle borse della spesa di plastica che lasciavo cadere a terra nel tragitto casa-supermercato — un percorso che andava fatto rigorosamente a piedi, perché la vita si vive camminando.
Quando cresci avendo tutto, fai i conti tardi con l’altra faccia della medaglia. Avevo scelto di dormire sul divano letto per lasciare l’unica stanza degna di questo nome alla mia coinquilina del tempo. La mia testa strusciava contro il muro ogni volta che provavo ad allungare le gambe.
Al di là della parete, sotto un coperchio di luna, un uomo si era costruito una casa su un pezzo di cartone. L’aveva posizionato con strategia sopra una grata da cui fuoriusciva vapore, per scaldarsi nelle notti crudeli del diciannovesimo arrondissement. Di tanto in tanto lo sentivo cantare e, quando accadeva, provavo invidia. Avrei voluto poterlo fare anche io, ma probabilmente mi sarei preso una denuncia dai condomini per disturbo al riposo.
Poi arrivava la mattina. Di colpo passavo dall'immaginare una platea di fan pronti a idolatrare quell’uomo sul suo palco di cartone, alla realtà di un caffè riscaldato del giorno prima. Aprire la porta. Dieci minuti di strada per la metro 2, direzione Nation. Sbagliare l’entrata. Leggere — per cronica sfiducia nel mio istinto — l’ennesima volta la mappa dei binari. Contare con le dita le stazioni. Sbirciare nel libro della signora seduta a fianco. Fare l’occhiolino a una bionda francesina dall’altra parte della banchina.
Ma perché sono finito qua? Davvero è questa la vita che abito?
Da quell’esperienza in avanti, non mi sono mai più chiesto quanti metri quadrati avesse una stanza. Avevo realizzato in una notte, stretto contro la parete, che abitare un luogo è un concetto labile: avevo un tetto, ma non potevo cantarci dentro; ogni sera affogavo in una serie tv leggera per tirarmi su di morale. Quell’uomo invece viveva all’aria aperta, al caldo di una grata, e si sentiva una rockstar. Che sfigato ero io, al confronto.
Commisi l’errore, cinque anni dopo, di leggere il dépliant della mia stanza nella residenza della University of Melbourne. Nove metri quadrati. Una finestra vista Central Business District, a 16.400 km da casa. Eppure, in quei nove metri, mi sentivo un gigante.
Questa volta non avevo vicini canterini. Mi divertivo a seguire con lo sguardo i pedoni in strada dall’undicesimo piano. Buffo: non riuscivo a scorgere i loro piedi. Chissà se si rendono conto di vivere a testa in giù, in una terra che — per quanto la calpestino — non gli appartiene. L’avevo imparato studiando la storia dei popoli delle First Nations: le persone che avevano abitato il territorio australiano per millenni prima che il sistema delle Stolen Generationss trappasse loro lingua, terra e figli nel tentativo di assimilarli alla cultura occidentale.
Gli eredi di quel dolore si trovano ancora nel cuore del deserto, tra chilometri infiniti di sabbia rossa millenaria. Quando vi giunsi, ripensai ai ventotto metri quadrati di Parigi. Il mio cervello, per abitudine, provò a calcolare quanti appartamenti si sarebbero potuti incastrare in quel panorama utopico.
Poi, in lontananza, sentii un canto improvviso. Mi piace credere che fosse ancora lui, l’uomo sul marciapiede, che finalmente aveva trovato spazio a sufficienza per la sua voce.
In fondo, lui si che sapeva abitare il suo corpo.
© Punto e Virgola



