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«Marghe, Filo, dove siete?» Clara era rannicchiata nel buio. Non sentiva niente a parte il rumore dei suoi respiri. Si inginocchiò per cercare una via d’uscita da quella stanzetta, temeva che gli altri fossero scappati senza di lei. Immaginò di trovarli ad aspettarla nella reception, ma l’idea sfumò con la velocità con la quale era arrivata. Nessuno di loro tre l’avrebbe lasciata indietro. La loro regola era di restare uniti e quella non era la prima volta che scappavano. Perché Margherita non le aveva risposto? Provò a chiamare tutti bisbigliando per paura di essere scoperta. «Ragazzi, rispondete vi prego, sono qui.» Si aspettava di sentire almeno qualche singhiozzo di Margherita. Niente da fare. La ragazza lasciò scendere qualche lacrima, poi si alzò e si asciugò gli occhi con la manica del giaccone. Non aveva la minima idea di cosa fare, ma di stare a carponi con le mani nella polvere proprio non le andava. Il pavimento puzzava di muffa. Mentre decideva cosa fare, una voce la chiamò. «Clara, tesoro, vieni qui.» «Marghe, sei tu?» «Sono qui. Vieni.» La voce sembrava così vecchia e stanca, ma la ragazza era così sollevata che non se ne accorse nemmeno. Iniziò a seguire quel sussurro con le mani davanti a sé per non urtare nulla. «Eccomi. Dove sono gli altri?» «Continua, vieni più avanti, fatti guardare per bene.» «Marghe, sono io.» Le luci si accesero. Una vecchia era seduta su una poltrona a pochi metri dalla spaventata Clara, la guardava con occhi affettuosi e le sorrideva con gentilezza. La ragazza urlò per la paura e provò a correre via, ma sentiva il suo corpo come immobilizzato. Gli occhi esaminarono velocemente il luogo in cui si trovava: la poltrona azzurrina su cui era seduta la vecchia sconosciuta era appoggiata ad un muro tappezzato di cornici; a parte quel singolo muro pieno, gli altri lati erano decorati solo da una carta da parati azzurrina e tutta mangiata dal tempo; un vecchio armadio di legno tutto ammuffito stringeva il corridoio d’ingresso, quasi fosse stato messo lì come uno scarto; il letto, con un bel baldacchino blu impolverato, era staccato di poco dall’armadio e si trovava tra la ragazza e la vecchia. «Chi sei?» Chiese Clara con voce tremante. «Conosci bene il mio volto, ma non mi hai mai incontrato prima.» La donna rispondeva in modo gentile, come se fosse l’ennesima volta che sentiva le stesse domande. «Non mi sembra. Erano tuoi i passi che abbiamo sentito?» La paura stava facendo spazio alla curiosità. «Purtroppo no, io cammino tra voi ma non mi sentite mai, vi accorgete di me sempre troppo tardi.» «Cosa vorresti dire?» Non c’era più traccia di paura, solo voglia di capire. Ormai era arrivata a quel punto, tanto valeva vedere dove tutto sarebbe finito. «Lo capirai. In ogni caso, prova a guardarmi, il mio viso non può essere cambiato così tanto.» «Non capisco.» «Avvicinati. Non ti farò del male. Non io, almeno.»
Cosa voleva dire con quell’ultima frase? Un brivido percorse la schiena della ragazza che si girò con la paura di trovare un secondo sconosciuto. Fortunatamente non vide nessuno. «Perché dovrei?» Dalla voce di Clara uscì un tono scettico. «Perché farlo ti aiuterà a trovare i tuoi amici.» La vecchia era sempre gentile, ma si capì che era stanca di rispondere alle domande. «Come lo sai?» «Lo so e basta.» La giovane non sembrava per nulla convinta, ma tirò fuori tutto il coraggio che le era rimasto e camminò lentamente verso la poltrona. Arrivò abbastanza vicino da poter esaminare le cornici impolverate. Si accorse che tutta la parete era ricoperta da foto di lei ed attestati che portavano il suo nome. In ogni foto aveva un’età diversa, ora il primo giorno di scuola, poi lei con una corona d’alloro bianca, poi ancora lei seduta davanti ad una scrivania piena di fascicoli. Nessun altro, solo lei. «Non può essere…» «Hai ragione.» La vecchia la interruppe. «Tu sei…» Clara pareva ancora scettica. «Sì.» La donna era così stanca di rispondere all’ovvio che non lasciava nemmeno finire la ragazza. Clara rimase in silenzio. Fissava la donna e con le mani toccava il proprio volto, come per assicurarsi che le rughe della vecchia non la contagiassero. All’idea di diventare quell’essere le venne la nausea. La ragazza non riusciva a capire come tutto questo potesse essere reale, forse sognava, forse si era addormentata rannicchiata nella stanzetta. «Sai, non siamo la stessa persona, io dovrei essere la versione giusta di te.» Il tono della vecchia era sempre gentile, ma un po’ più tagliente. «Ci credo che non siamo la stessa persona. Tu stai cadendo a pezzi, come fai ad essere la migliore se neanche ti alzi da lì.» Clara si sentiva attaccata. Effettivamente quella donna era come un relitto che aspettava di andare a fondo, anche da seduta si percepiva la corporatura magra e la pelle aveva un colorito giallognolo. I capelli grigi erano crespi e sciolti mentre il volto era tagliuzzato da un numero indefinito di rughe. Indossava una camicia da notte unta e macchiata, come se non avesse più la forza di cambiarsela. Aveva il classico aspetto di chi viene lasciato da solo a marcire, mentre guarda il proprio corpo spegnersi lentamente. «È incredibile come, a volte, non ci si accorge di aver buttato tutto.» «Ma se farò tutte quelle cose…» All’idea smise di tastarsi il volto sentendosi sollevata. «No, tecnicamente le ho fatte io, non tu. Tu sei una ragazzina che vuole partire all’avventura, che non pensa.» Il tono gentile era decisamente scomparso. «Tu non li hai seguiti…» Clara capì. « Esatto. Io non mi sono fatta portare in questo lurido posto. Se ci pensi, hai sprecato te stessa così.» La vecchia pareva quasi compatire Clara. «Ma come puoi essere la versione giusta? Non c’è una cornice che tu condivida con qualcuno e poi, se non li hai seguiti, come sei finita in questo lurido posto?» Un piccolo sorriso beffardo si fece strada mentre mimava le virgolette con le dita.
«Te lo ripeto, io sono qui per te. Ti assicuro che preferirei essere ovunque.» La donna sbuffava annoiata e negli occhi comparì un filo di amarezza. «Io non mi pento di essere qui.» Clara intanto indietreggiava.
«Considera tutto quello che avresti potuto fare. So che sei spaventata dal mio volto. Ho visto la paura nei tuoi occhi quando mi hai guardata, ma io ho potuto realizzare tutto ciò che volevo e dovevo.»
«Hai seguito quello che qualcuno si aspettava da te. Diventare così dopo una vita passata in prigione mi sembra solo una cattiveria.»
«La vecchiaia è un premio per chi non spreca la propria libertà. Avere più tempo possibile per vivere, prima di essere dimenticato come tutti quelli venuti prima di te.»
«Non sfruttarla è uguale a sprecarla. Non puoi essere davvero me, è impossibile che tu non sia voluta mai scappare da tutto quello che dovevi agli altri. Mi sembri più una lista delle cose da fare. Io non mi pento di essere salita sulla macchina piena di graffi di Giamma.» «Ci sei salita solo perché volevi che si ricordassero di te. Volevi essere presente nelle loro vite. Guarda un po’, cos’hai ora?» Fece una pausa sperando di vedere un ripensamento in Clara. «Hai tre amici dispersi e il Bellavista.»
La ragazza si sentì ferita. In quelle parole c’era un piccolo fondo di verità e l’idea di poter essere smascherata la faceva sentire così piccola e indifesa. Decise di attaccare per non essere esposta ulteriormente.
«Quelle foto non valgono di più dell’armadio ammuffito e quegli attestati saranno usati per accendere il fuoco ancora prima che tu sia diventata polvere.» La giovane si era innervosita fin troppo. Colpire ciò di cui la vecchia si vantava era un successo sicuro.
«Le tue parole non mi toccano.» Il tono della vecchia era ritornato gentile. «Io vorrei che capissi di aver sbagliato. Avresti potuto essere meglio di così, tutti i sacrifici fatti per te non avrebbero dovuto portarti a questo. Tu lo sai dentro di te.»
L’attacco non era riuscito. La ragazza si sentiva impotente ma allo stesso tempo sentiva che nelle parole della donna c’era qualcosa di sbagliato.
«Ma io sono davvero contenta di essere qui. Mi piace anche la paura. Dimmi la verità, uscirò da questo posto? Non mi dispiacerebbe realizzare tutte quelle cose, ma non voglio sacrificare una parte di me.» Clara si era calmata appena e continuava ad indietreggiare lentamente. Stava tornando la curiosità.
«Io non sono qui per darvi risposte che già conoscete. Sono qui perché dovete provare a capire.»
«Cosa dobbiamo capire? Hai visto anche gli altri? Dove sono?»
«Non ho più tempo per restare qui a parlare con te. Dimmi la verità, dimmi che ti penti di essere venuta al Bellavista.» La donna sembrava di fretta.
«Ti ho già detto di no…» La ragazza voleva a tutti i costi delle risposte.
«Ci puoi ancora pensare.»
«Sono soddisfatta anche così. Se hai poco tempo, rispondi almeno alle mie domande.»
«Speravo in un’altra risposta. Evidentemente con te non ho fatto bene il mio lavoro.»
Le luci della stanza tremarono e si spensero, facendo ritornare Clara nel buio più assoluto.
«No, aspetta! Non puoi andartene così, rispondimi!» La sua voce si perse nel vuoto.
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