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Caro professore,
sono felice di avere ormai trovato una solida routine di scrittura. Questa lettera vuole essere anche d’aiuto a me qualora perdessi la voglia di dedicarmi a questa incredibile disciplina.
Questa volta non negherò di essere uno studente tanto dotato, quanto incostante e procrastinatore (lo affermo senza nessuna traccia di modestia, usando le sue stesse parole), abilità e difetti che credo di applicare anche a questa attività sia pratica che teorica. Ho comprato libri e manuali che talvolta studio e talvolta lascio preda della polvere, ma penso di impegnarmi il più possibile per esprimermi al meglio e cercare di consegnare delle storie che abbiano un messaggio chiaro e rintracciabile.
Forse queste parole potrebbero essere interpretate come una lettera d’amore. Deve sapere che da qualche anno mi sono profondamente innamorato della scrittura, ma è soltanto da pochi mesi che ho il coraggio di esprimerle i miei più profondi sentimenti. Riconosco che essa è per me al pari di un grande amore che ti spinge sempre a superare il limite, che ti prende con forza e che stravolge la monotonia nella quale hai sempre vissuto. È quella donna con cui non vuoi soltanto fare l’amore, ma con la quale vuoi dormire, per ricordarle Kundera (sperando che lo ami ancora come nei miei ricordi).
So che le hanno comunicato le mie sventure. Voglio rassicurarla affermando di aver trovato nello scrivere la mia resilienza, proprio quando ne avevo più bisogno, e l’ho fatto come sfida al senso di fallimento nel quale ero stato trascinato ed abbandonato, come fossi spazzatura. Molte cose stupende hanno origine dall’umiliazione. Molte cose orribili hanno origine dall’umiliazione. La nostra coscienza è il mezzo attraverso cui decidiamo quale binario percorrere. Io ho scelto di scrivere.
Joseph Conrad diceva che anche il più bravo degli scrittori finisce inevitabilmente per rivelare se stesso e la propria moralità all’interno delle proprie opere. Io non voglio rivelarla spargendo indizi, voglio che ogni parte di me urli e batta i piedi per terra. Voglio che le pagine siano più accurate dello specchio in cui fisso i miei occhi assonnati al mattino.
Mio carissimo professore, la prego di leggere i miei racconti, mi sgridi ancora e perda per me altro fiato. Le sue parole sono i semi trascinati dal vento nell’attesa di terreno fertile. Io le capisco ora. I semi hanno trovato il luogo perfetto e il vento non li porterà via mai più.
© Punto e Virgola ©
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