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Le ruote scivolano veloci sulla tangenziale, una buca dietro l’altra. In quel pezzo la strada fa davvero schifo. Giacomo lo ripete ad alta voce ogni volta che ha qualcuno in macchina e passa da lì.
Stanotte è da solo sull’asfalto. All’ennesima buca sente però di dover esclamare qualcosa lo stesso.
«Che strada di merda!»
È la prima frase che gli esce di bocca da circa un’ora. Quella precedente era rivolta ad un’Audi che gli aveva rubato una precedenza, una frase davvero poco signorile, che non ripeterò.
Giacomo alza la musica. Questa serata gli serve. Ha un appuntamento con sé stesso: si è portato fuori a mangiare, si è offerto una sigaretta e si è messo in macchina senza sapere dove andare. È rimasto seduto sul sedile per un po’, poi ha messo in moto ed è partito, senza far caso a dove le strade lo portassero.
Ora cerca di cantare in francese. Pensava che la sua pronuncia fosse migliore, ma la strofa di Haut les cœurs è un pochino troppo per le sue capacità. Già in italiano si mangia le parole, figuriamoci in un’altra lingua. Lascia perdere. Tra sé e sé pensa che questa sia l’ennesima cosa nella quale non mette alcun impegno; pensa che la sua vita sia un continuo lasciar perdere tutto; pensa che dovrebbe piantarla di darsi contro senza accettare i successi.
Le buche sono finite, la strada è tornata accettabile. Mette la quarta. Preme con forza l’acceleratore. Ingrana la quinta. Stringe il volante. Non ha fretta, eppure in quel rettilineo si sente un pilota immerso in una lotta sfrenata per il primo posto. Giacomo in quel momento ricorda quella sera di maggio, ricorda come correva a casa dopo quel primo bacio, ricorda la fretta di tornare a casa per rivedere la scena in un sogno.
«Eh, vabbè», pensa tra sé e sé. «Dovevo proprio starmene a casa mia.»
Accarezza il freno col piede. Abbassa il volume dell’autoradio. Si accosta il più possibile sulla destra. Un’ambulanza lo sorpassa a sirene spiegate. Giacomo si fa il segno della Croce istintivamente. Perché lo fa non gli è chiaro fino in fondo. Forse copia sua madre senza pensarci. No, la verità è che ultimamente farlo gli sembra così liberatorio e piacevole, un gesto che vuol dire allo stesso tempo tutto e niente. Come regalare fiori, può essere sia una dichiarazione sia una mancanza totale di fantasia.
Ora può tornare ad accelerare. Alza di nuovo la musica. Mentre fissava l’ambulanza passare, era iniziata un’altra canzone: Irish Blood, English Heart.
Giacomo ascolta con attenzione il galoppare della chitarra e del basso. Imita il tempo della batteria con una mano sul cambio e sentendo il rumore dei suoi anelli sincronizzarsi con quello che crede sia un Charleston chiuso. Nel mezzo della sua grottesca imitazione di un batterista si ricorda di aver cercato da qualche parte il significato del testo. Nulla di più lontano da Giacomo stesso.
Ma nonostante la lontananza, il giovane pilota sente rieccheggiare nella mente le parole «There is no one on earth I’m afraid of». Se non riesce a schiodarle dalla testa un motivo ci sarà no?
Giacomo pensa che quelle parole siano sue, ma poi una voce che viene dal profondo lo frena. Se non ha paura, perché sta scappando senza nemmeno l’idea di dove trovare un rifugio? Perché corre? Da chi o che cosa poi? Non lo sa nemmeno lui.
Desidera tanto quelle parole, ma la fuga è una risposta immediata ed universalmente efficace. Lo è almeno per un po’. Ma se smette di correre, se abbassa la musica, se toglie la chiave e guarda i fari spegnersi, verrà raggiunto da tutto.
Alla sua porta busserà l’incubo di lei e sarà seguito da quella figura deforme che lo giudica nello specchio. Quei due mostri guideranno l’esercito che avrà come soldato persino quella dannata di canzone in francese che sbaglia ogni volta. Tutto è paura.
Nella notte, mentre le gomme si consumano, Giacomo s’infila silenzioso nel punto cieco della paura e lì rimane finché il sonno non lo trascina verso casa.
Mentre arriva il ritornello, la carreggiata sembra stringersi ed annodarsi su sé stessa. Il ragazzo sente il petto gonfiarsi alla ricerca di ossigeno che non vuole farsi respirare. Le corde vocali vibrano strozzate e per la rabbia spegne lo stereo con una manata secca e stizzita. Il silenzio non cambia nulla.
Ora stringe il volante. Rallenta, ma la strada scorre sempre più veloce e le linee bianche non sono altro che un vago ricordo. Alla prima piazzola ferma la macchina inchiodando. Appena i piedi toccano terra un conato di vomito lo piega in due. Le auto gli sfrecciano di fianco e lui è ancora piegato. Ogni automobile che passa gli intasa le orecchie e lo fa sobbalzare. Mentre gli occhi si riempiono di lacrime, quella poca aria che era riuscito a far entrare nei polmoni fugge via. Questa è la fine di tutto. Vede il mozzicone di una Lucky Strike a terra e pensa che persino quel rifiuto abbia più dignità di lui.
Stavolta non lascia perdere. L’aria sembra non entrare, ma il ricordo di quando era passato sotto quella cascata da piccolo si fa strada nella mente. La sensazione che aveva provato era la stessa. Non può essere così diverso. Si aggrappa all’immagine di lui schiacciato dall’acqua gelata.
Giacomo si sforza e riesce a rialzarsi, si sistema la maglia dentro i pantaloni e si sistema leggermente i capelli corti prima di tirare un sospiro e risedersi al posto del guidatore.
«Meglio tornare a casa.»
Allaccia la cintura mentre sta già dando gas per immettersi in tangenziale. Riaccende lo stereo e cambia canzone. Le orecchie si riempiono dell’atmosfera così misteriosa e corale di Electric Blue e le labbra accennano un sorriso timido ma finalmente rilassato. Di norma, Giacomo canterebbe ogni singola parola della canzone eppure questa volta resta ad ascoltare attento e silenzioso, come se sperasse di sentire parole nuove incise solo per quel momento.
Già dal primo ascolto quella canzone gli era sembrata sia un messaggio d’amore sia una preghiera. Normalmente Giacomo detesta il concetto che l’amore sia in grado di salvare davvero qualcuno, lui pensa che se si è delle teste di cazzo, lo si rimane a prescindere dall’amore che si riceve. L’amore è costruito a tavolino da persone che si accontentano a vicenda. Ma nella voce di Dolores, nel modo in cui lei chiede debolmente di non essere abbandonata e nei suoi vocalizzi sempre più intensi, il ragazzo si sente un idiota ad aver pensato qualcosa di così rabbioso ed ignorante.
La via di casa sua è sempre più vicina e pian piano anche la sua colonna sonora volge al termine. Nel fermarsi al semaforo ripensa all’ambulanza che lo aveva sorpassato. Nel mezzo della sua riflessione, Giacomo realizza che l’unica cosa che ha dato un senso al suo viaggio è stato quel segno della Croce usato per salutare un completo sconosciuto.
La macchina svolta. Giù la frizione e via con la seconda. Giù la frizione e via con la terza. Quanto ci starebbe bene un ultimo scatto prima di arrivare al parcheggio davanti a casa.
«Maledettissimi dossi. Se becco il genio che li ha fatti mettere giuro che lo investo.»
Questa notte almeno un posto comodo è rimasto libero e Giacomo ci infila la sua compagna di viaggio con una manovra secca. Quanto adora i parcheggi storti lo sa soltanto lui.
Gira la chiave e spegne il quadro. Prima di spegnere anche l’autoradio, aspetta l’ultimo ritornello.
«Domine, Domine Deus. Domine, adiuva me.»
Giacomo resta in silenzio fino alla fine. Questa volta non muove la testa a ritmo durante l’assolo. Le parole del ritornello che voleva ascoltare non erano forse casuali: le ha fatte pronunciare dal suo stereo perché lui ha paura. Quella frase di Morrissey non è proprio per lui; non è nemmeno capace di chiedere una mano a Dio.
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