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Lei si aggrappò a me e la sentii singhiozzare; le lacrime trafiggevano la mia maglietta, accarezzandomi la spalla su cui aveva nascosto il viso.
Non volevo parlare, non volevo che sentisse le mie corde vocali spezzarsi. La strinsi a me e poi la lasciai libera mentre mi perdevo a guardare l’alba. Era così elegante che, se solo lei l’avesse osservata, avrebbe pianto per quella invece che per me. A quel pensiero sentii la gelosia crescere rapida e potente; mi venne voglia di gridare alla luce di sparire mentre la contemplavo con occhi innamorati: ero io il primo a tradirla con lei. Le presi il viso tra le mani e le spostai le ciocche di capelli neri dietro le orecchie. Notai le sue guance rigate di mascara e le labbra tremanti. Non volevo guardarla negli occhi, così posai lo sguardo sul suo collo: la sua collana era storta; gliela raddrizzai sorridendo. La luce del sole si faceva man mano più forte e ora incorniciava la sua figura: sembrava fosse lei stessa a sprigionare i raggi arancioni che illuminavano la collina, come se la sua presenza le donasse un colore nuovo. I miei occhi iniziarono a riempirsi; la tirai verso di me e la baciai, lasciando le mie lacrime libere di scendere e fondersi con le sue. Era tutto così silenzioso, in quel momento non sentivo nemmeno il fruscio del vento che strappava dagli alberi le prime foglie secche: forse il tempo si era fermato solo per noi; forse eravamo destinati a restare in piedi per tutta la vita a salutarci; forse non doveva partire davvero. Feci scivolare le mani lungo la sua schiena e l’abbracciai, interrompendo il bacio. Desideravo negarle il mio amore prima che lei mi negasse il suo: dovevo riuscire a buttarla via come un giocattolo rotto. Un brivido di freddo mi percorse, ricordandomi che stava per scattare il nostro coprifuoco: il blu della notte era quasi sparito del tutto e il giorno ci aspettava impaziente. Me n’ero totalmente dimenticato. I nostri incontri finivano sempre all’alba. Terminavano solo per farci sentire la mancanza dell’altro durante la giornata e per lasciarci riabbracciare alla sera con la felicità di chi torna da un lungo viaggio per mare.
Anche lei si era accorta che il nostro tempo era giunto ormai alla fine. Smise di stringermi e indietreggiò sorridendo. Mi accarezzò le guance e poi si voltò. Rimasi fermo per un attimo a guardare la sua figura che si allontanava, poi mi avviai dalla parte opposta. Camminai lentamente combattendo la voglia di correrle incontro per salutarla ancora. I miei piedi mi tradivano e cercavano di farmi cadere a ogni passo.
Arrivai a casa, aprii il cancello e poi la porta d’ingresso. Non avevo fame. Entrai silenziosamente nella mia camera e mi sdraiai sul letto. Rimasi in silenzio a fissare il soffitto finché mia sorella non venne a salutarmi prima di uscire, come al suo solito.
«L’hai salutata?»
Feci cenno di sì con la testa senza voltarmi. Sentivo gli occhi caldi e le lacrime che mi bagnavano le orecchie.
Rimasi immobile per tutta la giornata e quando la luce del tramonto bussò alla mia finestra, mi alzai senza pensare e andai a infilarmi le scarpe. Mi resi conto della mia stupidità quando chiusi la porta di casa dietro di me. Non ricordo più quante volte mi infilai le scarpe senza pensare, solo per realizzare il mio errore una volta uscito di casa.
Circa otto mesi dopo quell’addio, per la prima volta, vedendo il tramonto dalla mia finestra, non corsi subito ad infilarmi le scarpe. Finalmente, era passata. Il tempo aveva fatto il suo miracolo, la ferita era rimasta solo una piccola cicatrice facile da raccontare.
Da quel momento passarono diversi anni. Il ricordo di quell’addio non faceva più male, eppure, quando camminavo per la strada, scrutavo con attenzione chiunque le somigliasse, restando sempre un po’ deluso.
Non credo che la vedrò mai più, ma forse è meglio così. Se mai capiterà, penso che farò finta di nulla nella speranza che lei non mi riconosca. Non voglio che senta le mie corde vocali spezzarsi.
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