“È come stare in bilico,” mi disse una sera mentre camminavamo lungo il fiume.
“Non sei mai davvero qui, né davvero là.”
Qual’è il confine tra l’eccitazione per la scoperta e il silenzio della perdita? Quando è che una persona abituata a cambiare città, abitudini e pensieri può davvero sentirsi a casa in un posto?
Quando ho deciso di scrivere Goodbye, Goodbye - il mio primo libro in uscita a maggio per Transeuropa Edizioni (Jack Frusciante è uscito dal gruppo, 1994) - avevo sì e no 21 anni. Mi apprestavo a chiudere le valigie dopo la seconda esperienza all’estero della mia giovane vita, e settimane prima avevo tirato un pugno sul naso di uno dei miei più cari amici per aiutarlo con una faccenda storta. Sì, suona molto confusa, ma nel libro è spiegato tutto.
Ad ogni modo, mi sentivo in colpa per non essere un ramo dritto. Non capivo per quale motivo tendessi alle discipline artistiche e fossi appassionato di cinema, mentre il mio curriculum accademico recitava: Laurea Triennale in Marketing e Management. Bocciato due volte all’esame di Amministrazione e Controllo, e non esattamente catturato dal percorso accademico. Ottimi voti, poca passione.
Per addolcire la pillola di quegli anni mi misi a scrivere sceneggiature di cortometraggi, e alcune di loro andarono così bene da prendere forma in veri e propri progetti cinematografici proiettati nelle sale. Mio padre mi ripeteva spesso di non smettere di scrivere.
Buffo. Mi hanno detto che scrivere non serve a niente. Non puoi fare profitto, quindi per quale motivo perderci del tempo? Forse ora che sono cresciuto dovrei concentrarmi sulla mia “potenzialmente brillante” carriera aziendale. Ricordo di un manager che mi chiese perché mi fossi rovinato le braccia con i tatuaggi, e tornando verso la mia scrivania pensavo alle parole di mia madre: “Sono pezzi della tua storia. E poi, perché dovresti nasconderti?”
Ho finito il libro quando lavoravo in una multinazionale americana a Roma. Volevo trasmettere a chi l’avrebbe letto che la vetrina scintillante di 7 anni di spostamenti si portano dietro silenziose separazioni. Amici che non vedi più con costanza, genitori che invecchiano, disallineamento con sé stessi rispetto all’inizio del percorso.
La storia racconta di uno studente che si sveglia il mattino dopo una festa di compleanno e trova la città in cui vive deserta. L’incontro con una figura misteriosa lo aiuterà a ricostruire il filo all’interno del labirinto, in una strana domenica di ottobre.
Sono sempre stato mosso dalle città. Dal movimento che scorgevo, al di là del finestrino della mia macchina, ogni volta che mi trasferivo in una casa ancora diversa.
“Certe zone di Roma sembrano mondi a parte. Sui lati di viale Marconi si alzano delle piccole fiamme ardenti che illuminano il volto di giovani donne. L’odore della notte si fa spazio tra i pini marittimi intricati tra di loro, cresciuti selvatici sui marciapiedi.
Sembrano essere fuori posto.
Non avrei mai pensato che sarei finito a fare il manager.
Abbassando il finestrino per prendere aria, Gennaro mi chiede se c’è qualcosa di cui mi pento. Una sera a San Giovanni, Marco mi ha detto che pensa sempre alle barche nel mezzo del mare, quando cammina sulla spiaggia. Dice che vorrebbe raggiungerle, ma che ha paura di tuffarsi. Gli ho chiesto quale fosse il motivo, perché non avesse già preso la rincorsa. Rispose che non lo sapeva nemmeno lui, e che forse non aveva il coraggio di chiederselo. Robby invece mi fa riflettere: dice che stasera abbiamo venticinque anni, e che non li avremo mai più. Ha ragione, e mi mette malinconia. Domani faccio 26 anni e non l’ho detto a nessuno. Ripenso a quella stanzetta rosea che occupavo a Parigi e capisco che cinque anni sono tanti, ma nemmeno troppi.
Ad essere onesto, ci sono molte cose che non riesco a perdonarmi.”
Goodbye è una parola ambigua, dal doppio significato: addio e arrivederci. Un taglio netto, profondo, e una corda sospesa, come quelle che si afferrano in bilico su una parete rocciosa per salvarsi la vita. Ultimamente molti colleghi e coetanei si confidano con me in merito alla stessa cosa che mi teneva sveglio inverni fa: quando si intraprende un viaggio le motivazioni che ci spingono sono concrete come il mattone, o fragili come la paglia?
A volte basta un soffio di vento.
Autore
Andrea Filiberti