Nella storia del calcio siamo stati abituati ad assistere a delle meteore passeggere che, a sprazzi, illuminano e incantano i cieli delle notti importanti, per poi precipitare verso l’ignoto, lontano dai grandi stadi, dai riflettori, dalle prime pagine dei giornali. Fanno appena in tempo a sorprenderci, a lasciarci con il fiato sospeso, a rendere meraviglia ogni pallone giocato, per poi nascondersi e lentamente sparire nel mondo crudele del pallone, che ha sempre dimenticato e glorificato troppo in fretta. Quello che conta però, per chi ama il Fútbol, è l’emozione provata ad ogni palla dipinta sulla tela verde, ad ogni numero, tacco, goal, assist; a tutti i gesti tecnici eseguiti con grazia e tempismo, unici nel loro genere, a seconda dell’interprete che li esegue. Allora, quando si parla di questo prototipo di giocatori, è impossibile dimenticarsi di un ragazzo straordinario che ha brillato e fatto brillare, un uomo che in fretta ha perso la sua tavola tra le onde, ma le cui cavalcate rimarranno impresse nel cuore di chi vive di pallone. È la storia di Dele Alli, il ragazzo che è passato dalle strade di Milton Keynes al palco scenico della finale di Champions del Wanda Metropolitano, per poi perdersi nell’oblio di un mondo che ha la memoria corta.
Dele Alli, classe 1996, nasce in Inghilterra, da padre nigeriano e madre inglese. Per molti anni vive soltanto con sua madre, un’alcolizzata. È proprio in questo contesto disastrato che il giovane inglese vive anni di dolore e inferno. A soli sei anni viene abusato sessualmente da un’amica della madre, a sette anni invece, ha iniziato a fumare e a 8 anni a spacciare droga. Un bambino sarebbe passato inosservato, gli ripetevano; così, gironzolava in bicicletta con un pallone che nascondeva le sostanze. Nell’età in cui si formano i sogni Dele viveva in un vero e proprio incubo, lui che amava il calcio, era costretto ad usarlo come copertura per lo spaccio, il pallone che avrebbe dovuto rotolare, rimaneva nel cestello della bici per nascondere la droga, le gambe che avrebbero voluto correre su un manto erboso o sui cementati di periferia erano costrette a pedalare per raggiungere il prossimo, ennesimo, cliente. A 11 anni, in seguito a screzi con altri criminali del suo quartiere, viene appeso a penzoloni da un ponte della sua cittadina. A 12 anni, invece, il periodo d’inferno sembra avere una fine; di fatto, Dele viene adottato dalla famiglia di un suo compagno di squadra del tempo. Da quel momento inizia la rinascita di quel ragazzino spaventato e traumatizzato. Lì, in una famiglia che finalmente lo vede, Dele inizia la sua avventura nel mondo del calcio. Dopo aver militato per 3 anni tra le fila del Milton Keynes Dons, squadra della sua città, arriva un contratto quinquennale con una delle piazze più prestigiose del calcio d’oltremanica: Dele Alli è un nuovo giocatore del Tottenham. È un giocatore meraviglioso, incisivo, tuttofare, che in pochissimo tempo raggiunge la titolarità assoluta e un rinnovo contrattuale fino al 2022. Blindato dagli Spurs Dele comincia il suo trionfo come calciatore. Segna tanto e sposta gli equilibri, fino ad aggiudicarsi il premio di Giovane dell’Anno nel 2016: traguardo che finalmente sposta i riflettori su di lui. Da lì in poi è un tripudio, si parla dell’inglese come un talento generazionale; tutti conoscono e amano quel ragazzo ricciolo che dipinge calcio negli stadi più importanti del mondo. Sembra essere destinato ad una carriera costellata di successi, ma il destino aveva altro in serbo per lui. Di fatto, dopo la sconfitta in finale di Champions contro i rivali del Liverpool nel 2019, Dele non sembra più nella miglior condizione fisica e la stagione successiva, complice anche l’arrivo del Covid, è al di sotto delle aspettative. Il feeling con Josè Mourinho non è mai sbocciato, così come quello con Antonio Conte: entrambi hanno portato Dele Alli ad essere marginalizzato dal progetto. Sembrava tutto troppo bello per essere vero; così il Golden Boy inglese, è costretto ad abbandonare gli Spurs, che ancora oggi forse, rimpiangono di non averlo compreso a dovere e aspettato a sufficienza. Così, la nuova avventura all’Everton porta con sé i fantasmi del passato, Dele, in seguito ad una stagione deludente viene mandato in prestito al Besiktas. Pronto a rilanciarsi subisce un grave infortunio che prevede un’operazione. Tornato oltremanica per la riabilitazione, Dele non trova pace e rischia di perdersi definitivamente. Assume sonniferi e alcool per anestetizzarsi e rientra nel circolo vizioso che sembrava essersi lasciato alle spalle. Con dolore ma soprattutto con coraggio, trova la forza di chiedere aiuto, così per sei settimane si fa ricoverare in un centro riabilitativo per la salute mentale. Da quel momento Dele non sarà più lo stesso giocatore che ha fatto innamorare e dato speranza ad un sacco di ragazzi; anzi, dopo una solo presenza in Italia con il Como, dirà addio allo sport che lo ha salvato dal suo oblio, risolvendo in accordo il contratto coi lariani.
Forse, alla fine di questa triste storia, quello che conta è il coraggio di un ragazzo lasciato solo e in continua lotta con sé stesso, che non è mai riuscito a rialzarsi completamente dal peso della sua esistenza, ma che ha dimostrato al mondo intero la sua forza quando ha deciso di parlare del suo vissuto, della sua storia. Quello che ci lascia questo racconto, è una visione a 360 gradi di ciò che è stato Dele Alli, i suoi due lati della medaglia, e ciò che conta, non sarà il fallimento in campo, ma la perseveranza per poter stare meglio; con gli altri, ma soprattutto con sé stesso.
Non è una storia di redenzione, né una favola a lieto fine. È la storia di un ragazzo che ha provato a sopravvivere a sé stesso, prima ancora che al calcio. Dele Alli non è riuscito a mantenere le promesse che il talento sembrava aver scritto per lui, ma ha trovato il coraggio di fare ciò che molti non fanno: fermarsi, guardarsi dentro, chiedere aiuto. E in un mondo che misura tutto in gol, trofei e carriere, questa è forse la sua vittoria più grande. Perché ci sono partite che non si giocano in uno stadio, e cadute da cui non ci si rialza con un allenamento in più. E allora no, l’importante non è vincere fuori. È non smettere di provarci dentro.
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