C’è stato un momento in cui tutto sembrava possibile.
Non era solo un grande giocatore: era qualcosa di più raro. Era leggerezza in un calcio sempre più pesante. Era istinto, arte, improvvisazione.
A Bergamo, sotto la guida di Gian Piero Gasperini, Josip Iličić aveva trovato la sua forma più pura. Non correva come gli altri, non forzava il gioco: lo piegava.
Ogni tocco sembrava arrivare da un posto che non si allena.
Il vertice: quando il calcio diventa magia
Ci troviamo immersi nella stagione 2019–2020, che non è solo la migliore della sua carriera. È una delle più strane, belle e contraddittorie mai viste. I numeri registrano 21 gol stagionali e 9 assist, 5 gol in 7 partite in Champions League: è tra i migliori marcatori della competizione in quel momento.
E poi la notte del 10 marzo, a Valencia, è diventata leggenda.
Quattro gol.
Un record storico: primo giocatore a segnare 4 gol in trasferta in una gara a eliminazione diretta di Champions League.
Non era solo una prestazione: era una dichiarazione. Un uomo che, a 32 anni, stava giocando il miglior calcio della sua vita.
Ma i numeri, da soli, non spiegano.
Perché Iličić in quel momento stava bene. E lo diceva senza esitazioni:
“Mi sto divertendo come non mi succedeva da anni”
“Qui a Bergamo ho trovato fiducia, serenità”
“Con Gasperini ho superato i miei limiti”
Parole leggere. Parole di un uomo dentro il suo talento.
E anche Gian Piero Gasperini lo descriveva così:
“Quando è sereno, Josip è uno dei giocatori più forti d’Europa”, proprio come stava accadendo in quella magica stagione.
Josip era sereno: una parola che torna e che, col senno di poi, pesa.
Quell’Atalanta non era più una sorpresa. Era una squadra ormai abituata a essere viva nei vertici di tutte le competizioni: 98 gol in Serie A, miglior attacco del campionato italiano, una delle squadre più spettacolari e invidiate d’Europa.
Con Alejandro Gómez, Duván Zapata, Luis Muriel…
Ma con Iličić come scintilla.
Era il calcio che sorride.
E lui sorrideva davvero.
Il silenzio
Eppure, proprio mentre tutto funzionava qualcosa stava cambiando.
Non fuori. Ma Dentro.
Bergamo si fermò. Il mondo si fermò.
E lui rimase lì. Solo.
“Sono stato 42 giorni a Bergamo senza la mia famiglia. Ho sofferto.” dirà proprio Iličić.
Il contrasto è violento.
Prima si stava divertendo come un bambino e un attimo dopo non gli importava più di nulla.
Non è un calo. È un dolore che trasforma.
Le immagini che cambiano tutto
“A Bergamo sfilavano le bare nei camion. Un’immagine tremenda”
Non è più calcio. Non è più sport.
È realtà.
E quella realtà entra nella mente.
“Quando sei chiuso in casa allora inizi a pensare”
E pensare, a volte, è pericoloso. E Josip iniziava a preoccuparsi.
Il crollo
Le sue parole diventano diverse.
Più corte. Più pesanti.
“Non stavo bene”
“I soldi, i contratti… non mi importava più di nulla”
“Non sapevo se sarei tornato a giocare”
Queste frasi sono l’opposto di quelle di pochi mesi prima.
Prima dentro di lui c’era entusiasmo, leggerezza, gioia. Dopo il vuoto, la perdita di senso.
Le parole degli altri
Chi gli stava vicino lo vedeva, lo percepiva.
In primis, il suo allenatore, Gian Piero Gasperini:
“Ilicic non è sereno, sta attraversando un momento difficile” “Non è un problema fisico, è un problema personale”
E ancora:
“Quando non sta bene mentalmente, diventa difficile per lui”
Poi Alejandro Gómez:
“Josip ha avuto un problema di depressione”
Una parola che cambia tutto.
Il peso invisibile
Nel frattempo, fuori, il rumore continuava.
Voci, accuse, storie inventate su un presunto tradimento da parte della moglie.
Lo stesso Iličić si esprime a riguardo:
“Niente di più falso”
“Le voci su mia moglie mi addoloravano”
“Ha ricevuto insulti incredibili”
Anche questo pesa. A volte più del resto.
Perché quando sei già fragile, ogni colpo arriva più forte e il mondo continua a parlare. Anche quando dovrebbe prendersi una pausa.
Il contrasto più forte
E forse è proprio qui il cuore della storia.
Non nella caduta.
Ma nel contrasto tra due versioni della stessa persona.
Era lo stesso uomo. La stessa stagione.
Ma dentro di lui due realtà completamente diverse.
Il ritorno
Iličić, alla fine, Tornò.
Ma non era semplice.
Gian Piero Gasperini lo difendeva:
“Non è facile, serve tempo”
E il tempo, nel calcio, non aspetta. E nulla, come tutti sappiamo, tornò come prima.
Ciò che resta
La storia di Josip Iličić è una linea spezzata tra i 21 gol e la miglior stagione della vita e il vuoto totale, tra la notte perfetta di Valencia e il silenzio di una stanza, tra l’essere felice e il crollo psicologico.
Epilogo
Ci sono giocatori che si ricordano per i trofei.
Altri per i numeri.
E poi ci sono quelli che si ricordano per quello che ci fanno capire.
Che la felicità può essere reale… e fragile allo stesso tempo.
Che puoi essere al massimo… e cadere lo stesso.
Josip Iličić era nel momento migliore della sua vita. Lo stesso che tutti noi sogniamo e desideriamo.
E proprio lì… qualcosa si è rotto.
Non perché fosse debole.
Ma perché era umano, dichiarando apertamente la propria debolezza senza mai vergognarsene. Senza mai scappare. Perché la fragilità non è un difetto da giudicare, ma una forza immensa da cui prendere spunto. E la storia di Josip ce lo ha ricordato ancora una volta. Perché un vero campione si vede soprattutto nell'umiltà e nel rispetto che dimostra nei confronti di sé stesso e di chi lo guarda, di chi lo tifa, di chi lo applaude, di chi indossa la sua maglietta nei campi da calcio, sognando un giorno di inseguire un pallone sullo stesso rettangolo verde.
© Punto e Virgola
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