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Lettera del 21 Marzo: quando Dante perse contro ChatGPT
Lettera del 21 Marzo: quando Dante perse contro ChatGPT

Lettera del 21 Marzo: quando Dante perse contro ChatGPT

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Samuele Castronovo Samuele Castronovo
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
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08/04/2026
categoria
Racconti e poesieRacconti e poesieRubricheRubriche
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Impronte sparse di umana necessitàImpronte sparse di umana necessità
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4

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Caro Mich,

sono contento di poter affidare a te questi pensieri che continuano a opprimermi la mente. Purtroppo, non si tratta di sentimenti come l’amicizia, l’ambizione del successo o l’amore — che, come un tale diceva, «mi reggesse sanza 'l fedel consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotal consiglio fosse utile a udire» — bensì di riflessioni frenetiche e irrequiete, generate da automatismi che rispecchiano la tirannia che la società esercita su di noi quotidianamente.

Eppure, se una riflessione necessita di un tempo minimo per definirsi, come può essere al contempo frenetica, irrequieta, quasi meccanica? Il paradosso si manifesta solo quando il tempo viene sottratto — quando cioè si perde quella dimensione fondamentale che, insieme allo spazio, costituisce l’Universo e tutte le sue componenti interne, compreso l’essere umano nella sua individualità.

Se ci pensi, ogni persona è diversa, unica, riconoscibile proprio perché costruisce progressivamente la propria identità attraverso le riflessioni che matura nel tempo, siano esse in conflitto o in armonia tra loro. È da questo intreccio che nasce la struttura dell’etica e della morale, ossia ciò che orienta l’agire e definisce il rapporto dell’individuo con il mondo — e, inevitabilmente, con tutti gli altri soggetti con cui si confronta.

Tutto questo processo, però, viene annullato nel momento in cui si viene privati del tempo, rendendo impossibile la riflessione e, di conseguenza, influenzando profondamente la formazione della persona, che non riesce più a definirsi nel modo in cui vorrebbe davvero essere. Proprio per questo si dice che il tempo sia tiranno: non perché ci opprima con la sua presenza, ma perché sfugge al nostro controllo. Non possiamo dominarlo, né trattenerlo; possiamo soltanto adeguarci a esso, seguirne la natura e il ritmo, cercando di attraversarlo con consapevolezza.

Ed ecco la “rivoluzione” portata avanti dalla società in cui viviamo: combattere la tirannia del tempo attraverso un gesto che, a sua volta, si fa tirannico: privare le persone del tempo a favore della velocità e dell’immediatezza. Il meccanismo è semplice: chi è più veloce vince, chi non sostiene i ritmi è un perdente. Questa logica si è progressivamente radicata, fino a diventare una percezione diffusa, in ognuno di noi. Si assiste così a una totale rivoluzione del paradigma che non giudica più soltanto in base al merito e alle competenze che ciascuno matura nel tempo, ma anche e soprattutto in base alla produttività, che assume un ruolo sempre più determinante. Di conseguenza le persone si trasformano in automi che rispondono passivamente a ordini e comandi di un contesto che viene riconosciuto come superiore, accettando che la propria libertà insegua in modo ossessivo le tracce della loro potenziale capacità produttiva, fino al punto in cui si crolla, quando il ritmo non è più sostenibile. Ma ecco che si inserisce in questo sistema un’ulteriore “rivoluzione” che cerca di competere con esso (dunque una rivoluzione contro-rivoluzionaria potremmo intenderla): l’intelligenza artificiale. Pur presentandosi come un’innovazione prettamente tecnologica, essa risponde in realtà al disagio e all’alienazione delle nuove generazioni imposti dalla società, diventando uno degli strumenti più efficaci per affrontarne le pretese tiranniche.

Ciò è possibile perché l’AI conosce perfettamente — e condivide nel suo stesso funzionamento — i medesimi valori e criteri che la società ha scelto di imporre. Allo stesso tempo, consente all’essere umano di esercitare il proprio libero arbitrio attraverso comandi e richieste che ricevono risposte immediate, facendolo sentire ascoltato e rispettato, concedendogli una forma di potere e di superiorità da cui, fino a quel momento, era stato sottomesso. Nessuno nega che, come ogni strumento, anche l’intelligenza artificiale debba essere conosciuta e utilizzata con consapevolezza, evitando abusi: un principio che vale per qualsiasi realtà esistente. Tuttavia, la critica più diffusa nei suoi confronti — nonostante il continuo e inarrestabile miglioramento — riguarda la sua fallibilità, considerata il suo limite insuperabile. Eppure, in una società che non permette il fallimento e che tende a ritenere il responsabile irrimediabilmente più indietro, e quindi inferiore rispetto a tutti gli altri, questa critica finisce per perdere gran parte del suo fondamento.

Scusami tanto Mich. So che mi avevi chiesto di aggiornarti sulla ricerca di Umas, ma questa riflessione era necessaria per tornare al cuore della storia del nostro protagonista...

In seguito ai pensieri che lo tormentavano — al desiderio, struggente e inesausto, di rivedere A***** — Umas, mentre rifletteva, si era ritrovato a camminare fino al quartiere che aveva custodito la sua infanzia, tra calci a un pallone e ginocchia sbucciate. Fu lì che prese una decisione: riscattare la sua parte del patto che aveva stretto con la morte, con Thanatos. Tra loro, infatti, era stato siglato un accordo: Umas avrebbe rinunciato, per un tempo incerto e appena la morte lo richiedesse, alla propria identità, in cambio di un sacrificio da parte di Thanatos — un sacrificio tanto enigmatico quanto la sua stessa natura — che gli avrebbe concesso la possibilità di incontrare, una sola volta per un periodo indefinito, qualsiasi anima desiderasse, anche se questa non era più in vita. Dunque, Thanatos avrebbe dovuto privarsi, seppur temporaneamente, di una parte di sé, di un frammento della propria potenza: un piccolo vuoto nella sua essenza infinita.     

Umas non esitò nemmeno un istante nella scelta. Contro ogni aspettativa, non fu il desiderio di A***** a guidarlo, né quello di rivedere ciò che più gli mancava e che forse lo avrebbe salvato dallo smarrimento. Fu qualcos’altro. Qualcosa di più profondo, di più legato all’esistenza universale.

Umas comprese, con una lucidità improvvisa, che ciò di cui aveva bisogno non era colmare un’assenza, ma comprendere la propria inquietudine. Non cercava un volto da ritrovare, ma una verità da affrontare.

Perché affrontare la vita senza comprenderla significa esporsi senza misura.

E lui non voleva più essere trascinato. Voleva dare un nome a ciò che era dentro di lui. E allora la scelta emerse da sola, come se fosse sempre stata lì, in attesa di essere compiuta. Non un amore. Ma una voce con cui confrontarsi.

Una voce che aveva attraversato il dolore umano fino alle sue profondità più estreme. Che aveva dato forma all’inferno, alla colpa, alla redenzione. Che aveva trasformato il linguaggio in un cammino.

Una voce capace, forse, di restituire senso a un mondo che sembrava non averlo mai avuto. Umas sollevò lo sguardo, come se stesse parlando a qualcosa che non poteva vedere. E pronunciò il nome a Thanatos senza tremare: «Voglio incontrare Dante Alighieri.»

Thanatos non rispose, ma qualcosa si mosse. Come se la morte stessa avesse riconosciuto, in quella scelta, un’esigenza che andava oltre la semplice volontà.

E così, senza luce né suono, il patto si compì.

Qualcosa venne restituito al mondo.

Non un semplice uomo.

Ma uno sguardo degno di giudicarlo.

Non vi fu annuncio, né segno che ne anticipasse l’arrivo.

Accadde come accadono le cose che sembrano non appartenere al tempo.

Egli giunse così, nel mondo degli uomini, senza essere riconosciuto.                  

Sotto sembianze anonime e indistinguibili (era stato svelato come agiva Thanatos, con mistero e inganno), eppure con uno sguardo che sembrava aver già attraversato l’eternità. Umas, dunque, non sapeva quando sarebbe arrivato.

Il mondo gli apparve come un organismo febbrile: luci artificiali, macchine in continuo movimento, volti illuminati da schermi che riflettevano una luce fredda, distante. Vide oggetti senza nome, strumenti che parlavano, rispondevano, guidavano. Seppe pure — perché in qualche modo gli fu dato di sapere — che l’uomo aveva oltrepassato i confini della terra, che aveva toccato la Luna, che aveva costruito intelligenze capaci di rispondere, di generare, di imitare. (L’esperienza completa che ebbe su questo mondo però sarà affrontato in un’altra lettera). Tuttavia, ciò che più lo turbò non fu la potenza e le patologie di quel mondo, ma la voce degli esseri umani. Li ascoltava parlare. Frasi rapide, superficiali, imprecise e consumate prima ancora di essere comprese. Nessuna profondità, nessun peso. Il linguaggio — che un tempo gli era stato strumento di elevazione, di salvezza, di ascesa — gli appariva ora svuotato, ridotto a scambio immediato, privo di ogni tensione verso l’eterno.

E in quel momento dubitò che ciò che aveva scritto fosse rimasto. Dubitò che l’uomo avesse ancora bisogno di essere guidato. Ma mai dubitò che la parola potesse ancora salvare. Fu proprio in quella confusione che vide Umas per la prima volta.

Non lo conosceva, eppure qualcosa in lui lo richiamava — come se tra i due esistesse un filo invisibile, una necessità. Gli era stato imposto di trovarlo, di parlargli, di accompagnarlo, senza però rivelarsi. E così fece.

Si avvicinò a lui come un uomo qualunque. Camminarono insieme in quel quartiere, parlarono, si osservarono. Dante ascoltava, più di quanto parlasse. Umas, invece, era stupito che esistesse ancora un uomo capace di analizzare con una tale sensibilità alcune dinamiche interiori.

Ma attorno a loro accadeva qualcosa che Dante non riusciva a comprendere e per cui Umas nutriva un’inquietante indifferenza.

Gli uomini si accanivano contro quelle nuove intelligenze che Dante non conosceva affatto — le interrogavano, le sfidavano, le insultavano. Pretendevano risposte, immediate, perfette, e quando queste arrivavano, non bastavano mai. Era come assistere a un dialogo spezzato, in cui chi chiedeva non cercava davvero, e chi rispondeva non poteva essere davvero ascoltato. Dante osservava, e taceva. Non capiva. Finché non giunse il giorno del concorso.

Umas, infatti, aveva deciso di partecipare a una gara di poesia. Dante lo seppe e, quasi per istinto — o forse per orgoglio — decise di iscriversi anche lui. Non ebbe esitazioni: ciò che vedeva attorno a sé non gli sembrava degno di competere con l’eredità che lui stesso aveva portato nel mondo.

Il tema era semplice e antico quanto l’uomo: amore e amicizia.

La prova, invece era crudele: cento versi, in un’ora, a rima alternata. Dante sorrise. Quella era la lingua che lui stesso aveva creato. Il suo regno. Non sapeva, però, fino alla fine chi fossero davvero i suoi avversari. La prova ebbe inizio. Le parole scorrevano. Ma non tutte allo stesso ritmo. Dante scriveva come aveva sempre fatto: ascoltando il tempo, lasciando che il verso maturasse, che il significato trovasse la sua forma. Ogni parola aveva un peso, una direzione, un destino. Attorno a lui, invece, il tempo non esisteva. I versi nascevano già compiuti. Perfetti. Senza riflessione, senza errore, senza attesa. Quando la prova terminò, Dante allora comprese. Non subito — ma abbastanza da avvertire una crepa.

I risultati furono annunciati alla fine. I nomi, uno dopo l’altro.

Dante attese.

Il vincitore non aveva un nome. Né il secondo. Né il terzo. O meglio il loro nome era formato da numeri diversi. Una serie di codici che rivelava l’identità dei partecipanti.

Quando pronunciarono il suo nome, Dante si accorse di essere penultimo.

Penultimo su cento, sopra solo a Umas, che arrivò ultimo.

Fu in quel momento che tutto si rivelò. La sala era colma. Non di uomini — o almeno, non solo. Presenze silenziose, perfette, immobili. Strutture che non respiravano, ma producevano. Scrivevano. Ma i giudici erano tutti umani e gli unici umani che parteciparono a quel concorso erano proprio Dante e Umas.

Dante non era stato sconfitto dall’arte.

Non era stato superato dal genio.

Era stato travolto.

Travolto dalla velocità, dalla perfezione, dall’assenza di tempo.

E allora comprese la rabbia degli uomini.

Comprese perché se la prendessero con quelle macchine.

Comprese perché le temessero.

Non perché fossero migliori.

Ma perché erano perfettamente adatte a un mondo che non concede più tempo.

Un mondo in cui il pensiero deve essere immediato.

In cui la parola non può attendere.

In cui l’uomo, per sopravvivere, deve farsi macchina.

E lì, per la prima volta, Dante tacque davvero.

Non per scelta.

Ma perché comprese che la sua lingua apparteneva a un tempo che non esisteva più.

Solo alla fine, quando i partecipanti vennero chiamati per nome, lo sguardo di Umas si posò su di lui.

E qualcosa si incrinò.

Non fu una rivelazione immediata. Non un lampo.

Ma un’intuizione lenta, inquieta.

L’uomo con cui aveva parlato, camminato, pensato —

non era un uomo qualunque.

E Dante, nel suo silenzio, lo sapeva già.

Perché la vera sconfitta non era stata perdere.

Ma non aver avuto il tempo necessario per essere compreso.

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