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«Vincere o perdere, ma sempre con democrazia»
(Sócrates)
Una squadra, il Corinthians, un sociologo come direttore sportivo e un dottore come capitano e leader. Tutto questo e molto di più fu la Democracia Corinthiana.
Ma facciamo un passo indietro e capiamo la situazione politica del Brasile in quegli anni: il 1° aprile 1964 le forze armate brasiliane, insieme agli Stati Uniti, nella tristemente nota Operazione Condor destituirono João Goulart, presidente in carica, dando inizio ad una dittatura militare che durerà per 21 anni. Come primo atto il regime dei Gorillas varò una serie di decreti che limitavano la libertà del popolo brasiliano, il più famoso fu l’Ato Institucional Nº 5, un decreto che di fatto sospendeva molte garanzie costituzionali, dando pieni poteri al Presidente della Repubblica. Come tutte le dittature, anche quella brasiliana vide nel calcio un ottimo strumento di propaganda e potere. Pelè era tenuto costantemente sotto controllo e famoso fu il caso di Dario “Dadà Maravilha”, bomber dell’Atletico Mineiro e idolo del Presidente Emilio Garrastazu Medici che, pur di vederlo convocato nella Seleçao per i Mondiali del 1970, fece “pressioni” per sostituire João Saldanha, CT della Nazionale.
In questo contesto, in un Corinthians in profonda crisi economica, fece il suo ingresso come direttore sportivo un sociologo che di calcio sapeva poco o niente, Adilson Monteiro Alves. Il nuovo DS ignorava le dinamiche interne del calcio, ma aveva chiaro che il modello di gestione del club andava cambiato radicalmente. Una sfida non solo ai generali al governo, ma anche allo stesso sistema calcio, una riproduzione su scala più piccola del governo dittatoriale del Paese.
I club, infatti, erano nelle mani di personaggi potenti legati alle gerarchie militari e la gestione era di stampo autoritario. Un esempio su tutti era la pratica del concentração (“concentramento”): prima di ogni partita i giocatori venivano rinchiusi per giorni in un hotel in una sorta di rigidissimo “ritiro” coatto, durante il quale erano sottoposti ad indottrinamenti politici. Un mondo nuovo era possibile. Lo capirono tutti, giocatori in primis. E fra loro più di tutti, Sócrates.
Sócrates — il cui nome completo era Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira — era il primogenito di una famiglia povera proveniente da Belem, paese nel Nord-Est del Brasile a ridosso della foresta amazzonica. Il padre, Raimundo, era un tipo intraprendente che passava gran parte del tempo libero a istruirsi come non aveva potuto fare da giovane a scuola. Era un appassionato di testi classici, e da qui il nome dei suoi primi tre figli: Sócrates, Sóstenes e Sófocles.
Sócrates decise di intraprendere la carriera di calciatore, pur avendo una laurea in medicina. Personaggio carismatico, divoratore di libri, accanito bevitore e fumatore diventò il cuore di questo progetto rivoluzionario.
“Ho sempre fumato pur sapendo che fa male, così come amo bere birra, oggi come allora. Ma il calcio è uno sport collettivo e non serve che tutti corrano. Ci sono quelli che corrono e quelli che pensano”
Sócrates
Ascoltava John Lennon, si ispirava a Che Guevara ed odiava le regole, soprattutto quando venivano imposte. E nel Corinthians le regole erano cambiate. Ma, badate, il nuovo modello organizzativo della squadra non fu imposto né da Alves né da Sócrates, non fu una scelta di un singolo, ma una decisione di tutti. Questa fu la vera grandezza del Corinthians. Per la prima volta nella storia dello sport, tutte le decisioni che riguardavano il club, dagli schemi tattici al prezzo del biglietto, venivano prese tramite una votazione di tutti i componenti del club. Un suffragio universale in un Paese oppresso dalla dittatura, una rivoluzione!
La squadra si trasformò: da compagine di media-bassa classifica divenne regina del campionato brasiliano per due anni di fila, nel 1982 e nel 1983. L’allenatore dava la linea, ma poi i giocatori erano liberi di esprimerla secondo la propria indole. Così grazie al talento del suo capitano, dei suoi difensori (Alfinete, Mauro, Gonzalez e Wladimir), dei suoi centrocampisti (Paulinho, Biro-Biro e Zenon ) e dei suoi attaccanti (Ataliba e Walter Junior Casagrande) il Corinthians mostrò un calcio fantasioso, danzato tanto da far innamorare milioni di tifosi e diventando la seconda squadra più tifata in Brasile dopo il Flamengo.
Il 15 marzo 1982 dopo varie manifestazioni e proteste, i generali iniziarono a mostrare le prime difficoltà e concessero le prime elezioni municipali e statali. I tempi favorevoli per il regime dei generali erano finiti: gli effetti del boom economico che per quasi un decennio avevano mantenuto la crescita nazionale costantemente al di sopra del 5 per cento annuo si erano esauriti, lasciando spazio a crisi di occupazione, disuguaglianze sempre più marcate e manifestazioni a favore del ritorno alla democrazia.
Sócrates e compagni si sentirono direttamente coinvolti, prima ancora che come calciatori, come uomini liberi. Per spronare le persone ad andare alle urne personalizzarono la maglia con la scritta “Dia 15 vote” (“il 15 vota”) e, come sfida a quel mondo chiuso che opprimeva un intero popolo, entrarono in campo danzando e cantando; quasi a dire che con il voto, con la democrazia, sarebbe stata tutta un’altra musica.
Nel marzo dello stesso anno il deputato Dante de Oliveira presentò in Parlamento un emendamento costituzionale per introdurre l’elezione diretta del presidente. La proposta cominciò a raccogliere consensi, fino a portare in piazza milioni di persone in tutto il Paese. Sócrates divenne uno dei volti della mobilitazione e, in una delle sue tante apparizioni tra i manifestanti, promise che, se l’emendamento fosse stato approvato sarebbe rimasto in Brasile, rinunciando al trasferimento in Italia. Inter e Roma lo seguivano fin dal Mondiale del 1982, quando il suo Brasile di Zico e Falcão era stato eliminato proprio dagli azzurri.
Per sostenere pubblicamente l’emendamento, i giocatori del Corinthians scesero in campo con lacci e fasce gialli, il colore dei manifestanti. Ma il voto non si rivelò favorevole: alle due di notte del 17 aprile 1984 arrivò il verdetto. L’emendamento non era passato alla Camera perché i favorevoli non avevano raggiunto la soglia dei due terzi necessaria all’approvazione.
Quella bocciatura non segnò la fine del processo di democratizzazione del Paese, che proseguì con tempi più lunghi, ma fu di fatto la fine della Democracia Corinthiana. Come ha scritto il giornalista Andrew Downie, dopo aver dichiarato davanti a un milione di persone che sarebbe rimasto in caso di approvazione dell’emendamento, una volta respinta la proposta, Sócrates si sentì obbligato a partire, «anche se c’erano poche cose che detestava di più dell’essere monotono e prevedibile».
Dopo aver rifiutato per anni tutte le proposte ricevute, quest’ultimo accettò infine una ricca offerta della Fiorentina. In Italia però non andò bene e lì iniziò il suo declino da giocatore, oppresso da un professionismo in cui calciatori come lui, con i loro vizi e atipicità tollerati in altri tempi, erano ormai fuori posto. Si ritirò nel 1989 dopo essere tornato a giocare per alcune stagioni in Brasile. Morì nel 2011, a soli 57 anni, per i danni provocati da anni di abuso di alcol e tabacco a cui neanche l’attività sportiva aveva saputo porre rimedio. La leggenda vuole che, anni prima di morire, Sócrates avesse detto a qualche suo amico di voler morire il giorno della vittoria di un altro titolo nazionale da parte del Corinthians. Quando morì, il 4 dicembre 2011, il Corinthians vinse il campionato brasiliano unificato.
Per Lula, presidente del Brasile tra il 2003 e il 2011, la Democrazia corinthiana «contribuì a far arrivare a un gran numero di persone il messaggio di cambiamento e democrazia di quegli anni, e mostrò l’importanza di quella battaglia». Nel documentario Democracia em Preto e Branco, Sócrates disse: «Quella fu senza dubbio la fase più intensa della mia vita. Come essere umano, persona e attivista è lì che imparai di più». Il regime cadde ufficialmente nel 1985, con le prime elezioni con candidati civili dopo quasi 20 anni, e parte del merito va ad un club di calcio, che mostrò come la libertà non si riceve, ma si guadagna, sapendo che ognuno di noi ha un ruolo in questo mondo.
Purtroppo, oggi il calcio spessa si dimentica del suo ruolo civile: basti pensare ai Mondiali del 2022, disputati in Qatar…
Autore
Riccardo Maradini
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