Tutti gli amanti del pallone si sono chiesti almeno una volta, nell'ultimo mese, quale sarebbe stato il Mondiale di Lionel Messi. Oggi, alla sua sesta partecipazione alla Coppa del Mondo, la domanda assume un significato diverso rispetto al passato. Messi non è più il ragazzo del 2006, all'esordio nel torneo a soli diciannove anni, quando il suo talento era già evidente ma il suo posto tra i più grandi della storia era ancora tutto da conquistare. Non è nemmeno il campione nel pieno della maturità che, nel 2014, fece sognare un'intera nazione, aiutando la sua squadra ad arrivare fino alla finale contro la Germania di Joachim Löw.
In Brasile, Messi disputò una grande prima parte del Mondiale, che gli permise di vincere il premio come miglior giocatore del torneo e di diventare il punto di riferimento tecnico ed emotivo della sua nazionale. Nelle fasi finali, anche a causa del calo delle sue prestazioni, l'Argentina si fermò a un passo dal traguardo. Quella finale persa lasciò la sensazione che al numero dieci mancasse ancora qualcosa per completare la sua leggenda: la coppa che ogni giocatore legato al proprio popolo sogna di alzare almeno una volta nella vita.
Quattro anni dopo, in Russia, la situazione fu molto diversa. La Selección arrivò al torneo tra mille difficoltà e non riuscì mai a trovare una vera identità di gioco. Lo spogliatoio si divise dopo le prime due partite e i rapporti con l'allenatore Jorge Sampaoli erano ai minimi termini. Durante la terza partita, quella decisiva contro la Nigeria, Messi realizzò uno splendido gol che salvò, almeno in quel momento, la sua Argentina. Per il resto, Leo contribuì con un paio di assist e tante giocate, ma la squadra apparve fragile e discontinua, destinata a fermarsi da lì a poco. Dopo aver superato il girone come seconda classificata, l'Albiceleste venne eliminata agli ottavi dalla Francia, che si sarebbe poi laureata campione del mondo. Quel 4-3 fu una delle partite più spettacolari del torneo, ma rappresentò anche la fine di un'altra rincorsa al titolo. Per molti, il sogno mondiale di Messi sembrava destinato a rimanere incompiuto.
Eppure, nel 2022, cambiò tutto. L'Argentina si presentò in Qatar profondamente rinnovata. Rispetto al 2018 erano rimasti soltanto pochi protagonisti: oltre alla Pulga, vennero confermati nell'undici titolare Ángel Di María e Nicolás Otamendi. Alla guida della squadra si affermò Lionel Scaloni, che in poco tempo costruì un gruppo unito, equilibrato e capace di esaltare il talento del proprio capitano senza dipendere esclusivamente da lui. Fu il Mondiale di Messi, ma fu anche il Mondiale di una squadra matura e capace di vincere. Il numero dieci segnò sette gol, fornì tre assist e risultò decisivo in ogni fase della competizione. Indimenticabile l'assist per Nahuel Molina nei quarti di finale contro l'Olanda, così come la doppietta nella finale contro la Francia. Accanto a lui emersero giovani destinati a diventare protagonisti del calcio internazionale, come Enzo Fernández, Julián Álvarez e Alexis Mac Allister. Al loro fianco, giocatori esperti come Rodrigo De Paul, Leandro Paredes, Di María e Otamendi garantirono equilibrio e personalità. Tra i pali, Emiliano Martínez si trasformò in uno degli uomini simbolo del torneo grazie a interventi decisivi nei momenti più delicati. Abile nel mettere in difficoltà gli avversari nei calci di rigore, provocandoli e disorientandoli, il Dibu fu uno dei grandi protagonisti della Selección. Gli undici metri si rivelarono fondamentali nelle fasi finali del percorso argentino e avere un portiere così dominante rappresentò un enorme vantaggio. Anche per questo vinse il premio di miglior portiere del torneo. Proprio grazie a questi esempi emerge la grande differenza rispetto al passato di questa squadra: per la prima volta Messi non dovette trascinare da solo il peso delle speranze di un'intera nazione. Aveva finalmente accanto compagni in grado di sostenerlo e valorizzarlo. Così, dopo anni di delusioni, una finale persa e critiche spesso eccessive, arrivò il trionfo. La vittoria ai rigori contro la Francia consegnò ai Gauchos la terza Coppa del Mondo della loro storia e a Messi l'unico trofeo che ancora mancava nel suo straordinario palmarès.
Arrivando a oggi, molti pensavano che quella sarebbe stata l'ultima pagina della carriera internazionale di Lionel Andrés Messi Cuccittini, il capitolo conclusivo di una leggenda ormai completa. E invece eccolo ancora qui, alla sua sesta Coppa del Mondo. Non più un giovane talento del 2006, né l'uomo che inseguiva ostinatamente un sogno nel 2014 o nel 2018. Oggi Messi è il campione che quel sogno lo ha realizzato, il simbolo di un'intera generazione e uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi. Ora può soltanto regalarci altre emozioni, continuando a illuminare il calcio con le sue immense giocate. Può continuare a farci sognare prima dell'addio. Al suo ultimo Mondiale vorremmo vedere il Messi di sempre, nonostante i 38 anni e la lontananza dal calcio europeo. L'esordio contro l'Algeria è stato incredibile: tripletta, dominio della scena e record di gol segnati ai Mondiali, raggiungendo il risultato ottenuto da Miroslav Klose. Leo è ancora tra noi e l'inizio non poteva essere migliore. D'altronde la differenza con gli altri è evidente: ci sono giocatori che vincono trofei, che diventano idoli dentro il rettangolo verde, e poi ci sono miti che riescono a lasciare un segno indelebile nelle persone. Sono pochi e sono preziosi, ma rappresentano ciò di cui il calcio ha sempre più bisogno, perché è proprio questo che si sta perdendo sempre di più.
L'amore per uno sport, però, si spera non venga mai comprato dai numeri. Noi ci godiamo el fútbol di Leo Messi, sperando che anche quest'anno possa regalarci tanto spettacolo.
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