L’Italia negli ultimi anni si è distinta per prestazioni importanti, sorprendenti in diversi sport. A volte vincendo, primeggiando sugli altri. A volte arrivando sorprendentemente sul podio; ed è successo spesso di non arrivare dove si voleva, ma lottando con tutti i mezzi possibili. Gridando un inno a squarciagola, rappresentando un intero paese, e facendolo sempre con grande rispetto verso la gente. Con un amore viscerale verso l’azzurro, che dovrebbe essere tutto: la spinta per migliorarsi, per credere in qualcosa e per vincere. Ci sarebbero decine di italiani illustri da citare, che hanno portato il tricolore sulle vette più alte del mondo. Ci sono dei calciatori che nel 2021 hanno riportato a Roma, a casa, un Europeo conquistato da leoni. Il calcio italiano è in un momento storico negativo, decadente. Di Londra non è rimasto nulla. Nonostante alcuni giocatori siano gli stessi, non c’è più nulla da campioni che venga dimostrato in campo. Giocano come se ci stessero facendo un favore, come se non ci fosse nulla in gioco. Dodici anni senza Mondiale, più che un incubo, una condanna. E adesso bisogna riformare un sistema fermo al 2018, dopo la tremenda debacle con la Svezia, con l’addio di Tavecchio e Ventura, poi Gravina, l’Europeo che scacciò via tutti i pensieri negativi. E poi? 2022. Fuori dai Mondiali di nuovo, e una panchina saltava. Mancini lasciava il posto da ct azzurro, assumendosi tutte le responsabilità del caso. Però siamo rimasti con lo stesso direttivo. Dopo tre mandati, due Mondiali persi, senza nemmeno partecipare, forse è arrivato il tempo di cambiare qualcosa, a partire dai capi saldi della FGC. Gravina aspetta il consiglio federale. Non ha il coraggio di andarsene da solo, senza chiedere il permesso. Se un progetto fallisce, non una, ma ben due volte in quattro anni, è inevitabile che qualcuno paghi, a partire dal presidente. Tutta Italia aspetta le sue dimissioni. L’Europeo lo ha salvato già una volta, ora non si può più scappare. Per Gennaro Gattuso la storia è diversa. Ha sempre dimostrato un forte attaccamento a questi colori, non solo da giocatore ma anche da allenatore. Eppure, se dovesse saltare anche la sua panchina, difficilmente qualcuno griderebbe allo scandalo: le responsabilità, in fondo, possono essergli attribuite. Gattuso, infatti, non è esente da colpe: scelte discutibili, difficoltà nel dare un’identità chiara alla squadra e una gestione spesso confusa nei momenti decisivi hanno contribuito ad aggravare una situazione già fragile. L’atteggiamento combattivo che lo ha sempre contraddistinto non è bastato a colmare lacune tattiche e organizzative sempre più evidenti. Va ricordato, però, che l’attuale ct della nazionale ha preso in gestione una squadra già praticamente ai play-off. C’è poco da giustificare, non si salva nessuno, però i problemi c’erano già prima. Com’è possibile che una nazionale con quattro Coppe del Mondo si ritrovi a lottare per salvarsi? Luciano Spalletti è stato esonerato quando ormai il danno era fatto, in un contesto già profondamente compromesso sotto il profilo tecnico e mentale. Il suo addio, più che una soluzione, è apparso come un tentativo tardivo di porre rimedio a problemi strutturali che si trascinavano da tempo. Il suo successore si è così trovato a operare “a cuore aperto”, navigando in una situazione estremamente complessa, e non è riuscito a invertire la rotta, finendo per proseguire un’opera di progressivo disfacimento del calcio italiano. Un epilogo che, per una nazionale con una storia così prestigiosa, appare difficilmente accettabile e, francamente, è lo scenario peggiore che ci sarebbe mai potuto capitare. È una vergogna non partecipare per tre volte consecutive alla manifestazione più importante del calcio mondiale. Ora c’è chi si aggrappa all’idea di un ripescaggio, per la guerra in Medio Oriente, che porterebbe al forfait dell’Iran. Potrebbe essere chiamata la squadra posizionata più in alto nel ranking, posto che spetterebbe di diritto all’Italia. La scelta più probabile però rimane un’altra: il ripescaggio di una squadra asiatica rimasta fuori. In ogni caso, starà tutto nelle mani di Infantino e della FIFA: il nostro destino non è più nelle nostre mani. Chi ci ha rappresentato in questo percorso sono soprattutto i giocatori, e vorrei precisare delle cose. La maglia della nazionale non è per tutti: rappresentare la propria nazione significa portare sulle spalle il peso della storia, delle vittorie e delle sconfitte, ma soprattutto delle aspettative di un intero popolo. Significa dare tutto, sempre, oltre al talento e al numero sulla schiena. Portare l’azzurro vuol dire meritarselo, non solo con le prestazioni, ma con l’atteggiamento, con il sacrificio, con l’orgoglio. Perché in campo non scendono solo undici giocatori, ma un Paese intero. E chi non è pronto a capirlo dovrebbe rinunciare alla convocazione. Il calcio italiano paga anni di immobilismo, di riforme annunciate e mai davveroattuate. Il vivaio giovanile, un tempo fiore all’occhiello, è stato progressivamente trascurato: i giovani trovano sempre meno spazio, meno fiducia, meno opportunità per crescere davvero. Si preferisce l’immediato, si rinuncia alla costruzione identitaria e giovanile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nazionale senza anima. Ora che tutto è perso, ci rimane solo una vergogna azzurra addosso. Non resta che attendere che qualcuno si faccia da parte. Che si possa ripartire, sperando in un nuovo Rinascimento del calcio italiano.
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