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8 cose che ricorderemo di Milano-Cortina
8 cose che ricorderemo di Milano-Cortina

8 cose che ricorderemo di Milano-Cortina

autore
Filippo Pelacci Filippo Pelacci
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
SportSport
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3

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OlimpiadiOlimpiadi

1. La cerimonia inaugurale. O meglio, il commento RAI della cerimonia inaugurale

«Benvenuti allo stadio Olimpico». Così si apre la telecronaca Rai della cerimonia inaugurale. Un attacco sobrio, nel pieno rispetto della linea editoriale. Peccato solo che la cerimonia si tenesse - e non certo a sorpresa - allo Stadio San Siro di Milano, che per l’occasione era sì stato ribattezzato San Siro Olympic Stadium. È però il resto della cronaca a dare un sapore tutto particolare a quel primo lapsus che, se isolato, sarebbe certo passato inosservato.

Ma prima, un passo indietro. Non si può parlare della telecronacaRai senza prima ripercorrere i giorni che la hanno preceduta. A commentare la cerimonia c’è infatti Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, affiancato dallo scrittore Fabio Genovesi - già molto apprezzato per gli interventi culturali al Giro d’Italia - e Stefania Belmondo, fondista italiana, oro ad Albertville 1992 e Salt Lake City 2002. Petrecca sostituisce Auro Bulbarelli, estromesso all’ultimo per aver anticipato dettagli circa l’arrivo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che avrebbe poi raggiunto lo stadio a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi, in una delle scene più iconiche di tutta la cerimonia.

Subentrato all’ultimo, Petrecca è apparso fin da subito impreparato. Il perdonabile lapsus iniziale è stato così seguito da una serie di sviste, errori, dichiarazioni grossolane e stereotipate, interruzioni degli altri cronisti, ecc. E così, Kirsty Coventry, presidente del CIO, che viene presa la figlia del Presidente Mattarella, Matilda De Angelis che diventa la cantante Mariah Carey, le campionesse del mondo della Nazionale di volley -ultime tedofore all’interno dello stadio - che scorrono nel quasi più assoluto anonimato: «Ho riconosciuto Paola Egonu», sentenzia fiero Petrecca, dopo alcuni secondi di profondo imbarazzo (almeno per noi ascoltatori), lasciando senza un nome Carlotta Cambi e Anna Danesi, che di quella Nazionale è la capitana. Anonimato che, per ben altre ragioni, è stato riservato anche a Ghali, la cui presenza era stata criticata - pochi giorni prima della cerimonia - da diversi esponenti della destra italiana. Insomma, un pasticcio frutto di sciatteria e amichettismo, che in un certo senso ha offerto al mondo un’immagine realistica dell’Italia e della sua televisione pubblica: un posto, cioè, dove il merito passa spesso in secondo piano rispetto alla politica. E del resto, il mondo, certo non si è fatto sfuggire l’occasione per guardare - pop-corn alla mano - ciò che accadeva in Italia, con la successiva protesta e il comprensibile ritiro delle firme da parte della direzione di Rai Sport, «in grande imbarazzo per una scelta che ha provocato un grave danno di immagine», fino alle dimissioni di Petrecca.

2. Francesca Lollobrigida con il figlio Tommaso

Le prime emozioni sportive non tardano però ad arrivare. Già sabato 7 febbraio, l’Italia vince - a sorpresa - la sua prima medaglia d’oro, con Francesca Lollobrigida che, reduce da una stagione difficile a causa di un’infezione virale, domina i 3000 metri di pattinaggio di velocità. A colpire, però, è soprattutto il figlio Tommaso, cercato dalla madre e portato in braccio in mixed zone, dove si divertirà a giocare con il microfono Rai. Francesca avrebbe poi vinto un secondo oro, nei 5000 metri, questa volta senza Tommaso, che nel frattempo ha chiesto di poter tornare a scuola per festeggiare il carnevale con i compagni.

3. La caduta di Lindsey Vonn

In ogni Olimpiade invernale, la discesa libera è sempre uno dei momenti più attesi del programma dello Sci Alpino. E lo era tanto più quest’anno, quando sia al maschile sia al femminile si avevano a disposizione due tracciati storici della Coppa del Mondo: la Stelvio di Bormio per gli uomini e la Olimpia delle Tofane di Cortina d’Ampezzo per le donne. Cosa rara in contesto olimpico. Tra le donne, l’attesa è ulteriormente accresciuta dalla presenza al cancelletto di Lindsey Vonn, seconda sciatrice più vincente di sempre, tornata alle gare dopo sei anni di stop con un solo obiettivo: l’oro di Cortina a quarantuno anni. E le premesse perché possa ambire al gradino più alto del podio ci sono tutte: dopo un rientro difficile nel 2024, in questa stagione Vonn è stata in grado di tornare al successo a più di vent’anni dalla prima volta (!), vincendo nel giro di un mese le discese di Sankt-Moritz e Altermark-Zauchensee.

Dopo aver dominato la prova del venerdì, Vonn si presenta come favorita d’obbligo, nonostante la recente rottura del legamento del crociato sinistro. La giornata è splendida: dopo qualche decina di centimetri di neve caduti in settimana, a Cortina è tornato il sole e la visibilità è ottima. Il fondo è duro, ma coperto da un insidioso strato di neve più morbida. Vonn parte per tredicesima, quando al comando c’è la connazionale Breezy Johnson, poi vincitrice. «The snow is really responsive», le dice Johnson. Il sottile strato di neve più morbida facilita la presa di spigolo, obbligando le atlete a non mettere troppo peso sui propri sci. Vonn parte subito fortissimo, con una grinta che fa capire quanto aspetti questa giornata. Dopo la prima curva verso sinistra, si trova ad approcciare la storica lunga verso destra che immette sullo schuss dell’Olimpia: è fondamentale prendere un buon slancio qui, per arrivare poi nella parte bassa con il massimo della velocità. La prima porta piede sinistro è facile e richiede anzi di passare a qualche metro di distanza dal palo, per risalire leggermente verso la seconda, nascosta da un piccolo dosso che costringe le atlete a un breve salto nel vuoto. Uno di quei passaggi decisivi, la cui traiettoria deve essere studiata nel corso della ricognizione e delle prove: è fondamentale passare vicini a quella porta per prendere velocità, evitando però l’impatto con il palo. Vonn entra decisa, salta come altre prima di lei, ma si accorge presto di aver scelto una traiettoria troppo stretta, finendo per incocciare con la parte alta del corpo sulla rete che unisce i due pali. Vonn va in rotazione, cosa che - a quelle velocità e a un metro e mezzo da terra - non è facile da gestire. La caduta è rovinosa: dalla nube di neve emergono solo le urla di dolore dell’atleta. Sarà poi la stessa Vonn a ricordarci quanto, alle volte, la vita di uno sportivo che attende quattro anni quest’appuntamento si possa decidere per piccolissimi dettagli: «Nelle gare di sci, la differenza tra una linea strategica e un infortunio catastrofico può essere piccolissima, pochi centimetri».

Ph. REUTERS/Aleksandra Szmigiel ©️

4. Le cadute di Ilia Malinin

Come il ciclismo nell’era di Tadej Pogaçar o la ginnastica ai tempi di Simon Biles, così il pattinaggio di figura sembra che, con Ilia Malinin, si stia trasformando in una lotta per il secondo posto. Figlio di pattinatori sovietici, Malinin gareggia per gli Stati Uniti, riuscendo in salti e combinazioni sostanzialmente impossibili ai suoi rivali, presenti e passati. Come nei due casi citati, più che una lotta per la vittoria, sembra ormai si possa parlare di una lotta del campione contro se stesso, continuamente in cerca di nuovi record da abbattere.

Queste, in soldoni, le premesse con cui Ilia Malinin è giunto a queste Olimpiadi. Premesse in larga parte rispettate con il programma corto, vinto da Malinin con più di quattro punti di vantaggio sul secondo, il giapponese Yuma Kagiyama, poi argento.

La domanda prevalente prima del programma libero, la sera del 13 febbraio, non è quindi se vincerà Malinin, ma di quanto e con quali salti inediti. Insomma, la medaglia d’oro sembra sostanzialmente blindata. Fin dall’inizio dell’esibizione, Malininappare però tesissimo, contratto nella pattinata come mai lo si era visto in tempi recenti. Cade una, due, tre volte.

Finita l’esibizione, Malinin è sostanzialmente in lacrime: si batteviolentemente le mani sui fianchi, per portarle poi tra i capelli. Quasi piange. Massimilano Ambesi, voce storica di Eurosport e grande esperto di pattinaggio di figura, riapre il microfono e prima ancora che arrivi il punteggio sentenzia: «Clamoroso al Forum di Assago. Salta letteralmente il banco e una delle medaglie più scontate dei giochi olimpici non va al favorito assoluto, Ilia Malin».

Ph. REUTERS/Yara Nardi ©️

5. L’inchino davanti a sua maestà, Federica Brignone

Non è facile descrivere le aspettative su Federica Brignone prima di queste Olimpiadi. Certo, la scorsa stagione aveva vinto, o meglio dominato, la Coppa del Mondo di Sci Alpino, vincendo anche le classifiche di discesa e slalom gigante, e facendo seconda in quella di super-g. Poi, però, è arrivata la terribile caduta di fine stagione dei campionati italiani (gara sostanzialmente insignificante per un’atleta con il suo palmares) e un bollettino pesantissimo: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, oltre alla rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. La riabilitazione dura mesi. Soltanto a fine novembre può tornare sugli sci e solo a gennaio torna a indossare il pettorale, nel gigante di Plan de Corones. Brignone chiude sesta, con una prova di forza incredibile. Però certo, il gap con le prime è ampio e sembra difficile riuscire a colmarlo prima delle Olimpiadi. La discesa sull’Olimpia delle Tofane, dove pure aveva fatto terza lo scorso anno, sembra confermare questa lettura. Brignone è decima, a più di un secondo dalla vincitrice. Di nuovo, un risultato incredibile, a trentacinque anni e a soli dieci mesi da un infortunio che avrebbe potuto stroncarle la carriera. Ma sembra ancora non abbastanza per poter ambire a una medaglia.

Poi il super-g di Cortina. Brignone parte con il numero 6. Prima (e dopo di lei) sono uscite in tante: il tracciato è particolarmente tecnico e insidioso, con continui dossi e cambi di ritmo. La visibilità scarsa. Brignone è la prima tra le migliori a scendere, ma rispetto a chi l’ha preceduta sembra fare un altro sport: sci sempre attaccati al terreno e una lucidità tattica, ancora prima che tecnica, sbalorditiva. Al traguardo ci si rende conto che sta per succedere qualcosa di grande, ma pensare all’oro appare ancora impossibile. E invece, sarà proprio Brignone a salire sul gradino più alto del podio.

La vittoria in super-g certo aumenta le quotazioni anche per il gigante. Ma i dubbi restano: se in super-g, Brignone aveva potuto sfruttare il suo immenso bagaglio tattico, in gigante non ci si può nascondere ed è necessario essere al 100% con il fisico. È dunque difficile immaginare cosa possa fare Federica. La prima manche è però sufficiente per capire come calibrare le ambizioni: Brignone è prima, con quasi mezzo secondo su chi insegue. Ancora una volta, però, si ha l’impressione di una sciata incredibilmente facile. E così la seconda manche si carica finalmente del giusto peso e delle giuste aspettative. Al cancelletto, i tecnici la spronano via radio verso l’oro. Brignone è sostanzialmente perfetta: è un piacere tornare a vedere il suo stile inconfondibile anche in gigante. Arriva con più di mezzo secondo sulle sue avversarie. Sara Hector, seconda, e Stjernesund Thea Louise, terza, sono le prime a riconoscere la grandezza di ciò che è avvenuto davanti a loro. All’arrivo di Federica le corrono incontro, lasciando cadere gli sci a terra e si inchinano verso chi ha da poco scritto una pagina indelebile della storia dello sci.

Ph. REUTERS/Aleksandra Szmigiel ©️

6. Il sorriso di Lisa Vittozzi

Il pomeriggio di domenica 15 febbraio è piuttosto intenso, come capita di rado seguendo da italiani le Olimpiadi invernali. Brignone ha da poco vinto il suo secondo oro storico, quando parte la 10 km a inseguimento di biathlon femminile. All’ultimo poligono, arrivano in due a giocarsi l’oro: Lisa Vittozi da Sappada e, davanti a lei di tredici secondi, la norvegese Maren Kirkeide. Rispetto ai poligoni precedenti, quest’ultimo vede alzarsi un vento notevole. Kirkeide apre veloce, ma già al secondo sbaglia. Solo a questo punto Vittozzi inizia a sparare. Prima con calma (relativa, sia chiaro), poi via via sempre più forte. Uno, due, tre, quattro e cinque. Nel frattempo Kirkeide ha sbagliato di nuovo, scegliendo di prendersi una decina di secondi prima dell’ultimo poligono. Vittozzi, prima di riporre la carabina sulle spalle, fissa il poligono, quasi a voler contemplare la piccola opera d’arte cui ha appena dato vita. Poi un sorriso, carabina sulle spalle e via per gli ultimi chilometri sugli sci che la separano dall’oro.

7. La fuga di McGrath

Al termine della prima manche, il norvegese Atle Lie McGrath è primo, con sei decimi di vantaggio su Loic Meillard. Un vantaggio certo non decisivo, tanto più sotto la fitta nevicata che colpisce Bormio, ma comunque rassicurante in vista della seconda manche. Meillard, però, scendendo per penultimo, riesce in una prestazione straordinaria, che mette notevole pressione sulle spalle del norvegese. McGrath parte piano - sempre relativamente parlando -, quasi timoroso per la poca visibilità. Dopo la prima decina di porte è comunque tutto ancora da scrivere. McGrath arriva così al primo dosso, su cui il tracciatore ha collocato un palo blu, che deve essere aggirato da sinistra. McGrath prende troppo presto lo spigolo e in un attimo inforca, passando con lo sci destro all’interno del palo. Il sogno dell’oro è finito. La telecamera continua però a seguirlo, stringendo su un primo piano dell’atleta dal cui labiale si legge un evidente e comprensibile «fuck». A impallare parzialmente la visuale c’è però un tecnico della nazionale svizzera, che nel frattempo alza le braccia al cielo, festeggiando la vittoria di Meillard. Plastica rappresentazione di quanto pochi centimetri possano distinguere la somma gioia dalla rabbia più grande. McGrath si dispera. Sci ai piedi, si avvicina alle reti di protezione alla sinistra della pista. Getta al di là prima uno poi l’altro bastoncino, che si perdono fuori dal campo dell’inquadratura. Dietro, il tecnico che prima esultava, è stato raggiunto da un austriaco: mentre il bastoncino di McGrath prende il volo, i due si abbracciano festosi. Quindi McGrath taglia in diagonale verso destra, fino ad arrivare alle reti sul lato opposto. Toglie gli sci, oltrepassa le reti e, furioso, si allontana dalla pista, scivolando ripetutamente sulla neve caduta in mattinata. La regia stacca continuamente: da un lato, McGrath fugge verso il bosco, dall’altro Meillard e soci si avvicinano al podio. Finalmente si torna su McGrath, ormai steso a terra, vicino ad alcuni alberi, con la maglia leggermente aperta sul davanti. Un McGrath che, ferito e sconfitto, ci appare quanto mai prima d’ora vicino a noi che, come lui, vorremmo di tanto in tanto solo nasconderci con i nostri dolori nei fitti recessi di un bosco.

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