William Mezzanotte, in arte Nayt è un rapper romano classe 94’. Ieri ha fatto il suo esordio a Sanremo, emozionatissimo. La sua canzone si chiama “Prima che” e ha un testo molto profondo. L’artista è solito scrivere canzoni che smuovono le coscienze, che arrivano dritte al cuore. Una penna graffiante e consapevole, che ha uno scopo forte e chiaro: quello di lasciare un segno indelebile dentro chi le ascolta. Il pezzo segue il filone del Conscious Rap, e parla di amore, ma non di quello convenzionale. L’amore protagonista del brano è fragile e nascosto nel rapporto tra due persone che non si conoscono davvero. E i quesiti principali vertono sulla possibilità del raccontarsi, dello scoprirsi e vedersi davvero come di fronte a uno specchio. Il desiderio è quello, vedere dall’altra parte tutte le sfaccettature di una persona, senza maschere. E’ veramente così scontato? E’ così facile fidarsi? Forse sarebbe più sicuro restare da soli. “Ogni volta che mi fido. Che la gente mi fa schifo. Che la gente è come me. Prima di farmi domande. Prima di essere svogliato. Prima del giusto e sbagliato. Io chi sono, chi sei te?”. Prima di ogni cosa, l’autore si domanda chi siamo, se fossimo solo noi e non le nostre azioni, che considerazione avremmo delle persone e avrebbero loro di noi. E sono le sfavillanti rime, la schiettezza e le domande che trasportano l’ascoltatore. “Trovare un buco e saltarci.” come buttarsi, giocarsi ogni possibilità e non ascoltare il mondo; che confonde, che ci limita, che consola, che ci stordisce. William non ha mai nascosto questo suo bisogno di interrogarsi, questa necessità di esprimersi attraverso domande esistenziali, parlando di solitudine, dei problemi con il padre, dell’amore per le donne e l’amore per cui combattere. E’ un Artista travolgente, che prende spazio nella scena e ne assorbe tutta la luce, parlando di ombre. Il Rap è anche questo, l’unione tra tecnicismi e anima. Ci sono pochi artisti così, ma non sono pochi che fanno dei loro brani una critica sociale costruita. E “Prima che” è soprattutto questo, scavare all’interno di quei meccanismi della società che ci annichiliscono, che ci disorientano e annientano. Quando tutto è cosi’ latente, anche la cosa più elementare e potente di tutte come l’amore, diventa impossibile, inutile, di poco valore. E Nayt tristemente lo riconosce: “Io non credo a chi mi ama, di più, non credo abbia valore”. Nonostante la realtà sia difficile e ci costringa ad abbandonarci, rimane il sogno, il desiderio più innocente: essere riconosciuti e poter essere di conseguenza se stessi. “Come vorrei, come vorrei. Che tu vedessi me.” Il testo si conclude così, con una frase incompleta, ripetuta, che termina solo all’ultimo verso. Questo finale racchiude al suo interno tutto il significato del brano, ed è di una potenza disarmante, perché ti da la risposta a tutto, senza darti un’ apparente soluzione. Prima di tutto ci sono delle persone; i social, le mode, la competizione, gli obbiettivi, i tradimenti e il tempo ci sopraffanno. Noi siamo tutto ciò che c’è prima. E trovare una persona che ci veda solamente per quello che siamo è una speranza necessaria. Prima delle aspettative, prima delle etichette, prima delle paure che ci insegnano a difenderci dal mondo, ci siamo noi. Fragili, imperfetti, contraddittori. Umani. Nayt porta sul palco dell’Ariston non solo una canzone, ma una domanda collettiva: abbiamo ancora il coraggio di guardarci davvero? Di restare, invece di scappare? Il brano non offre risposte facili, ma spalanca una possibilità. Quella di scegliere di fidarsi, nonostante tutto. Di lasciarsi vedere senza filtri, in un tempo che ci vuole sempre performanti e mai autentici. Ed è proprio in questa vulnerabilità che il conscious rap trova la sua forza più rivoluzionaria: ricordarci che, prima di ogni giudizio, prima di ogni errore, prima di ogni distanza, siamo persone che cercano di essere amate per ciò che sono. E forse dire al mondo chi siamo è l’atto più coraggioso che possa esistere.
Autore
Massimiliano Rossetti
