La sconfitta in giapponese si dice “shippai”, ma non è vista come una fine, come una vera e propria “battaglia persa”. Lavorare per migliorare è la risposta a tutto: “Kaizen”, ovvero analizzare tutti i dettagli di un insuccesso per eliminare gli errori e progredire. Questo è ciò che è stato fatto dal Giappone prima di diventare la nazionale di calcio che è oggi: un concentrato di talento e passione, tanto spirito di squadra e una parola, "resa", che non esiste.
Dopo due successi e un pareggio con l’Olanda nei gironi, ai sedicesimi di finale, da secondi classificati, i nipponici hanno trovato il Brasile di Carlo Ancelotti. Sulla carta i brasiliani dovevano avere vita facile, ma per com’è andata la fase iniziale del torneo, i giapponesi hanno fatto intendere fin da subito che non sarebbe stato semplice per nessuno affrontarli. Il primo tempo, infatti, lo domina il Giappone, soprattutto dopo il gol di Sano al 29° minuto. I verdeoro perdono il coraggio che sembravano avere dal primo minuto: imbastiscono poche azioni, collezionano tante palle perse e soffrono moltissimo la pressione avversaria. Il Brasile chiude la prima frazione sotto di una rete e l'andamento del campo non presagisce nulla di buono. Basta alzare lo sguardo verso la panchina, però, e il CT di Reggiolo trova diverse soluzioni. Entra Endrick, ma soprattutto Gabriel Martinelli, apparso particolarmente ispirato. Dopo il gol di Casemiro che pareggia l’incontro, la partita cambia completamente volto: il Giappone perde il controllo e si fa trovare molto vulnerabile. Vini Jr. sfiora il gol e il Brasile continua ad attaccare. L’assedio prosegue fino al 95° minuto quando una palla geniale in area di Guimarães trova Gabriel Martinelli solo e smarcato. L’attaccante dell’Arsenal deve solo stoppare la sfera e metterla dentro; Suzuki non può nulla.
Si dispera Tanaka per aver perso l’uomo, si dispera l'intero Giappone, e i tifosi giapponesi, raccolti a migliaia allo stadio per incitare i propri ragazzi, si abbandonano al pianto.Il messaggio dei nipponici, d'altronde, era chiaro sin dall’inizio: “Non veniamo per divertirci, noi veniamo per vincere il Mondiale”. E nonostante manchi ancora qualcosa per compiere un ulteriore salto di qualità – come si è visto sia nella sfida contro il Brasile –, i Blue Samurai hanno messo in campo tutto e possono fare ritorno in patria a testa altissima. È stato un Mondiale da grande squadra, sia tatticamente sia mentalmente. Le sbavature nel secondo tempo dei sedicesimi hanno condannato un gioco che meritava sicuramente più successo, ma questa non può essere vista come una fine: il pianto di oggi dei giocatori di Moriyasu diventerà la fame di domani.
Con una generazione di giovani talenti che sta già colonizzando l'Europa e un sistema giovanile tra i più all'avanguardia del pianeta, questa eliminazione non è un fallimento, ma il prezzo da pagare nel percorso di crescita per salire sul tetto del mondo. Da questo concetto di impegno e passione per il calcio nasce “La Dichiarazione JFA 2050”. Secondo questo manifesto, il Giappone conquisterà la Coppa del Mondo entro il 2050. Questo avverrà attraverso il raggiungimento di diversi obiettivi: radicare il calcio nella cultura quotidiana del Paese, diffondere questo sport tra i giovanissimi (finanziando anche i manga e le serie anime più viste dalle nuove generazioni), costruire nuove arene nei centri urbani e integrare le squadre scolastiche d’élite con le academy professionistiche della J-League. Queste academy hanno già sfornato tantissimi prospetti che adesso giocano in tutta Europa, come Tomiyasu (ex giocatore del Bologna), Suzuki del Parma o Hiroki Ito del Bayern Monaco.Questo immenso lavoro di semina, programmazione e valorizzazione dei talenti porterà il Giappone a compiere il definitivo salto di qualità, trasformandolo da "sorpresa romantica" a superpotenza del calcio mondiale. La combinazione sistematica tra il manifesto Japan's Way, la diffusione capillare del calcio sul territorio e la crescita tecnica nelle Academy non produrrà soltanto atleti d'élite, ma plasmerà una nuova identità culturale all'interno del Paese. Sul campo da gioco, questo percorso permetterà ai nipponici di superare una volta per tutte il complesso psicologico e fisico contro i colossi europei e sudamericani.
Il Giappone si strutturerà per presentarsi a ogni competizione internazionale con l'ambizione concreta, realistica e dichiarata di vincere, forte di una generazione di calciatori moderni, europeizzati nei ritmi ma guidati dal leggendario spirito di sacrificio collettivo della propria terra. Le dolorose lacrime subite contro il Brasile di Ancelotti rappresentano forse l'ultimo, necessario dazio da pagare: la strada tracciata verso il 2050 è ormai trionfalmente segnata.
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