Lo sport ci insegna due cose: saper vincere, e saper perdere.
A vincere, si pensa, siamo tutti bravi. La scossa di adrenalina lungo la colonna vertebrale, le gocce di sudore che finalmente valgono un trionfo, un istante di gloria. Invece, come sorprendentemente dimostrano anche alcuni recenti festeggiamenti di titoli nazionali e non, per saper vincere serve anche una buona dose di classe. Il rispetto dell’avversario, ad esempio. Tenere a mente che, nello sport come nella vita, tutto passa e niente è scontato.
L’arte di saper perdere, tuttavia, merita una facoltà universitaria a parte. Tutte le cose che ho scritto sopra possono essere trasferite anche al carro degli sconfitti. L’amaro in bocca, il "ma chi me lo fa fare?”, la fatica fisica. Non è facile accettare la sconfitta.
Ci sono giorni, però, in cui tutti abbiamo perso. Di uno in particolare, non mi ricordo nemmeno la data. 11 anni fa. Un pomeriggio in centro, e un messaggio sbucato fuori dal nulla da un amico. Non posso uscire con voi oggi, devo partire per Brescia. C’è stato un incidente. Uno dei nostri.
Poi il silenzio, durato settimane infinite. Le nostre versioni da adulti a passare le notti insonni, in piedi o su una sedia di una stanza grigia. Noi a riempire lo zaino, allacciare gli scarpini, cercando di fare finta di niente. In quei giorni mi sono sentito uno sconfitto, anche se ero troppo piccolo per razionalizzarlo.
Alle scuole medie non mi piaceva correre, perciò le campestri erano un incubo. Finiva che i professori mi convincevano con la forza, anche se la tensione della gara e la linea di partenza affollata mi facevano venire voglia di scomparire. In un modo o nell’altro, ciò nonostante, finivo sempre in ottime posizioni. Ma mai abbastanza per stare davanti.
Là, lontano anni luce da me, un caschetto di capelli mori veloce come il vento. Ma come diamine fa questo a vincerle tutte, e con questo distacco, mi chiedevo. Neanche con il motorino sarei riuscito a raggiungerlo. Ma chi è? Ah, quello della 1°D? Forte vero.
Luca Panciroli l’ho conosciuto così, proprio dopo una corsa. Mi sono seduto di fianco a lui sulla pista d’atletica, gli ho allungato la mano e gli ho detto “Congratulazioni”. Negli anni l’ho visto vincere tutto. L’ho visto diventare un amico e passarci insieme le notti in città, le prime volte che ci sentivamo ribelli. L’ho visto firmare per la mia squadra di calcio e macinare chilometri sulla fascia sinistra. L’ho sentito - ahimè - mandarmi a quel paese sul campo, e qualche volta fuori. Ho visto nei suoi occhi una fame di vittoria impressionante, una tipica di quelli a cui no, dire che non si può vincere non si può proprio fare.
A volte penso che soltanto un arbitro, esterno e meschino, possa fermare certe tempeste perfette.
I momenti dell’incidente, e quelli successivi, noi li abbiamo visti da spettatori. Quello che ha vissuto lui, non lo possiamo immaginare. Le sfide che ha dovuto affrontare, insieme alla sua famiglia, non sono da commentare in questa sede. Chissà quante volte si saranno sentiti dire “No, questa volta non si può proprio vincere”.
A me ora interessa fare luce su un’altra, eccitante sfida, che ha deciso di intraprendere: il paratriathlon.
Ad essere onesti, non sapevo nemmeno cosa fosse, prima di parlare con lui l’inverno scorso di questo proposito. In estrema sintesi, si tratta dell'adattamento del triathlon per atleti con disabilità fisiche, visive o intellettive. Una disciplina dura, regolamentata dalla Federazione Italiana Triathlon, che non ammette sconti e prevede tre frazioni consecutive: il nuoto, il ciclismo – da affrontare su handbike, tandem o bici tradizionale – e infine la corsa, con le proprie gambe, in carrozzina o con protesi.
Ufficialmente, le competizioni seguono il formato “sprint”, che prevede una prima parte da 750 metri a nuoto, 20 chilometri di ciclismo, e infine 5 di corsa.
Il paratriathlon è arrivato dopo un secondo incidente, nel 2022, che ha segnato un nuovo, inesorabile punto di partenza nella vita di Luca. Una scintilla di vita per dedicarsi maggiormente al suo fisico, alla sua concentrazione, alla cura metodica e assoluta della propria nutrizione. Per migliorare come atleta, e per elevarsi come essere umano.
Quel caschetto moro veloce come il vento che maledivo alle medie, alla sua prima gara nel 2025 si è laureato campione italiano di paratriathlon, chiudendo il circuito di Loano in 01:01:45. Per intenderci, lo stesso tempo che ho impiegato io a terminare la 10 chilometri urbana di Madrid due mesi fa. Che imbarazzo…
Luca è un atleta tesserato dal CUS Parma. In Italia se ne contano circa 100 di paratriathleti. Il 2025 gli ha riservato un’altra enorme soddisfazione, con la chiamata ufficiale della Nazionale Italiana Paratriathlon. La maglia azzurra l'ha reso protagonista anche agli Europei di Paratriathlon a Tarragona quest’anno e in diversi raduni nella penisola. A coronamento di questo percorso, nel 2026 Luca ha già conquistato tutti e tre i campionati italiani paratriathlon, paraduathlon e paraquathlon.
Nel dicembre scorso, ci siamo seduti a tavola con sua sorella Michela e i suoi genitori, Luigina e Antonio, per aggiornarci sugli ultimi sviluppi delle nostre vite. Con la stessa fiamma negli occhi che non gli ho mai visto spegnere, mi ha detto:
“Voglio realizzare il mio sogno. Non ti dirò qual’è, ma ha diversi colori”.
Ci sono persone che fissano obiettivi irreali e non si alzano nemmeno dal letto la mattina con l’intensità giusta per fare i primi metri. E poi ci sono persone a cui, quando parlano, credi. Credi a tutto il loro fuoco, perché sai perfettamente che, quei passi necessari che separano una visione dal compimento, li faranno senza mollare un centimetro.
Si potrebbe dire, senza riserve, che Luca Panciroli sia un professionista de facto. Si allena tutti i giorni, con più ripetizioni al giorno, ed è un atleta della federazione italiana. Bisogna però fare chiarezza: la parola “professionismo” non è estendibile a tutti gli sport in maniera equa. Abbiamo tutti ben chiare in mente le cifre astronomiche dei calciatori, dimenticandoci delle discipline che - parliamoci chiaro - portano l’Italia, in questo periodo storico, più in alto del pallone rotondo.
Le spese per le trasferte, per l’attrezzatura, per le competizioni, per gli allenamenti, gravano ovviamente sull’atleta. I montepremi non bastano a coprire le uscite di cassa. Le barriere all’ingresso dei sogni, come quello del mio amico Luca, sono altissime: la parola “professionista” ha ancora un peso specifico diverso in base al campo da gioco. Serve, come diceva benissimo sua sorella, impostare uno stile di comunicazione volto a portare luce su sport che sfidano - quotidianamente! - chi sostiene che no, a volte non si può vincere.
Nella vita si vince e si perde. Nello sport, che ne è il suo specchio, pure.
Per fortuna ci sono persone che no, invece non perdono mai.
Ci vediamo in pista, Luca. Non ti dico di allenarti bene perché non ho dubbi che lo farai. Da parte dei tuoi amici, ti chiediamo di goderti il viaggio. O la festa, perché come dici tu “life is a party”.
Perché, da 11 anni a questa parte, se qualcuno mi dice che non posso vincere, io gli rispondo:
Hai mai sentito parlare di Luca Panciroli?
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